Trent’anni dopoIl duello tra il Cavaliere e il Professore, eterna condanna di un sistema malato

Berlusconi assicura, senz’ombra di ironia, che il bipolarismo «ha garantito il ricambio della classe dirigente» e «una competizione sana», Prodi ripete da tempo lo stesso. Entrambi sognano il Quirinale, ma dimostrano che è ora di voltare pagina

LaPresse Torino/Archivio Storico

Intervenendo a un convegno di irriducibili nostalgici della Democrazia cristiana capitanati da Gianfranco Rotondi, l’ottantacinquenne Silvio Berlusconi ha dichiarato ieri che, grazie alla sua famosa “discesa in campo”, dal 1994 l’Italia ha un sistema bipolare, in cui l’alternanza tra centrodestra e centrosinistra «ha garantito il ricambio della classe dirigente e una competizione sana sui programmi». E già qui bisognerebbe fermarsi un attimo, come fanno i bravi comici quando vogliono dare al pubblico il tempo di capire la battuta. Se non fosse che è tutto tragicamente vero.

E in pratica è anche lo stesso discorso – questo intorno al ruolo fondamentale avuto negli ultimi tre decenni dal bipolarismo di coalizione nel garantirci un sistema politico ben funzionante e un sano ricambio della classe dirigente – che da qualche settimana va ripetendo l’ottantaduenne Romano Prodi, mentre presenta la sua autobiografia fresca di stampa, in una sequenza mozzafiato di interviste a giornali e televisioni coincisa millimetricamente con l’inizio del semestre bianco (come conferma il fatto che in ogni intervista non manchi mai la domanda su una sua possibile candidatura al Quirinale, puntualmente smentita dall’interessato).

Sta di fatto che al centro del dibattito ci sono ancora loro, Berlusconi e Prodi, fermamente decisi a difendere fino all’ultimo quel bipolarismo di coalizione che ha garantito così bene il ricambio della classe dirigente da lasciarli ancora lì al centro dell’arena, pronti a sfidarsi per la presidenza della Repubblica, dopo essersi sfidati per due volte per Palazzo Chigi, a ben venticinque anni dalla prima volta.

Non credo esista un solo Paese al mondo, oltre l’Italia, in cui l’alternanza, il confronto sui programmi e il ricambio della classe dirigente abbiano prodotto un simile rinnovamento, con gli stessi due personaggi a contendersi la guida del Paese per quasi un trentennio, a intervalli di circa dieci anni.

Al tempo della loro prima sfida, nel 1996, il cancelliere tedesco si chiamava ancora Helmut Kohl, a Downing Street c’era John Major, mentre il primo ministro spagnolo era Felipe González. Figure che i ventenni di oggi hanno più probabilità di trovare nei libri di storia che sui giornali dei rispettivi Paesi.
Quanto gli altri leader politici e gli osservatori più o meno di parte credano davvero alle manovre berlusconiane o alle chance del Professore per il Quirinale, magari dopo la centoquarantesima votazione andata a vuoto, conta relativamente. Quello che fa impressione è che siamo ancora qui a parlare di loro, delle loro aspirazioni e delle loro rivalse, nel pieno di una pandemia e dinanzi a una crisi economica mondiale, come se non avessimo altro di cui preoccuparci.

Negli stessi retroscena in cui oggi si tracciano scenari sulla scelta del prossimo capo dello Stato, si dice che l’eventuale cambiamento della legge elettorale sarà possibile solo dopo l’elezione del nuovo presidente, e sarà verosimilmente parte dello stesso accordo politico. Tra tante altre ragioni per spezzare il vincolo del bipolarismo di coalizione e tornare al proporzionale, forse dovrebbe bastare proprio questa, che tutte in fondo le riassume e le rappresenta: lo spettacolo d’arte varia dei due antichi duellanti – sceneggiatura di Joseph Conrad, regia di Pier Francesco Pingitore – che vanno avanti a dispetto del mondo e della sorte, mentre l’intramontabile Clemente Mastella torna ad alzare la voce dalla sua Benevento appena riconquistata, già pregustando le future trattative a doppio taglio, ovviamente con entrambi i poli.

Non so voi, ma io di tutto questo rinnovamento della politica e delle classi dirigenti direi che ne abbiamo avuto abbastanza.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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