Populismo a reti unificateLa par condicio è rimasta nell’aria come un droplet. E sui vaccini fa danni enormi

Grazie a un uso malinteso e sadico del meccanismo “pluralista” introdotto quando un certo tycoon si dedicò alla politica, i conduttori dei talk show modello Speakers’ corner hanno creato una galleria di mostri. E vabbé. Però, almeno sul Covid, servirebbe un po’ di autocontrollo

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Fa bene Christian Rocca a perdere la pazienza e usare il telecomando per evitare a sé stesso la tortura dei talk show – di tutte le reti, ma qualcuna è più zelante – che sono diventati il caravanserraglio del populismo che avanza, inteso come cibo avanzato, dopo l’abbuffata di osceno e di improbabile che già tanti danni ha fatto quando la luna del populismo era crescente o piena. Ma la luce azzurrina resta accesa ugualmente in milioni di case, anche dopo un assennato click che mette fine allo strazio.

Finché si parla di argomenti vari ed avariati – Silvio Berlusconi al Quirinale, Matteo Salvini che chiede in tv cose che non ha chiesto in Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte che racconta banalità non avendo avuto (nella vita) tempo per prepararsi – la cosa male non fa, o meglio ne fa poco. Ma confondere le idee alla casalinga di Voghera su vaccino sì e vaccino no, qualche ricaduta di valore generale ce l’ha, e forse almeno un richiamo alla responsabilità ci vorrebbe.

Utilizzare il bilancino della par condicio in materia vaccinale è qualcosa di irresponsabile, cercare un rimedio farebbe parte dell’etica professionale. Il criterio della par condicio è il frutto avvelenato dell’epoca in cui un tycoon entrò in politica e per di più diventò presidente del Consiglio, per cui l’informazione tv fece filotto: non 3 ma 6 reti a rischio pensiero unico. Non era poi davvero così, perché il tycoon cercava voti, è vero, ma ancora di più audience, ed essendo del mestiere sapeva che per la pubblicità un menu fisso non è appetibile.

In un sistema ipocrita, che ha paura del confronto di opinioni, la medicina fu comunque quella di centellinare, millesimare l’utilizzo dello strumento, sempre nel presupposto antico che la libertà sia rischiosa. Da Fëdor Dostoevskij (il grande inquisitore) a Ettore Bernabei (il grande controllore dell’unico canale Rai) bisognava evitare lo choc del dubbio.

Ma poi il sistema si è un po’ evoluto, abbiamo oggi centinaia di canali, ed è normale che alcuni siano schierati da una parte e altri dall’altra. Si paga un prezzo a un Carnevale inguardabile, ma non è poi tanto pericoloso. C’è un canale occupato giorno e notte da un non medico che vende ricette miracolose a platee osannanti, intervistato sempre dallo stesso falso giornalista e trattandosi di salute sarebbe un problema, ma vendere placebo al massimo è una truffa.

Negli Stati Uniti nessuno si lamenta se la Fox è un tantino reazionaria. Da noi, quella “par condicio” è rimasta invece nell’aria, come il droplet, e ha infettato abitudini, pigrizie e convenienze. Non c’è la sana gioia, in campagna elettorale, di assistere a un bel confronto senza veli tra Matteo Renzi e Conte, o tra Salvini e Giorgia Meloni. Un doppio podio per dirsi tutto quello che serve a capire. No, ci vuole sempre un palco capace di ospitare per lunghezza il Bucintoro, e tutti lì a dire qualcosa prima del gong. Cinquanta secondi di slogan sbocconcellati e sotto a un altro. Cose inguardabili.

Non si può comunque applicare questo stesso metodo quando si parla di vaccini. È materia delicata, è facile disorientare e confondere. Lo telespettatore ha davanti qualcosa che viene celebrato, con pari forza e convinzione, da chi dice una cosa e da chi dice il suo contrario. Ha allora tutto il diritto di pensare che il valore è equivalente ed è umano, fortemente in linea con il mezzo tv, che possa essere attratto dal più bravo nello storytelling o nella violenza verbale.

