Il giusto mezzoPerché la legge proporzionale può far finire la stagione del bipopulismo

Durante Linkiesta Festival, Matteo Orfini, Marco Taradash, Francesco Cundari e Sergio Scalpelli hanno discusso sui mali prodotti dal sistema maggioritario, la necessità di ricostruire l’identità dei partiti e di evitare gli effetti funesti del taglio dei parlamentari

Gaia Menchicchi

La legge elettorale è uno dei riti stanchi a cui la politica italiana non riesce a rinunciare. Da 25 anni tifosi del proporzionale, del maggioritario, del doppio turno alla francese, della legge dei sindaci si scontrano parteggiando, criticando o accontentandosi di volta in volta del Mattarellum, del Porcellum, dell’Italicum. 

Ora, nell’era del bipopulismo e degli estremismi, il tema è diventato chiaro: per ricostruire una competizione politica accettabile ha senso tornare al sistema proporzionale tipico della Prima Repubblica? Dobbiamo superare il maggioritario per evitare il bipolarismo degli estremi e provare a creare identità definite con una legge che rappresenti i partiti? Sono questi i temi dell’evento “Ddl proporzionale” a Linkiesta Festival, riassunti da Sergio Scalpelli.

«Il vero problema non è proporzionale o maggioritario. Ognuno ha le sue preferenze. Ciò che distingue l’Italia dalle altre democrazie occidentali è che discute delle regole del gioco ogni anno e mezzo da 25 anni. E non si gioca mai. Questa è la malattia da curare», chiarisce Francesco Cundari che più volte ha scritto di legge elettorale su Linkiesta. Per Cundari bisogna ammettere che in Italia il sistema maggioritario non sia più applicabile perché non ha mai veramente funzionato, nonostante i suoi sostenitori si comportino come i comunisti che negli anni ’80 difendevano il comunismo dicendo che era stato applicato male, o troppo poco, o troppo. «Un tempo si diceva che il proporzionale portava a troppi partiti a governi troppo brevi e che non c’era una distinzione chiara tra destra e sinistra. Ma col maggioritario abbiamo costruito un sistema dove è venuto meno il senso dei partiti che nascono e muoiono alla velocità della luce. Il meccanismo maggioritario avrebbe dovuto costituzionalizzare le estreme, ciascuno dei due poli avrebbe legittimato l’altro. Invece è accaduto il contrario. Dobbiamo ammettere che il sistema è paralizzante e centrifugo».

Secondo Marco Taradash di Più Europa il problema è ancora peggiore: non manca tanto il senso dei partiti, ma i partiti in quanto tale perché non sono regolati e non si comportano in modo democratico. «Siamo l’unico partito che ogni due anni fa un congresso ed eleggiamo un segretario. Il Partito democratico non fa congressi, fa accordi tra i gruppi dirigenti che scelgono il segretario in anticipo. Gli altri sono solo oligarchie senza opposizione interna». 

Un altro problema per Taradash è che nel corso degli anni le varie maggioranze, sentendosi impotenti e inadeguati governare hanno cercato di cambiare la legge elettorale con il solo scopo di far perdere gli avversari. Secondo lui il maggioritario ha fallito ed è per questo che ha deciso di non sostenere più l’idea di Marco Pannella del bipartitismo. I partiti non si sono mostrati all’altezza. 

Ma come bisogna cambiare la legge elettorale? «Abbiamo il più forte uomo di governo che l’Italia ha avuto negli ultimi 40 anni. Col Rosatellum Draghi non potrebbe fare il presidente del Consiglio oltre il 2023. Vogliamo rinunciarci o costruire un sistema politico che non consenta la vittoria della destra e della sinistra italiana?». Per Taradash col maggioritario ci sarebbe uno scontro tra massimalismo di sinistra e fascioleghismo di destra. Chiunque fosse il vincitore ci sarebbe la tirannia della maggioranza che schiaccerebbe la minoranza. Nella migliore delle ipotesi ci sarebbe il governo della stagnazione con una opposizione formidabile a organizzare le piazze e il malcontento. Per evitare tutto questo per Taradash «bisogna far governare Draghi per educare i partiti al senso di responsabilità e arrivare a una riforma della costituzione consensuale. Con il proporzionale il sistema sarebbe trasparente e si eleggerebbero dei parlamentari che rappresentano davvero il Paese e non coalizioni false che si sciolgono il giorno dopo il voto».

La verità è che di legge elettorale se ne parlerà davvero dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Ma bisogna già riflettere ora su quali alternative proporre. «Con il Rosatellum e il taglio dei parlamentari è realistico che nella prossima legislatura una maggioranza risicata abbia la possibilità di cambiare la Costituzione e di eleggere da sola il presidente della Repubblica», spiega Matteo Orfini, ex presidente del Partito democratico. «Mi aspetto dal Partito democratico che entro il 2023 aiuti a formulare una legge elettorale aggiornata nella composizione dei collegi ma anche ricalibrata sul taglio dei parlamentari. Il problema è che non c’è questa consapevolezza nel dibattito. Rischiamo guai seri».

Per Orfini serve una legge proporzionale perché il maggioritario ha portato a una tensione oligarchica nel nostro Paese: le classi dirigenti sono sempre le stesse, l’astensionismo è aumentato e alla fine vota solo la parte di italiani che sta bene, o almeno meno male rispetto agli altri. Il maggioritario ha indebolito i partiti, gli strumenti attraverso cui la partecipazione dei cittadini dovrebbe manifestarsi. 

Il tema centrale per Orfini è ricostruire le identità forti dei partiti per aumentare la partecipazione politica. La prova è che il migliori risultato del Partito democratico è stato il 40% alle elezioni europee, così come quello della Lega è stato il 34%, sempre alle europee. Perché? Perché si è parlato di identità e non di coalizioni. «Il proporzionale consentirebbe a ognuno di misurarsi e di restituire al Parlamento il suo vero ruolo: il luogo dell’incontro-scontro tra le diverse istanze del Paese.  

Secondo Orfini con il maggioritario la dialettica quotidiana sarebbe invece prigioniera delle domande sul perché i partiti si presentano insieme. «Si parla tanto del ritorno dell’Ulivo, ma il rischio è produrre un meccanismo simile all’Unione di Prodi, una coalizione con un’identità sfuggente incomprensibile agli elettori. Con il maggioritario e il campo largo pensato da Letta si parlerebbe solo delle differenze tra Fratoianni e Calenda, tra il Pd e il M5S. Sarebbe una gran perdita di tempo». 

Un altro dei mali del maggioritario è l’aver creato un meccanismo schizofrenico: creare coalizioni sempre più eterogenee abbastanza numerose per sconfiggere lo schieramento avversario, ma allo stesso tempo i partiti al suo interno per sopravvivere devono crearsi delle identità che rendono l’alleanza friabile e disunita. Per questo motivo secondo Cundari questo ha portato al fanatismo e alla criminalizzazione dell’avversario. 

Il centrodestra ha due leader che lo sono perché credono in quello che dicono e cercano di fare quello in cui credono. A sinistra invece c’è il M5S aggrappato alle poltrone e un Partito democratico privo di leadership. Per questo secondo Tradash il centrosinistra non vincerà le elezioni e c’è il rischio che nel 2023 venga eletto un leader simil-Trump. « Abbiamo due partiti legati strettamente a Polonia e Ungheria. Dobbiamo organizzare una resistenza. Se non nasce il partito per Draghi – e non di Draghi – che punti ad avere una percentuale consistente in grado di far saltare le tattiche di destra e sinistra. E soprattutto costringa, coi fatti, a cambiare la legge elettorale».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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