«Bla, bla, bla»Greta Thunberg a Milano ha tirato le orecchie alla politica degli slogan

L’idea espressa dalla fondatrice di Fridays for Future in Italia è chiara: quelle dei leader spesso sono solo parole. Una frase che vuole segnare un solco, quello tra chi è attivamente impegnato nella causa climatica e chi la corteggia per interessi di comodo

Claudio Furlan/Lapresse

«Green economy: bla, bla, bla. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla». Questo ha detto con espressione seria e voce sdegnata l’attivista svedese Greta Thunberg alla platea milanese presente all’inaugurazione della Youth4Climate: Driving Ambition, cioè il summit organizzato dalle Nazioni Unite in cui centinaia di giovani e rappresentanti delle istituzioni discutono del problema del cambiamento climatico. L’idea espressa è chiara: quelle dei leader spesso sono solo parole. Sono promesse sulla riduzione di emissioni, promesse sulla neutralità climatica e altre promesse ancora, ma alla fine dei conti «dopo trent’anni» questi «bla bla bla» non hanno portato risultati concreti. 

Non capita spesso di sentire un leader politico – cosa che ormai, va da sé, Thunberg è di diritto – parlare con tanta franchezza. E non capita spesso nemmeno che qualcuno di così influente e seguito inviti tutti a parlare meno e fare di più, visto che tutti, oggi, non facciamo altro che parlare e parlare. In un’altra parte del discorso Thunberg dice: «Questo non è qualche costoso, politicamente corretto, evento green in cui si abbracciano coniglietti”» E anche questa frase, insieme all’ormai virale «bla, bla, bla», dà l’idea della temperatura del dibattito di questi giorni.

A Milano oltre al Youth4Climate, iniziato lo scorso martedì, c’è la PreCop26 che si concluderà invece il 2 ottobre. Di fatto i due eventi sono l’inizio della ventiseiesima conferenza dell’Onu sul clima, la Cop26 che si terrà a Glasgow, in Scozia tra il 31 ottobre e il 12 novembre. Intanto il «bla, bla, bla» di Greta si candida da subito a essere la frase che meglio rappresenta l’insofferenza dei giovani attivisti proprio rispetto a eventi istituzionali come questo, dove la farraginosità della diplomazia rischia di far passare in secondo piano l’urgenza dei problemi discussi. Ma anche una critica all’attivismo di facciata, il cosiddetto “green washing”.

Le parole di Thunberg vogliono segnare un solco, quello tra chi è attivamente impegnato nella causa climatica e chi non lo è. Tra chi parla di ambiente per posizionarsi in società, per darsi un tono o per fini elettorali e chi invece ne parla per poter agire concretamente. La scelta delle parole e dei toni dell’attivista svedese serve a sistemare sin dall’inizio del summit l’asticella dei risultati sul punto più alto possibile della scala dei risultati ottenuti.

Ora ci saranno, almeno dal punto di vista comunicativo, solo due possibilità: se alla fine della Cop26 arriveranno decisioni timide e considerabili come prive di coraggio o incisività, allora il mondo dell’attivismo vedrà concretizzarsi il fantasma dell’ignavia indicato da Greta Thunberg e di conseguenza protesterà e rimanderà al mittente le accuse di idealismo, ricordando che si sapeva che era un «bla, bla, bla». Perché questo non succeda – e questa è la seconda possibilità – i leader dovranno prendere per forza delle decisioni concrete e lungimiranti. 

I dati contenuti nel rapporto Climate change 2021, pubblicato ad agosto dal Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) hanno contribuito a far preoccupare cittadini e attivisti e, di conseguenza, a far crescere ulteriormente le aspettative sulla Cop26: il riscaldamento globale è già qui, le temperature crescono «inequivocabilmente» a causa delle attività umane e si può agire, ma serve farlo subito.

Non a caso, a Milano, Thunberg ha aggiunto: «Non possiamo più permettere al potere di decidere cosa sia la speranza. La speranza non è un qualcosa di passivo, non è un bla bla bla. La speranza vuol dire la verità, vuol dire agire», e ancora, «noi vogliamo giustizia climatica, e la vogliamo ora».