Il conduttore pensa come al solito che la rissa equivalga a picchi di audience e lascia fare, anzi gira la manopola, il regista inquadra in modo da poter montare mezzo schermo per ciascuno dei due contendenti, e dal divano vedi e senti la materializzazione di un confronto plasticamente alla pari.

C’è poi chi è più sadico e chi più temperato. Giovanni Floris, per esempio, ha cominciato negli anni creando dal nulla (ma proprio dal nulla, in tempi non sospetti) personaggi tv come Renata Polverini o Francesca Donato o l’irresistibile Antonio Rinaldi, sempre in omaggio alla par condicio, perché la Polverini era di un sindacato di destra (merce rara), la Donato era no euro (marketing puro con un’associazione composta da due soci, lei e il marito), Rinaldi era addirittura presentato come portavoce di Paolo Savona, quando quest’ultimo, ombra di Guido Carli per una vita, direttore generale dei Confindustria, aveva sfogato vecchie frustrazioni nella scoperta dell’anti Europa.

Perfetti sconosciuti, personaggi improbabili senza un palcoscenico, portatori di pensieri deboli, votati poi da migliaia di telespettatori/elettori entusiasti perché trasformati da zucche in carrozze grazie a mago Floris. Un metodo, dunque, di successo (complimenti, potrebbe formare un gruppo parlamentare), che però assume connotati inquietanti quando si dà spazio a un monsignor Viganò che teorizza lo sterminio di massa per propiziare la vaccinazione di massa. Qui siamo in un campo in cui non si può scherzare.

C’è gente che sul divano fa zapping, o dorme e si sveglia di colpo, che ha già tanti dubbi. Vede un monsignore, o un professore, o l’inventore di Pubblicità Progresso che spiegano che il vaccino è sperimentale nonostante 3 miliardi di cavie, e si mette in allarme. Certo non ha molta voglia di farsi pizzicare il braccio. Ora che viene il difficile, cioè incolonnare di nuovo 45 milioni di italiani verso gli hub della terza inoculazione all’anno, bisognerà clonare il generale Figliuolo per riuscire a convincere le masse.

Un conduttore che di solito riesce a essere equilibrato, sempre della 7, come Corrado Formigli, l’altra sera ci è cascato anche lui. Schierato personalmente e chiaramente pro vax ha fatto intervenire (sempre la maledetta par condicio) due o tre no vax ed è finita male. L’ubiquo Matteo Bassetti di tutte le tv se ne è andato, e Formigli ha dovuto, per par condicio, chiudere il collegamento a chi festeggiava questa fuga.

Naturalmente, in un’ottica liberale, è motivo di imbarazzo criticare il confronto tra idee diverse. Lungi da noi l’idea della censura, che aggrava solo i problemi. Siamo sempre convinti che dal dibattito vengano vantaggi. Forse verranno anche da queste che sembrano accozzaglie. E certamente l’alternativa non è quella cui abbiamo assistito nei mesi della virologia à gogo, con parere scientifici tutti contrastanti. Ma affidare una operazione collettiva tanto decisiva come la campagna di vaccinazione alle obiezioni di tuttologi, filosofi, improvvisatori del pensiero non è confortante.

Ci siamo già fatti abbastanza del male. Il complottismo, il disprezzo per i fatti, per la scienza, per la preparazione, persino per i congiuntivi, ha affascinato e sedotto, almeno per un attimo (ma era un attimo importante, quello del voto), un italiano su tre. È andata male. La macchina dell’odio ha mischiato tutto e restituito molta pericolosa delusione e molto insidioso doroteismo di certi ex gilet gialli. Dunque, un po’ di autocontrollo nella comunicazione tv (sui quotidiani di carta è diverso, ma quanto incidono?) non starebbe male. Click.