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Lavori da sognoL’onda blu degli investimenti europei e le nuove professioni del mare

Il Green Deal dell’Europa prepara il piano di ripartenza post-pandemia, ponendo al centro dei suoi investimenti il settore della blue economy. In Italia le nuove generazioni scelgono sempre di più le “lauree blu” e aumentano le possibilità occupazionali

(Unsplash)

Un mare di idee per combattere un oceano di problemi. L’Europa e il mondo intero si preparano a fronteggiare la sfida più grande del nostro tempo: il cambiamento climatico. E lo fanno partendo proprio dal mare.

Perché investire sul blu?
In passato furono la primordiale “culla” della vita sulla Terra e senza di loro oggi non esisteremmo, ma gli oceani continuano a essere essenziali per la nostra sopravvivenza anche nel presente. Basti pensare che il 90% dell’aumento di calore generato dal surriscaldamento globale fino ad oggi è stato assorbito dal mare che, riscaldandosi, sottrae un terzo delle emissioni totali di anidride carbonica.

E non solo: sempre dal mare arriva il 50% dell’ossigeno della nostra atmosfera. In pratica, ci regala un respiro su due. Più salgono le temperature degli oceani, più questi si acidificano, danneggiando la catena alimentare, distruggendo gli habitat naturali e causando una progressiva diminuzione della vita sottomarina. In parole povere, meno cibo per l’uomo.

Attualmente l’oceano costituisce una fonte continua di proteine in grado di soddisfare il fabbisogno di due miliardi di persone, ma cattive pratiche come il sovrasfruttamento delle risorse ittiche e la pesca intensiva nel tempo hanno minato la sostenibilità degli ecosistemi marini, causando migrazioni e la scomparsa di intere popolazioni di pesci in tutto il mondo.

Per non parlare della plastica: nel 2021 ogni anno ne finiscono in mare 8 milioni di tonnellate (una tonnellata ogni quattro secondi) e l’ingerimento di microplastiche da parte di animali e microrganismi marini finisce col portare la plastica, di fatto, anche sulla nostra tavola.

Oceani più caldi significano, inoltre, un incremento del volume delle acque e il progressivo scioglimento dei ghiacci. Tradotto, vuol dire innalzamento del livello dei mari, un fenomeno destinato a danneggiare tra gli 80 e i 100 milioni di persone residenti nelle aree costiere, condannate a esser sommerse dalle acque entro il 2100. Ma non finisce qui, un oceano più caldo comporta anche eventi atmosferici sempre più frequenti ed estremi: un vero e proprio “carburante per le tempeste”, che contribuisce in parte ad aggravare i violenti effetti di tropicalizzazione dovuti al cambiamento climatico.

Lauree e professioni del Mare Nostrum
Secondo l’ultimo rapporto dell’Assemblea europea mediterranea, la temperatura nel Mare Mediterraneo cresce del 20% in più rispetto a tutti gli altri mari del mondo. Negli ultimi anni, questo ha comportato enormi cambiamenti, come l’arrivo di innumerevoli specie tropicali e lo stravolgimento degli habitat marini autoctoni. Ma non solo: ogni minuto nel Mediterraneo si scaricano 32.500 bottiglie di plastica e le conseguenze del cambiamento climatico hanno già iniziato a ripercuotersi anche nel nostro Paese.

Una vera e propria emergenza quella del Mare Nostrum, che bagna con le sue acque circa 7.500 chilometri delle nostre coste e lega intrinsecamente storia, cultura e tradizione della nostra nazione. Ed è proprio pensando al domani che l’Italia, sulla scia dell’onda blu europea, si muove verso politiche e investimenti che pongono il nostro mare in primo piano, in ottica futura.

Si chiama economia blu ed è il sinonimo definitivo della vera sostenibilità: un settore variegato che offre sempre più sbocchi professionali e che vede nascere ogni anno lauree sempre più diversificate e specializzate nel nostro Paese, confermando un trend positivo sia nell’entusiasmo degli studenti per numero di iscrizioni, sia nel mercato del lavoro per opportunità occupazionali.

Le vecchie e nuove “lauree del mare” stanno attraversando un periodo fertile – destinato a perdurare nel prossimo futuro – grazie alla campagna di investimenti “blu” lanciata dall’Europa per la ripresa post-pandemica.

