Cuori e odio su TwitterDall’era della suscettibilità all’era dell’autocensura

Nel quarto incontro del sabato di Linkiesta Festival, Guia Soncini ha dialogato col disegnatore di Propaganda Live Makkox. Si è discusso di shitstorm su Twitter ed effetti sul dibattito, di “inclusività” fatta con le gogne e di un’autocensura che la dà vinta agli hater

Gaia Menchicchi

Il tema del quarto incontro della giornata di sabato del Festival de Linkiesta è la suscettibilità: un rimando diretto al libro “L’era della suscettibilità” di Guia Soncini, firma di questo giornale, che tratta, citando la sua sinossi, del fenomeno de «l’indignazione di giornata, passatempo mondiale, monopolizzatrice delle conversazioni e degli umori», e di ciò che causa nel discorso pubblico e nella produzione culturale. Con l’autrice sul palco del Franco Parenti ha dialogato Makkox, al secolo Marco D’Ambrosio, disegnatore di Propaganda Live e del Foglio.

Ma che cos’è, questa «suscettibilità»? E perché discuterne è importante, negli anni in cui i social network monopolizzano il dibattito? Secondo Makkox, Soncini «a volte scrive quello che tutti vorremmo dire ma non lo facciamo perché siamo vili, perché temiamo gli shitstorm, e quindi non lo diciamo».

Durante il panel si è parlato molto, e con una ricca aneddotica, dei salti mortali a cui costringe la vita su Twitter. Ha detto ancora D’Ambrosio: «C’è questa genia di personaggi che ti vengono a chiedere conto di un cuoricino dicendo: “Hai messo like alla Soncini”. Una cosa che arrivato alla mia età non mi sarei davvero mai potuto aspettare».

Secondo Soncini, «la cosa interessante è che molti di questi hanno scritto una cosa poco realistica, riassumibile in: “Io non posso vivere su un pianeta in cui esistono Makkox e Soncini”. Cioè non puoi essere esposto a cose con cui non sei d’accordo?». Insomma, davvero il pensiero laterale, anche espresso provocatoriamente, è diventato il nostro primo problema?

Per esemplificare il discorso, si è discusso della polemica recentemente generata da un articolo scritto da Soncini su queste pagine, quello sull’infermiere licenziato a causa di un video spiacevole pubblicato su TikTok. Makkox ha commentato il pezzo, definendolo «bello» e per questo, ha detto con ironia durante il panel, ha sentito «in lontananza gli zoccoli di gnu», ovvero le orde di utenti pronti a reagire con veemenza a quell’atto visto come offensivo.

Sui social, infatti, incasellare gli altri sulla base di un like o un blocco è sport nazionale. La cosa interessante, ha spiegato D’Ambrosio, è che Mauro Biani, fumettista di Repubblica ed ex del Manifesto, nome storico della cultura di sinistra, è intervenuto confermando: «Sì, è un bel bello». E mandando in tilt molti frequentatori di Twitter: «Se arriva uno “dell’altra parte” saltano gli schemi, in caso contrario il dialogo è impossibile». Cos’è l’era della suscettibilità, secondo Makkox? Per esempio «è non superare quella patina di sfottò e snobismo che si trova nei pezzi di Soncini, fermandosi alle parole d’ordine o al tono», e costruirci sopra delle guerre per bande.

Oltretutto, il drama innescato dall’articolo sull’infermiere è nato in parte da un incredibile malinteso, o da un errore di lettura: «Siccome c’era “cancel culture” nel titolo quelli che hanno commentato si sono inalberati, ignorando che nelle prime due righe l’argomento era liquidato e dicevo apertamente che il tema era un altro», ha detto Soncini.

Insomma, il problema sono i social network? Secondo Soncini non necessariamente: «I social “anabolizzano”, ma quelle dinamiche umane basilari esistono in natura», ha detto la scrittrice. Makkox ha replicato che «fuori niente è così», aggiungendo due aneddoti: «Il metaverso l’ho incontrato solo due volte nella vita vera: parlo di avatar, di persone identiche online e offline. Una, una donna, è venuta da me una volta e mi ha detto “su Twitter mi hai bloccato! Dimmi perché”. Era molto alterata. In un altro caso un ferroviere, vestito con la sua uniforme, mi ha raggiunto al bar della stazione per dirmi – incazzatissimo – “la devi smettere di parlare così di Conte!”. Non è successo altre volte».

Ah, le fandom politiche: «nella graduatoria della suscettibilità», ha spiegato Soncini, «la più insuperabile è il campanilismo, ma poco sotto ci sono i fan dei politici: quando scrivo di qualunque politico becco più insulti di quanti ne otterrei se scrivessi di One Direction alle sedicenni».

La parola è passata a Makkox, che ha notato: «Forse diamo troppa importanza all’hate speech, perché è vero che chi lo pratica può organizzarsi in forme “fisiche” offline: ma bisogna educare, rendere consapevoli di dove ci si trova, del tipo di linguaggio e del tipo di contesto. Molti vanno sui social e li vivono come se fossero tutt’altro».

Ci sono formule trite, e una scarsissima carità interpretativa. Ha continuato Makkox: «“Ok boomer” è la frase più diffusa, tutti sono piatti, monodimensionali, ci sono giudizi di persone che non sembrano aver affrontato una vita vera, aver sbagliato, aver conosciuto persone che hanno sbagliato. Quando ho visto quel video dell’infermiere ho pensato a me a vent’anni». Guia Soncini ha aggiunto un sospiro di sollievo: «Io ogni giorno ringrazio che quand’ero giovane non c’erano i social».

Il tema, più che la suscettibilità, allora, forse è l’autocensura. «Perché nella nostra chat privata parliamo liberamente? Perché il contesto è chiaro, se conosci i miei valori e io conosco i tuoi posso fare anche battute hitleriane, ipoteticamente», ha detto D’Ambrosio. « Invece sembra quasi che esprimendosi in pubblico si possano o debbano scrivere soltanto cose universali». La sua stessa produzione di disegnatore ne ha risentito, ha detto D’Ambrosio, che prima disegnava anche coppie in intimità, ma ora le ha eliminate, «prima per gli algoritmi e poi per le persone».

Secondo Soncini, «il grande tema è che la sinistra ha lasciato alla destra la libertà d’espressione», ma per Makkox si tratta più che altro di un «effetto Doppler», perché in realtà la destra ha tutt’altri interessi, e si approccia a questi temi in una fede opinabile.

Sul palco si è poi manifestato un lieve disaccordo sull’uso dei pronomi e del linguaggio cosiddetto inclusivo: per Makkox, che non lo giudica negativamente, «è questione di sentirsi rappresentati dalla lingua», mentre per Soncini andrebbe trattato alla stregua di «una richiesta di attenzione puerile». Secondo quest’ultima, «è la prima epoca in cui abbiamo deciso di dover calibrare tutto sui ventenni, siamo la prima generazione in cui gli adulti devono sapere le canzonette».

Le ultime considerazioni di Makkox: «Mi trovo a dover considerare sbagliato ciò che ho vissuto finora». Il che di per sé, ha spiegato, non sarebbe un dramma, ché «porsi delle domande è legittimo e farsi venire i dubbi è legittimo e può portare a imparare». Ma, ha aggiunto, «una cosa diversa è riplasmarsi per evitare i commenti dei soliti 500-1000 hater». Il risultato è che si cambia, o comunque ci si pone dei limiti nuovi, per non scontentare chi spesso non è nemmeno parte in causa, ma si erge a portavoce per poter vendicare una supposta suscettibilità altrui.