Il tesorettoL’Amico di casa renano e il miracolo della prosa di Johann Peter Hebel

La famosa antologia dello scrittore tedesco unisce racconti-indovinelli, insegnamenti, canzoni e sunti divulgativi. Un libro ideale da spizzicare durante le feste per capire come mai sia stato lodato per precisione ed efficacia da Goethe e Kafka. Al suo tempo era il libro più venduto dopo la Bibbia luterana

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Un almanacco per l’anno nuovo, un classico e un semplice: un libro di lettura per tutti e per tutte le occasioni di diletto – a dire come non sia il censo del genere a far letteratura ma la qualità della prosa: la forma, la bella dimenticata.

Si tratta dell’antologia di testi tratti da vari numeri del calendario badense curato da Johann Peter Hebel, Der Rheinische Hausfreund (L’Amico di casa renano), che l’autore diede alle stampe nel 1811, pubblicata in Italia per la prima volta nel 1988, a cura di Alberto Guareschi, e ora ripubblicata da Quodlibet nella notevole collana Compagnia Extra. Non è un merito da poco. Il Tesoretto di Hebel è un piccolo classico della letteratura tedesca, già lodato da Goethe e Kafka, poi celebrato da Walter Benjamin e Elias Canetti, e oggetto dell’ammirazione di W.G. Sebald. Non solo: al suo tempo era il libro più venduto dopo la Bibbia luterana.

(A proposito della Bibbia, è sintomatico e sarebbe da approfondire il fatto che mentre nei paesi protestanti, dove la Bibbia viene letta ed è compagna, l’influsso della prosa di quella sulla letteratura è marcato: la Bibbia di Re Giacomo nei paesi di lingua atlantica, la Bibbia luterana in quelli di lingua tedesca. Nei paesi cattolici, dove si presenzia alla Messa e la Bibbia non la si legge, questo influsso non esiste. Non che sia un problema; certo è un fatto, e la prosa lo evidenzia).  

Un almanacco, dicevo: e dell’almanacco ha tutti gli ingredienti: sunti divulgativi di scienze naturali, astronomia in primis, racconti brevi se non brevissimi, aneddoti e stravaganze, esercizi di calcolo in forma di racconto-indovinello, “insegnamenti utili” e “canzoni”, e così via. Neppure hanno lo smalto della novità i racconti, spesso rielaborazioni di storie popolari; né tanto meno pretendono una esaustività etica o ne mimano i vezzi i testi. Tutto avviene per via di penna. Il tono è per l’appunto quello dell’“amico di casa”, che dice l’armonia del creato e i maneggi del destino, sempre con il sorriso e il garbo del buon pastore di anime. (Pastore protestante era Hebel: il sogno, irrealizzato, era quello di una parrocchia di campagna nell’amato Oberland: la realtà quella di esser diventato per meriti acquisiti Prälat della chiesa evangelica-luterana dell’allora Granducato). Il timbro è quello del maestro di accordi e armonici letterari: ogni testo è un miracolo di grazia e semplicità.

(Ancora oggi il Tesoretto è libro di lettura per gli studenti di tedesco – o almeno così dovrebbe essere: da Goethe a Sebald, sarebbero tutti d’accordo).

Elias Canetti non aveva remore a dire l’ammirazione e l’essere d’esempio della prosa di Hebel: “Non credo che esista un altro libro che mi si sia impresso nella mente in modo così completo  e in ogni suo particolare; mi piacerebbe molto poter seguire tutte le tracce che ha lasciato in me e dimostrare a Hebel la mia riconoscenza con un atto di omaggio a lui dedicato (…) Non ho scritto un solo libro senza averlo segretamente misurato sulla sua lingua”. È l’effetto che la prosa di H, anche in traduzione, fa sul lettore: una forte impressione, un imprimersi nella mente del fraseggiare aperto e volatile, le frasi quasi prive di peso, libere della zavorra e dello zelo del masticatore di trame e della cartapesta romanzesca. Salvo poi ogni  prosa per converso svanire essendo materia volatile, fatta d’aria.