«Rispetto al passato, c’è una maggiore diversificazione della formazione del settore e anche una maggior richiesta da parte dei datori di lavoro, in Italia – dove però ancora si fa fatica – e soprattutto all’estero», racconta Giorgia Gioacchini, docente di Biologia della riproduzione dei vertebrati marini presso l’Università Politecnica delle Marche, dove dal 2003 è presente un corso di laurea magistrale europeo (con possibilità di doppia lingua) in biologia marina.

Nato dalle ceneri del corso di scienze biologiche, questo percorso di studi l’anno scorso, malgrado la pandemia, ha confermato l’andamento positivo del suo numero di iscritti, registrando ben 221 studenti nel 2020 (di cui circa il 50 per cento stranieri) contro i 171 del 2019.

Le potenziali figure professionali sono diverse: zoologi, biologi, botanici, ecologi, naturalisti, guide ambientali. E molteplici sono anche gli sbocchi lavorativi, sia nel pubblico che nel privato: enti di ricerca, aree marine protette, consulenza ambientale.

«È presente anche un comitato di indirizzo, istituito dall’università assieme ai rappresentanti delle aziende, che permette ai ragazzi di vedere cosa li aspetti nel mondo del lavoro e offre una preziosa occasione di confronto e di suggerimenti», continua Gioacchini. «Si possono svolgere tirocini in diverse strutture come centri di acquacoltura, centri di ricerca, centri di recupero per organismi marini, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) o il Cnr. Mentre, per quanto riguarda le borse di studio, ci sono sia i progetti Erasmus (Stoccolma, Vergen, Oslo, Valencia, Genova…) che il CampusWorld extraeuropeo (Australia, Stati Uniti, Sud Africa, Madagascar…)».

Tra le attività sul campo, compare anche la possibilità di seguire un corso gratuito a numero chiuso di subacquea per ottenere un brevetto base (Open Padi) ed effettuare immersioni. Vengono effettuate anche escursioni nella locale riviera del Conero, con il laboratorio mobile situato sulla imbarcazione in dotazione “Actea”. Nell’istituto sono presenti anche dei laboratori-acquari.

Un’altra realtà interessante è rappresentata dall’Università di Padova, dove quest’anno è stato istituito il nuovo corso di laurea magistrale internazionale di Marine Biology, presso la sede di Chioggia. «Oggi il mercato sta cambiando e ci sono buone possibilità sia in Italia che all’estero», afferma Laura Airoldi, docente di Practical Marine Ecology. «Nonostante il drammatico impatto della pandemia e tutte le difficoltà che essa ha comportato, quest’anno abbiamo registrato un aumento di oltre il 200% degli studenti stranieri iscritti rispetto al 2020. È un buon segnale di ripresa».

Il corso prepara diverse tipologie di professionisti del domani: sia biologi marini, sia addetti al settore della riqualificazione ambientale che della pesca sostenibile, ecc. «Tra le possibili destinazioni occupazionali si va dalle grandi aziende del blue market alle associazioni private, agli enti pubblici e comunali o ai centri Arpa e così via. I nostri studenti effettuano diverse attività sul campo come monitoraggi di beach litter, facendo il punto della situazione sull’inquinamento delle spiagge locali o campionamenti in ambienti diversi».

Dal 2016 anche la Lombardia offre un corso di laurea magistrale internazionale in Marine Sciences presso l’Università di Milano-Bicocca, presieduto da Daniela Basso, docente di Geologia marina. Qui si formano i sustainability manager “marini”, specializzati nella gestione delle risorse e nella sostenibilità, due elementi a cui le aziende oggi fanno molta più attenzione rispetto al passato.

«L’anno di apertura contavamo 25 iscritti in totale, mentre ad oggi gli studenti ammessi alla selezione per accedere al prossimo anno accademico sono 60, di questi il 25-30% viene dall’estero», racconta Basso.  «La competizione è molto alta e la maggior parte degli iscritti sono ragazze. In media conseguono risultati davvero eccellenti: una delle nostre migliori studentesse si è aggiudicata uno stage presso Unesco Italia e ha preso anche parte alla PreCop26 (la conferenza preparatoria della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ndr) tenutasi a Milano a fine settembre».

