Voto guidatoLa democrazia è in crisi, ma la democrazia simulata sta benissimo

Quando i leader autoritari organizzano elezioni fasulle nessuno ci casca. E allora come mai si danno tanto da fare per organizzarle? Lo fanno perché, se non vogliono imporre una vera dittatura, devono sottoporsi almeno per finta al voto per avere una legittimazione. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

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Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.
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Il presidente nicaraguense Daniel Ortega, che è giunto una seconda volta al potere nel 2007 (era già stato alla guida del Paese in precedenza ndr), ha corso quest’anno per un quarto mandato consecutivo. Praticamente tutti i suoi potenziali sfidanti sono scomparsi o sono stati arrestati o sono stati costretti all’esilio, mentre i media indipendenti sono stati silenziati e il principale partito di opposizione è stato formalmente escluso dalla corsa.

Eppure Ortega ha continuato a conservare la simulazione di elezioni libere, imitando la tattica del presidente venezuelano Nicolás Maduro.

L’anno scorso il governo di Maduro ha inasprito la repressione verso i leader dissidenti, i giornalisti e gli attivisti in vista delle elezioni di dicembre che sono state alla fine boicottate dall’opposizione. La maggioranza che sosteneva il governo di Maduro e i suoi alleati ha ottenuto il 91 per cento dei seggi in Parlamento.

Il Nicaragua non è il solo Paese ad aver costruito questa facciata democratica, ma i metodi applicati da Ortega sono stati impressionanti. «C’è una consistente escalation nella repressione sistematica come non la si vedeva in America Latina dagli anni Ottanta», ha detto Michael Shifter, presidente dell’Inter-American Dialogue, un think tank con sede a Washington.

«C’è ancora il desiderio da parte dei regimi di avere una foglia di fico democratica, per quanto poco credibile questa possa essere», ha detto Shifter. E ha sottolineato come questa messinscena potrebbe aver fornito il pretesto di cui l’Argentina e il Messico avevano bisogno, nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati americani, per evitare di unirsi al voto di condanna a Ortega per la repressione contro i suoi avversari politici.

Di questi tempi, i governi che rifiutano il pluralismo politico, come quello del Nicaragua, del Venezuela e di altri Paesi, sono pronti a fare di tutto pur di simulare l’adozione della democrazia – in primo luogo con un’imitazione della periodica liturgia delle elezioni.

Quando il momento del voto si avvicina, i leader autoritari ammettono lo svolgimento di un certo quantitativo di campagna elettorale, vagliano i candidati (escludendo dalla corsa o addirittura arrestando quelli che sembrano troppo critici nei confronti del governo) e poi fanno dello spoglio delle schede uno spettacolo, con il solo intento di mantenere il potere.

Ma tenere delle elezioni fasulle può essere una faccenda complicata. Una vittoria troppo ampia può sollevare sospetti e incoraggiare una popolazione infuriata a scendere in piazza, come è accaduto dopo le elezioni presidenziali in Bielorussia del 2020. E una sconfitta troppo grande può essere difficile da camuffare, come è stato, nell’agosto scorso, il caso dello Zambia quando, nonostante gli espliciti tentativi di intimidazione da parte del presidente uscente nei confronti degli elettori, lo sfidante, Hakainde Hichilema, è riuscito a ottenere la carica di capo dello Stato con un milione di voti di scarto.

I leader autoritari hanno imparato che devono soppesare con attenzione il “come” e il “quando” intervenire. Troppa eccitazione pre-elettorale può incoraggiare un’affluenza eccessivamente alta, attirando più voti verso l’opposizione. Mentre una bassa affluenza è più sicura, perché i governanti autoritari hanno gli strumenti per assicurarsi che i loro elettori vadano ai seggi.

Questi imbrogli richiedono preparazione, competenza e soldi e tutto questo per un esercizio che la gran parte dei cittadini sa essere finto.

Perché allora darsi tanto da fare per organizzare elezioni finte? Le elezioni, anche quelle truccate, servono a uno scopo. L’obiettivo, sia per gli autocrati sia per i democratici è lo stesso, la legittimazione – e cioè il diritto di governare che, in quella visione che nel Ventunesimo secolo appartiene alla maggioranza dei cittadini, può essere conferito soltanto da un voto popolare, o quanto meno da una sua parvenza.

