Antonioni a LinateIl mondo in cui non si dice “cis” e quello in cui si dice “papogenitoriale”

Gentile coppia di due papà indignata per i controlli aeroportuali effettuati da gente a digiuno di gender studies, a parte il fatto che in Italia si è preferito fare una legge per punire chi offende gli omosessuali, invece che una per permettere loro di avere figli, veramente pensate che il fatto che un bambino esca per forza da una donna sia la pregiudiziale convinzione del doganiere ignorante?

Photo by Isaac Quesada on Unsplash

L’incomunicabilità di Antonioni era niente, rispetto a un mondo in cui tutto è gratis, anche (specialmente) i video e gli articoli in lingue che non capiamo, su società che non ci somigliano, e che tuttavia scatenano in noi un desiderio mimetico del tutto privo di percezione del ridicolo.

Avete mai provato a dire «cis» fuori dall’internet? Mica dico al fruttivendolo, che giustamente chiamerebbe i vigili urbani. Provate a dire «cis» – una parola che chi frequenta troppo i social s’è convinto sia d’ordinario utilizzo – in una conversazione con un professore universitario, con una dottoressa, con un avvocato, con una maestra, con un industriale, con una stilista.

Provate a dire a una persona contemporanea e mediamente informata che esiste una parola per dire che sei nato maschio e tale sei rimasto, che sei nata femmina e non hai obiezioni, e che questa parola – sillaba, particella, sussulto: cis, insomma – viene abitualmente usata da gente che ritiene il dire «uomo» o «donna» (non parliamo poi d’un generico «persona») non basti.

Provate a dire «cis», e scoprirete Antonioni: non solo non sanno cosa significhi, non l’hanno proprio mai sentito dire.

Scoprirete, quindi, che esistono due mondi. E la divisione non è tra chi ritiene che «cis» sia una specificazione indispensabile, e chi prende per il culo questo tic, e per farlo usa questa parola quasi altrettante volte. La divisione è tra il mondo reale, dove tutto ciò non è mai stato avvistato all’orizzonte, e sostenitori e detrattori del postmoderno che, quale che sia la loro tifoseria, si parlano comunque tra loro, e risultano incomprensibili a chi abbia un lavoro vero (fuori dai social, fuori dai giornali, fuori da “Un americano a Roma”).

Pensavo ai due mondi mentre guardavo la nuova puntata di “The Morning” Show, in cui Reese Witherspoon viene dalla profonda provincia, ha quarant’anni ma la madre ancora non le ha perdonato l’aborto di quando ne aveva venticinque, e adesso – che vive a New York e lavora in tv – i rotocalchi scandalistici scrivono che ha una storia con una donna. Ripensavo a quel mondo che non ha mai sentito «cis» mentre il personaggio del fratello dice alla provinciale che ha telefonato la mamma: «Vuole sapere come hai fatto a restare incinta essendo lesbica».

Pensavo ai due mondi – che sono due anche dentro l’America: il nostro desiderio mimetico riguarda New York, mica l’Ohio – mentre leggevo lo scandalo del weekend. Carlo Tumino e Christian De Florio sono una coppia milanese che ha avuto due gemelli da una madre surrogata. Li hanno avuti negli Stati Uniti, giacché in Italia si è preferito concentrarsi su una legge che punisse chi usa brutte parole verso gli omosessuali, invece che su una che permettesse loro d’essere cittadini come tutti gli altri, ovvero di poter avere figli.

Tumino e De Florio hanno fatto della loro famiglia («papogenitoriale», la chiamano, sfatando con una sola scelta lessicale tutti i cliché sul gran senso estetico degli omosessuali) una militanza (“Papà per scelta” è una pagina Facebook nonché un libro). Non è quindi strano che abbiano deciso di drammatizzare un episodio successo all’aeroporto di Linate.

I due, secondo la loro stessa ricostruzione, sono stati fermati ai controlli da poliziotti preoccupati di chi fossero i genitori dei due treenni perché «siamo in Italia», e – per quanto in questi casi sia consigliabile posizionarsi dalla parte di chi urla alla discriminazione – vorrei sacrificarmi e svelare a loro e a chi indignato li ha difesi sui social (un migliaio di condivisioni mentre scrivo queste righe) che «“siamo in Italia” e non è possibile “che due bambini abbiano due papà”» è un dato fattuale.

Vi dirò di più, cari militanti: la gestazione per altri è il tabù su cui nel Paese di cui siete cittadini convergete tutti. Le femministe, che la considerano una forma di schiavismo che opprime le gestanti (invece pulire i gabinetti e tutt’una serie d’altri lavori da farsi col corpo sono l’ambizione che avevamo tutte da bambine); i militanti LGBT e altre consonanti, che s’offendono moltissimo se qualcuno insinua che una qualsivoglia apertura di diritti possa condurre a legalizzare la gestazione per altri; la destra, chettelodicoaffa’.

E infatti quei due bambini siete dovuti andare a procurarveli altrove. Prima o poi tornerà dall’estero un maschio popstar gay con un figlio che s’è procurato altrove, e quel giorno il fenomeno forse arriverà a quel grado di popolarità per cui lo conoscono anche i doganieri (un po’ come la transessuale a “Uomini e donne”: il pop può là dove neppure Vendola arriva); ma fino ad allora è normale (cioè prevedibile, ovvio, ordinario) che un poliziotto di frontiera vi tratti come una stranezza.

In questi giorni in America c’è gran scandalo per un monologo di Dave Chappelle trasmesso su Netflix. A un certo punto Chappelle dice una cosa per cui i citatori a casaccio di Simone de Beauvoir (quelli che, beato analfabetismo che legge la citazione da Baci Perugina e non il testo integrale, pensano che «non si nasce donna: lo si diventa» fosse una frase che accoglieva le transessuali, e non il contrario) inorridiscono. Dice Chappelle che non c’è scampo: per nascere siamo passati tutti tra le gambe d’una donna.

(Curiosamente s’offendono i maschi convertiti in femmine e non chi è nato da cesareo).

Ecco, gentile coppia indignata per i controlli aeroportuali effettuati da gente senza un master in gender studies: chiedere (mi fido delle parole da voi riportate) «Dov’è la madre? Li avete adottati? Da dove sono usciti?» non sarà raffinatissimo, ma è l’ovvio portato dell’aver studiato biologia alle medie.

Capisco il fastidio, ma definire tutto ciò «violenza del pregiudizio, frutto di ignoranza, insensibilità e convinzioni personali», sebbene perfetto per risultare a breve termine le vittime del giorno e prendere molti cuoricini social, sul medio periodo diventa una barzelletta: veramente pensate che il fatto che un bambino esca necessariamente da una donna sia l’ignorante e pregiudiziale convinzione personale del doganiere italiano e del comico americano?

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