Ma la lontananza dal mare per l’istituto lombardo è solo apparente: i moltissimi tirocini, gli Erasmus e le tante collaborazioni internazionali disponibili permettono sia di completare le proprie tesi sperimentali direttamente sul campo che di accumulare importanti esperienze. Tra le principali mete ricordiamo Norvegia, Grecia (Atene), Messina, Spotorno, il MaRHE Center nelle Maldive, le isole Seychelles, gli studi sugli squali balena nel piccolo stato del Gibuti nel Corno d’Africa. O ancora le collaborazioni con l’area marina protetta di Villasimius in Sardegna, con l’università di Utrecht, con il Fondo integrativo speciale per la ricerca (FISR) e con l’istituto Oikos in Mozambico.

«In Italia i professionisti preparati ci sono», dice Basso. «Ma non si può delegare la gestione degli ambienti marini ai privati, bensì andrebbe affidata agli enti istituzionali locali».

Al polo di Ostia dell’Università di Roma Tre, invece, quest’anno la laurea triennale in Ingegneria delle tecnologie per il mare – istituita nel 2018 – ha iniziato a dare i suoi frutti, sfornando prematuramente già il suo primo laureando lo scorso luglio, al quale seguiranno altri dieci studenti nel mese di ottobre. Una laurea che si distingue dalle altre classiche “lauree del mare” per la forte impronta ingegneristica e che offre carriere in settori come le energie rinnovabili, la robotica marina o la tutela delle coste, sia in ambito pubblico che privato, ovvero Arpa, ong, enti e istituzioni, associazioni…

«Si tratta pur sempre di una laurea in ingegneria. Una branca molto duttile che offre maggiori sbocchi e offerte di lavoro», commenta Leopoldo Franco, docente di Coastal and harbour engineering. «Al primo anno il corso ha avuto 140 iscritti, mentre nel 2019 e nel 2020, malgrado il Covid, non si è mai scesi sotto i 100. E sebbene lo stereotipo vorrebbe una maggioranza maschile per lauree di questo tipo, ogni anno abbiamo registrato una discreta presenza anche del genere femminile, con un 40% di ragazze iscritte su almeno 100 studenti».

Gli studenti effettuano anche visite in porti, cantieri navali e litorali dell’ambiente costiero. Da quest’anno è disponibile per i laureandi anche l’accesso ai successivi due master di specializzazione – sempre istituiti nel 2018 – che approfondiscono e completano il percorso della laurea triennale: ingegneria meccanica per le risorse marine e Sustainable coastal and ocean engineering.

L’offerta formativa che presenta forse il maggior numero di lauree collegate al mondo marittimo a livello nazionale è sicuramente quella del Centro del Mare dell’università di Genova, presieduto da Michele Viviani, nato nel 2019. Qui è possibile scegliere tra cinque diverse lauree di primo livello e ben sette di secondo livello, che coinvolgono circa 2.800 studenti e 400 tra docenti e ricercatori.

«Ormai la sostenibilità non è più solamente ambientale, bensì va intesa ad ampio spettro», spiega Viviani. «Oggi assistiamo alla nascita di molte nuove figure professionali ed è adesso che serve dare il cambio di passo decisivo, mettendo le nuove competenze emergenti a disposizione della società».

Con cifre simili la varietà di materie toccate, competenze e possibilità professionali sono innumerevoli, così come i tirocini e le esperienze sul campo, distribuite sia nel territorio del Mediterraneo che all’estero: un esempio su tutti, quello delle Maldive.

In generale, il bilancio occupazionale degli iscritti è sempre rimasto in positivo, facendo registrare una crescita costante nel tempo: «In ingegneria navale e management portuale, a un anno dalla laurea il 70% degli studenti ha già un’occupazione, con punte massime dell’80-90%», conclude Viviani. «Mentre a tre anni lavora il 95%».