In altre epoche, e persino adesso in alcune parti del mondo, il diritto di governare può essere trasmesso per via ereditaria nell’ambito di una monarchia, può essere benedetto da una fede religiosa o può essere sostenuto con il pugno di ferro da un’ideologia, come nel caso del comunismo. Ma dove queste altre alternative sono giunte a esaurimento, la democrazia – o qualcosa che le possa assomigliare – sembra essere la migliore, e forse la sola, opzione di mantenere il monopolio del potere, a meno di imporre una vera e propria dittatura.

«Nel mondo contemporaneo, per parlare in termini pratici, non ci sono ideologie alternative» ha scritto nel 2008, sulla New Left Review, Dmitrij Furman. Lo studioso russo di scienze politiche usò in quell’occasione l’espressione “democrazia d’imitazione” per descrivere la combinazione di forme democratiche e realtà autoritaria allora diffusa in gran parte dell’ex Unione Sovietica.

Di recente, in Russia, dopo vent’anni di governo di Vladimir Vladimirovič Putin, questa formula è stata perfezionata in vista delle elezioni del settembre scorso. Non c’è mai stato dubbio alcuno riguardo al fatto che Russia Unita, il partito dietro il quale c’è Putin, avrebbe vinto le elezioni. E, infatti, i risultati finali hanno assegnato a quel partito 324 dei 450 seggi alla Duma, che sono più che sufficienti per garantire una maggioranza di due terzi necessaria per le riforme costituzionali (ma che sono meno dei 343 seggi che Russia Unita aveva ottenuto nel 2016).

Ciò nonostante, Putin e i suoi alleati non hanno voluto correre rischi: hanno usato la mano pesante per tenere fuori dalle liste chi criticava il governo e hanno fatto generose elargizioni per stimolare gli elettori apatici. I pensionati e il personale dell’esercito, che sono due gruppi di elettori determinanti, hanno ricevuto un bonus pre-elettorale una tantum, che si stima sia costato al governo federale 6,7 miliardi di dollari.

Ai sostenitori dell’oppositore incarcerato Alexei Navalny, ora ufficialmente etichettati come “estremisti”, è stato impedito di candidarsi e alcuni di loro sono stati messi in prigione o sono stati costretti a lasciare il Paese. Altri candidati particolarmente popolari di movimenti politici russi legali – tra cui il partito centrista- liberale Jabloko e il Partito comunista – sono stati eliminati dalle schede elettorali con malcelati pretesti, che andavano da presunte irregolarità nella documentazione all’accusa di aver commesso un qualche reato. A San Pietroburgo un noto candidato di Jabloko si è trovato a correre contro due persone che avevano recentemente adottato non soltanto il suo nome ma anche le sue sembianze.

Il Cremlino se l’è presa anche con gli organi di stampa indipendenti, dichiarando che molti giornalisti erano agenti stranieri. Ma, nonostante questo, hanno continuato a trapelare notizie riguardo a funzionari locali che facevano di tutto per pompare il voto per Russia Unita. Si sa di pubblici ufficiali che sono stati registrati mentre discutevano obiettivi di voto del 42 o del 45 per cento, presumibilmente per Russia Unita, e di funzionari governativi che si sono lamentati di aver subito pressioni dai loro superiori per andare a votare. Nella Russia di oggi questi vantaggi per chi sta al governo sono chiamati “risorse amministrative”. E hanno fatto tutti pendere la bilancia a favore di Russia Unita.

Anche in passato sono state applicate con successo tattiche simili. Nelle elezioni parlamentari russe del 2016, nella città di Saratov, i funzionari non hanno voluto correre alcun rischio. In circa 100 dei 373 seggi elettorali della città i risultati sono stati esattamente identici: 62,2 per cento per Russia Unita, 11,8 per cento per il Partito comunista e così via. Una commissione elettorale locale ha derubricato i risultati sospetti a semplici coincidenze. Molte cose sono cambiate negli ultimi cinque anni.

