Giochi accessibiliLe Olimpiadi 2026 come occasione di crescita sociale e culturale di Milano e dell’Italia

Lisa Noja, capolista di Italia Viva della lista riformista per Beppe Sala, immagina i requisiti fondamentali e i paradigmi progettuali per rendere la città un modello turistico, oltre che attrattiva e proiettata nel futuro

sam balye, unsplash

Abbiamo vissuto un’estate magica per lo sport italiano. Grazie alle vittorie agli europei di calcio e di pallavolo fino alle straordinarie medaglie conquistate ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo 2020, l’Italia ha ricevuto una scossa di fiducia e ottimismo fondamentale per ripartire dopo i mesi difficili alle nostre spalle.

Mentre gioiamo per le conquiste sportive e per la ricchezza culturale ed economica che quelle vittorie portano al nostro Paese, ricordiamoci che, nel 2026, insieme con Cortina, Milano ospiterà i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali. 

Esistono tre possibili approcci a una manifestazione di tale portata. 

Quello di chi se ne tira fuori e forse tifa intimamente per un insuccesso, sperando nella conferma della tesi disfattista secondo cui, qui in Italia, non siamo comunque capaci di gestire i grandi eventi e tutto si risolve in uno spreco. La tesi del No-Expo, No-Olimpiadi, No-Tutto a prescindere, insomma.

Quello burocratico-minimalista che si preoccupa esclusivamente del buon funzionamento dell’evento in sé e per sé, organizzando l’accoglienza dei visitatori e puntando solo a capitalizzare gli indubbi vantaggi, in termini di immagine, offerti da una gestione efficiente dell’evento. 

C’è, poi, una terza via, quella che si concentra anzitutto sulla legacy dell’evento, ossia sull’eredità che esso lascerà alla città e al Paese tutto, in termini di crescita non solo economica ma anche sociale e culturale. Questo è l’approccio ai Giochi Olimpici invernali del 2026 che dobbiamo volere per Milano. 

Se, dunque, la domanda non deve essere solo – e tanto – come Milano affronterà i Giochi del 2026, bensì quale volto avrà la città quando questi si saranno conclusi, credo che uno dei tratti caratteristici di quel volto debba essere l’accessibilità. 

Solo una città davvero accessibile, infatti, consente a ciascuno di sviluppare il proprio potenziale e di condividerlo con la collettività, rendendolo un moltiplicatore di ricchezza comune. E proprio Milano è la metropoli italiana in cui un tale processo può essere promosso quasi naturalmente, quale proiezione della stessa storia di una città in cui la capacità di assimilazione delle diversità, l’apertura alle innovazioni e il dinamismo delle trasformazioni hanno da sempre contribuito a sviluppare nei suoi abitanti un forte senso di cittadinanza e di volontà di partecipazione alla creazione di un benessere collettivo diffuso.

L’accessibilità e la progettazione universale dovranno, quindi, essere i requisiti fondamentali, i paradigmi progettuali di ogni opera che da qui in poi realizzeremo a Milano, per renderla una città modello, attrattiva e proiettata nel futuro, vero e proprio hub nazionale del turismo accessibile.  

Questa può e deve essere la legacy di Milano-Cortina 2026.

In tal senso, è fondamentale guardare all’esperienza dei Giochi Olimpici di Londra 2012, definiti a ragione i più accessibili di sempre. Per la prima volta nella storia olimpica, infatti, Londra 2012 fu impostata dai suoi organizzatori come un evento esemplare dell’accessibilità, assunta a tema chiave dei Giochi stessi, ma anche a standard essenziale di tutto quanto si fosse realizzato nella capitale del Regno Unito da lì in poi. Questo portò a un impegno che coinvolse concretamente tutta l’amministrazione nella “costruzione” di una piena accessibilità, per meglio accogliere atleti e turisti, con e senza disabilità: non solo si ampliarono i marciapiedi, si installarono rampe e i mezzi di trasporto furono resi sempre più accessibili alle persone con disabilità motoria e sensoriale, ma tutti i nuovi edifici furono progettati applicando i criteri dello Universal Design, e furono predisposte piattaforme e portali per l’accessibilità di alberghi, banche e di tutti gli altri servizi di cui potesse avere bisogno un residente o un visitatore.

Il volto di Londra da allora cambiò e non è stato un caso, ma il risultato di uno sforzo mirato e concertato con il Comitato organizzativo dei Giochi. 

Milano parte già col piede giusto. Infatti, può far tesoro dell’esperienza molto positiva di Expo sotto questo profilo e dei rilevanti passi avanti compiuti negli ultimi anni. Dall’adozione del Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), all’istituzione del Tavolo Permanente sull’accessibilità-Monitoraggio e Innovazione in cui sono rappresentate tutte le Direzioni dell’amministrazione e che è volto proprio a garantire l’implementazione del PEBA. Fino ai progetti di cooperazione con le più importanti realtà cittadine impegnate in materia di disabilità e accessibilità portati avanti in questi anni: tra gli altri, la creazione del CRABA – Centro Regionale per l’Accessibilità e il Benessere Ambientale, nato dalla collaborazione tra Comune di Milano, Fondazione Cariplo e Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità) e il progetto Gioco al Centro – Parchi gioco per Tutti – https://www.fondazionecomunitamilano.org/fondi/gioco-al-centro-parchi-gioco-per-tutti/, avviato nel 2018 dalla Fondazione di Comunità Milano – Città, Sud Ovest, Sud Est, Martesana insieme al Comune, con il coinvolgimento di numerose e autorevoli associazioni, volto a realizzare aree attrezzate accessibili con giostre e giochi inclusivi nei parchi pubblici dei 9 Municipi della città.

È anche grazie a questi sforzi che il Comitato paralimpico internazionale ha giudicato la nostra città idonea a ospitare i Giochi invernali del 2026.

Oggi, possiamo dare una profonda accelerazione a questo percorso, inevitabilmente rallentato dall’emergenza pandemica. Di fronte a noi, infatti, vi è una straordinaria congiuntura astrale: la imperdibile occasione di sfruttare la concomitanza tra Recovery Plan e Olimpiadi invernali 2026 per costruire fino in fondo una città non solo più vivibile per le persone con disabilità, ma anche più semplice per tutti coloro che devono essere sostenuti nella mobilità: anziani, donne in gravidanza, genitori con figli piccoli in carrozzina, turisti con bagagli e così via.

Una Milano così, senza più barriere, potrà essere non solo città modello di inclusione, ma anche un importante traino per l’economia italiana, considerato come il turismo accessibile rappresenti una risorsa potenziale ancora in gran parte inespressa nel nostro Paese (nel 2018 l’Unione europea ha stimato come la carenza di accessibilità delle strutture turistiche porti a una perdita di mercato potenziale di almeno 400 miliardi, e l’Italia si colloca agli ultimi posti della classifica. Ciò produce ingenti perdite economiche, stimate attorno al 20 per cento del fatturato annuale).

Milano è la capitale del design e dispone di tutti i talenti necessari per una trasformazione così radicale. Occorre solo che la politica, ora più che mai, operi in modo tale da consentirle di mettere in campo “coraggio d’impresa, creatività, fantasia e cultura” – come auspicato di recente dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all’inaugurazione del Salone del Mobile di Milano – per la creazione di una città più accessibile, giusta, bella e ricca.

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