Al complesso di Monte Sant’Angelo presso l’Università di Napoli Federico II si può conseguire una laurea magistrale in Marine biology and aquaculture – una delle prime lauree internazionali istituite in Italia. Secondo Anna Di Cosmo, docente del corso, «negli ultimi anni è emersa una maggiore sensibilità verso le risorse marine da parte delle famiglie e degli studenti», testimoniata dalla costanza dei numeri degli iscritti negli anni. «Persino l’anno scorso, durante la pandemia, nonostante tutte le difficoltà dovute alla didattica a distanza, i fusi orari e i problemi con le ambasciate, per quanto riguarda gli studenti stranieri abbiamo raggiunto i 31 iscritti: per noi è un successo».

Il corso forma studiosi e manager della biodiversità e offre anche un corso gratuito di scientific diving, grazie al quale è possibile ottenere un brevetto subacqueo base o un brevetto Advanced. Oltre alla prestigiosa collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, l’università offre diversi Erasmus e tirocini in centri oceanografici e strutture sparse in Europa e nel mondo: l’istituto Ifremer – vicino Brest – in Francia, lo Whitney Laboratory for Marine Bioscience institute in Florida, o ancora Svezia, Croazia, Portogallo.

«Siamo una nazione con una profonda vocazione per il mare storica e culturale», conclude Di Cosmo. «Fino a poco tempo fa le forze politiche lamentavano la mancanza di professionisti “del mare” formati dalle università. Ora però è la politica a doversi attivare, soprattutto nella creazione di nuovi posti di lavoro. Altrimenti è inevitabile che i ragazzi cerchino e trovino più occasioni all’estero».

A Trieste, infine, è presente una laurea specialistica in Ecologia dei cambiamenti globali, aperta ogni anno a 20-25 studenti. «Qui c’è una lunga tradizione di studi che si era un po’ persa, ma ora si sta investendo molto sui giovani e sulla ricerca», dice Antonio Terlizzi, docente ordinario di zoologia e biologia marina all’università di Trieste. «Il mare di Trieste è l’ideale per le osservazioni: questo perché avvengono fortissime escursioni termiche e si ottiene l’acqua più calda e più fredda del Mediterraneo».

La risposta dell’Europa
«Per essere veramente green, dobbiamo pensare blue». Con queste parole Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per la pesca e gli affari marittimi, nel maggio scorso commentava il nuovo approccio del Green Deal europeo verso un’economia blu sostenibile. Non a caso, al centro del Next Generation Eu è stata posta proprio la blue economy, un business che raggiungerà globalmente nel 2030 un valore annuo di 3.000 miliardi di dollari soprattutto a seguito del duro colpo inferto dal Covid all’economia marittima (dati Ocse).

Dalla pesca all’acquacoltura, dal turismo costiero al trasporto marittimo, fino ad arrivare all’ingegneria navale e alle attività portuali: tutti i diversi settori dell’economia blu avranno il compito di ridurre il proprio impatto climatico nei prossimi anni.

Per poter realizzare questa transizione sostenibile in ambito marino, sarà necessario investire su nuove tecnologie e tecniche innovative – in tal senso anche il programma Horizon Europe 2021-2027 contribuirà con il 35% delle missioni dedicate agli oceani – come l’energia ricavabile dal moto ondoso e dalle maree, la bioeconomia e la produzione di alghe come fonte di proteine alternativa, le più moderne attrezzature da pesca, la lotta all’erosione delle coste per ridurre il rischio di alluvioni e inondazioni, la restaurazione degli ecosistemi marini.

Un mix di energie sostenibili ottenute sia da fonti termiche ed eoliche sia ricavate dal moto ondoso e dalle maree potrebbe generare da solo un quarto dell’elettricità di tutta l’Europa nel 2050. O ancora: riuscendo a proteggere il 30% delle aree marine europee, saremmo in grado di invertire il processo di perdita della biodiversità e ripopolare le nostre riserve ittiche.

In questo modo si creeranno anche nuovi business e nuove professioni, generando sia benefici economici che sociali e avvicinandosi sempre più a un modello di economia circolare sostenibile.

Per raggiungere i principali obiettivi imposti dal Green Deal della neutralità climatica e delle emissioni zero, sarà determinante anche proseguire verso la completa dismissione delle piattaforme offshore e, soprattutto, completare la decarbonizzazione del trasporto marittimo.

Con questi obiettivi, la Commissione europea e la Banca europea per gli investimenti aumenteranno il loro sforzo congiunto per promuovere un’economia blu sempre più sostenibile, collaborando con gli Stati membri per contribuire ai finanziamenti.