Una riforma impopolare delle pensioni ha danneggiato nei sondaggi sia Putin sia Russia Unita. E, in vista delle elezioni di settembre, il consenso verso il partito aveva raggiunto un record negativo, cadendo al di sotto del 30 per cento a livello nazionale e a percentuali ancora inferiori nelle grandi città.

«I risultati di Russia Unita nei sondaggi sono negativi, ma questo in realtà non conta», aveva detto ai primi di settembre, in un’intervista al Moscow Times, Aleksej Mukhin, direttore del Centro di informazione politica, un think tank con sede a Mosca. Dopo le elezioni ha preso a girare una barzelletta riciclata dall’epoca sovietica: «Voi fate finta di tenere le elezioni e noi facciamo finta di votare », una versione modificata della vecchia battuta «Voi fate finta di pagarci e noi facciamo finta di lavorare».

Ma le elezioni giovano al governo di Putin, come spiega un’analisi degli studiosi di scienze politiche Ivan Krastev e Stephen Holmes, contenuta nel loro libro “La rivolta anti liberale. Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia”, pubblicato l’anno scorso (e tradotto in italiano da Mondadori, ndr). Le elezioni si sono trasformate in un rituale nazionale che crea l’illusione che i russi che vanno a votare possano avere un ruolo nel determinare la politica. E sono anche un modo per testare l’umore del Paese, distretto per distretto, e permettono al Cremlino di misurare la lealtà e le capacità dei suoi funzionari locali.

«Nella Russia post-comunista è difficile controllare come si stiano comportando i funzionari locali, capire su chi si può fare affidamento e chi può far aumentare i voti», ha detto Stephen Holmes in un’intervista. «Non è soltanto una questione di lealtà, ma anche di chi scoprire chi opera in modo efficace. E le elezioni forniscono nuovi strumenti per misurare le performance».

Paradossalmente una “democrazia guidata” (un’espressione, questa, che è spesso utilizzata per descrivere il sistema di governo di Putin) ha più a che fare con il fingere di “guidare” effettivamente il Paese che con il fingere di essere democratici, sostengono Holmes e Krastev nel loro libro. «Manipolando le elezioni il governo poteva inoltre simulare il potere autoritario che in realtà non aveva», scrivono. «Nel primo decennio di Putin, organizzare una pseudo-elezione era come travestirsi da agnello per dimostrare di essere un lupo».

Ma oggi gli pseudo-democratici sono in gran parte riluttanti a farsi carico della propria più intima natura autocratica. Non sono sicuri di come possano essere lupi. In Nicaragua, dove Ortega ha perso un’elezione nel 1990 dopo cinque anni al potere, il governo sembra essersi spinto più in là di altri nella trasformazione in Stato di polizia, ma la maggioranza degli altri leader autoritari sono attenti a non oltrepassare la linea, correndo così a volte il rischio di apparire poco capaci.

Tipicamente, essi promuovono il mantenimento del potere nello loro mani come una garanzia di stabilità e come un modo di proteggere la nazione in un mondo ostile e instabile. E, in alcuni casi, i leader di questo tipo godono effettivamente di un ampio consenso: in Russia il tasso di gradimento di Putin è sceso rispetto all’88 per cento registrato in seguito all’annessione della Crimea ma galleggia ancora intorno al 60 per cento, ben al di sopra di quello dei leader delle democrazie occidentali.

Oggi per i sistemi autoritari le elezioni possono essere uno strumento necessario per mantenere il potere, ma rimangono rischiose, come nel caso dello Zambia, in cui l’opposizione è riuscita, contro ogni pronostico, a ottenere una vittoria troppo grande per essere negata, e come nel caso della Bielorussia, dove la falsificazione dei risultati è stata così evidente che la gente è scesa in piazza a protestare.

«La politica ha a che fare con il promettere e con il deludere e con il gestire la delusione», ha detto Holmes. «La speciale magia della democrazia è che, sebbene moltissime persone possano sentirsi deluse, possono avere la speranza di portare al potere, alle successive elezioni, un altro gruppo di persone. Mentre, se si abbandona l’idea che un altro gruppo possa giungere al potere, si sviluppa molta pressione».

©️2021 The New York Times Company and Celestine Bohlen

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