Promesse da marinaiGli Stati non stanno rispettando gli accordi di Parigi sul clima

Secondo i ricercatori indipendenti di Climate Action Tracker, nessuna delle economie del G20 ha messo in pratica gli impegni dichiarati nel summit della capitale francese nel 2015. Anzi, l’unico Paese ad aver fatto i compiti a casa è il Gambia

Harrison Moore/Unsplash

Manca poco più di un mese alla Cop26 di Glasgow, la grande conferenza sul clima che (per l’ennesima volta) dovrà trovare i modi e gli accordi decisivi per salvare il clima e, con esso, il pianeta. Ma, al di là di quel che si deciderà ai tavoli della conferenza delle Nazioni Unite, quel che importerà davvero sarà quello che succederà a partire da un minuto dopo la fine degli incontri. I principi proclamati ai tavoli saranno poi rispettati? Gli impegni presi saranno portati avanti? Le misure decise saranno davero adottate?

Questo, ovviamente, non si sa. Eppure è ciò che conta di più. Perché alla fine ai tavoli e agli incontri internazionali si può dire più o meno quello che si vuole, ma la differenza la fa poi il decidere o meno di mettere in pratica quel che si è detto.

In questo senso è significativo un recente report del gruppo di ricercatori indipendenti Climate Action Tracker che dice, senza troppi giri di parole, che nessuna delle principali economie mondiali – compresi tutti i Paesi che compongono il G20 – sta rispettando gli impegni presi durante la Cop21, quella del 2015 a Parigi.

Il che significa che, contrariamente a quanto garantito al momento della sottoscrizione degli accordi di Parigi, nessuno si sta concretamente impegnando per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare che la temperatura media mondiale aumenti di più di 1,5 °C rispetto ai tempi preindustriali.

Non solo. L’inerzia dei Paesi, secondo Climate Action Tracker, potrebbe non limitarsi a non frenare il riscaldamento climatico, ma al contrario, potrebbe accelerarne il processo. Secondo il report, infatti, se le pratiche attuali continuassero, il mondo sarebbe sulla buona strada per un riscaldamento di quasi 3 °C.

Nonostante l’esiguità dei numeri, un cambiamento del genere nel clima medio del pianeta potrebbe portare a una crescita esponenziale di alluvioni, ondate di calore, siccità e scioglimento dei ghiacci. Il sito di approfondimento americano Vox, tempo fa, aveva illustrato con un chiaro grafico cosa potrebbe succedere entro la fine del secolo se le temperature dovessero aumentare di 2 invece che di 1,5 gradi:

Grafico da Vox

A preoccupare di più gli estensori del report è soprattutto l’atteggiamento di Russia, Iran e Arabia Saudita, i cui impegni appaiono «criticamente insufficienti»; la musica non cambia per Australia, Brasile, Canada, Cina e India, i cui sforzi sono stati definiti «altamente insufficienti». Quelli di Stati Uniti e Unione europea, invece, appaiono “solo” come «insufficienti».

Dati decisamente scoraggianti, dai quali, però, spunta una sorpresa: il Gambia, l’unico Paese del mondo ad aver mostrato di aver saputo prendere impegni e fare programmi in linea con l’obiettivo di Parigi. Bene, ma non benissimo.