Un altro strumento utile dell’Unione Europea è il Maritime Forum, una piattaforma online che permette di coordinare il dialogo tra operatori offshore, stakeholder e scienziati del settore marittimo. Presenti al suo interno anche strumenti utili come la piattaforma BlueInvest e il BlueInvest Fund, con cui la Bei ha dato via, già nello scorso gennaio, al primo programma di finanziamenti in assoluto del settore della blue economy, pari a 45 milioni di euro distribuiti in tutto il continente.

Il mercato della Blue Economy
Secondo lo Eu Blue Economy Report, nel 2018 le persone impiegate nel settore della blue economy si avvicinavano ai 4,5 milioni, per un giro d’affari complessivo di 650 miliardi di euro.

Prima della pandemia, settori come la pesca e l’acquacoltura generavano profitti pari a 7,3 miliardi di euro, con un aumento del 43% rispetto ai valori del 2009, mentre il settore dell’estrazione di risorse non biologiche (petrolio, gas e minerali) proseguiva la sua crisi occupazionale, con un calo del 60%.

Il turismo costiero che dal 2015 al 2018 registrava un aumento del 45% dell’occupazione, con l’arrivo del Covid ha visto calare le proprie attività del 60-80%, così come i cantieri navali di tutta Europa, colpiti da un calo degli ordini del 62%. Unico superstite illeso è il settore delle energie rinnovabili, con in particolare l’eolico offshore, rimasto in forte crescita negli ultimi anni.

L’avvento della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica sta radicalmente trasformando anche il settore marittimo in ogni suo aspetto: dal monitoraggio del territorio all’allevamento, dalla ricerca scientifica fino alla robotica. Quest’ultima, secondo le previsioni, vedrà raddoppiare il proprio valore di mercato entro il 2025.

Anche il commercio marittimo è stato una delle grandi vittime della pandemia, un mercato cruciale dove ad oggi si muove il 90% delle merci mondiali (dati Ispi). I problemi erano già iniziati nel 2017 con le guerre dei dazi tra Cina e Stati Uniti – e successivamente anche Europa, con annesse incertezze post-Brexit – tanto che nei due anni successivi venne registrata una perdita del commercio globale pari a oltre 10 miliardi di dollari (Global Trade Alert). Con la pandemia il commercio marittimo mondiale a fine 2020 ha fatto segnare un -4,1% e un calo pari all’1,9% dei container nel trasporto via mare.

Nonostante questo, la flotta mercantile mondiale aumenterà del 2,9%, con sempre in testa Cina, Giappone e Grecia come Paesi proprietari di navi da carico. La ripresa del 2021 parla di un aumento del 4,8% per un totale di quasi 12,1 miliardi di tonnellate di carico, appena al di sopra dei livelli del 2019 (dati Unctad – Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo).

In Italia, a causa del Covid-19, il mancato contributo all’economia del turismo crocieristico a fine 2020 è stato pari a 1 miliardo di euro. A fine anno, i passeggeri movimentati nei porti nazionali sono circa 800 mila, il 93,5% in meno rispetto al 2019 (mai così male dal 1993).

Malgrado tutto, c’è ottimismo per il futuro, tanto che nel triennio 2021-2023 si stimano nuovi investimenti per più di 500 milioni di euro. D’altronde il Covid-19 ha dimostrato che il trasporto marittimo è la modalità più economica ed ecologica di commercio a livello globale ed è destinato a ricoprire un ruolo chiave nella fase di ripresa economica futura, diventando sempre più green.

Nel decennio 2008-2018, le emissioni di CO2 del settore sono diminuite di quasi il 20% e dal 1 gennaio 2020 il tenore di zolfo nel combustibile a uso marittimo è stato ridotto di ben sette volte in ambito globale, passando dal 3,5 allo 0,5%.

È il trasporto marittimo, che non si è mai fermato, ad assicurare oggi gli approvvigionamenti necessari alla sopravvivenza, a partire dai prodotti alimentari, dall’energia e dalle materie prime, fino ad arrivare alle forniture mediche. Ciò è particolarmente vero per l’Italia, Paese povero di materie prime e grande esportatore di manufatti.

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