Ecco l’incipit di Considerazione generale sull’universo (1811): “Il benevolo lettore, quando circondato dai monti e dagli alberi a lui ben noti se ne sta seduto in casa fra i propri cari, o davanti a un quartino all’«Aquila», si sente bene così, e non pensa giusto ad altro. Ma allorché di buon mattino il Sole sorge nella sua quieta magnificenza, egli non sa da dove provenga; e quando a sera tramonta, ignora dove vada a stabilirsi, e dove nasconda durante la notte la propria luce, e per quale segreto sentiero ritrovi i monti da cui si leva (…) Mio buon amico, non è cosa lodevole vedere ogni giorno tutto questo e non chiedersi mai che significhi”. Siamo nel momento felice in cui si credeva buona cosa divulgare i risultati della scienza (non delle scienze, quel coacervo di discipline dal suffisso in – logia che vengon dette umane e scimmiottanti il metodo della scienza positiva), dei Lumi come luce di un nuovo tempo, e il letterato ha ancora un ruolo attivo e preciso: dire alla lettera. Fortuna vuole che allora la lingua fosse monda dei gerghi delle pseudo-scienze e, dopo una risciacquata di panni (in Arno o in Reno), eccola strumento del dichter. Tale era Johann Peter Hebel – anche poeta, e non degli ultimi.

Molti e i più stimabili letterati tedeschi hanno detto del miracolo della prosa di Hebel ma il più preciso è a mio modo di vedere W.G. Sebald, sia nel dirne l’incanto sia nel delinearne l’origine, il paradigma originario e di pensiero. “Non v’è dunque luogo nel quale l’idea di un mondo tenuto in equilibrio si configuri ai miei occhi con altrettanta forza, come là dove Hebel descrive la coltivazione degli alberi da frutto e quella del frumento, o dove si sofferma sui diversi tipi di pioggia oppure su un nidi di uccelli, mai le cose mi risultano di più immediata comprensione come nei momenti in cui lo sto a contemplare, mentre distingue con il suo infallibile giudizio morale fra gratitudine e ingratitudine, fra avarizia e sperpero e fra tutti gli altri difetti e vizi del genere umano”.

Tutto questo, vale ripeterlo, senza far la morale: ben sì dicendolo. “Al processo cieco e sordo della storia, che avanza rumoreggiando, Hebel contrappone eventi, nei quali a una sventura corrisponde il suo risarcimento e ogni campagna militare è seguita da un trattato di pace, ogni enigma che ci viene sottoposto trova una soluzione, mentre dal libro della natura, che l’autore ci spalanca davanti, possiamo imparare che persino le creature più strane, ad esempio le processionarie e i pesci volanti, hanno il loro posto in un ordinamento regolato con somma cura [il corsivo è mio]”. Con le dovute proporzioni rispetto alla cura del Giardiniere Celeste, è quello il primo comandamento laico e oggi disatteso: avere cura, del proprio giardino e di quello comune. È tutto.

(Ogni volta mi viene alla mente la frase a scandire la narrazione in Sotto il vulcano, il capolavoro di Malcolm Lowry: Le gusta este jardin? Qui es suyo? Evite che sul hijos lo destruyan! Gli idioti sono figli nostri – non viceversa).

La ammirevole sicurezza interiore di Hebel così ben fissata in parole da Sebald “deriva non tanto da ciò che egli sa circa la natura delle cose, bensì dalla sua intuizione di quanto trascende ogni facoltà intellettuale”. Dove trascende è la chiave in forma di parola – e qui inizia un percorso che porta il promeneur lontano: ne dirò. Intanto non posso che lasciare ancora la pagina a Sebald, per un pensiero in forma  non perfettibile riguardo l’arte di Hebel. “Il suo vero colpo di genio è l’inversione di questa prospettiva che include anche le distanze [idem] più remote, nel momento in cui guarda il cielo scintillante dal punto di vista di una creatura extraterrestre, e di lassù vede il nostro Sole come una minuscola stellina, mentre la Terra è scomparsa, e tutto d’un tratto  egli non sa più nulla «della guerra in Austria e della vittoria turca nella battaglia di Silistria».  Inversione del punto di vista e apertura alla dimensione ultima, tutto per un gioco di figure e di sintassi: ecco il tocco di Hebel. “È in ultima analisi dalle dimensioni cosmiche e dalla conseguente consapevolezza della propria insignificanza che Hebel trae quella superiorità con cui governa, nei suoi racconti, le alterne vicende della umana sorte”. Come dir meglio?

Maestro del calibrare la distanza secondo estro e necessità, dell’accorciare oppure allargare a dire il vasto campo di gioie e affanni, artefatti e distruzione, bellezza sempre che è il mondo. Così in Ricongiungimento insperato (1811), la novella che Goethe diceva “la più bella storia del mondo”, dove, dopo un antefatto di amore e morte che è Romantik in purezza, Hebel allarga di colpo fino alla vertigine e scrive: “Frattanto la città di Lisbona in Portogallo fu distrutta da un terremoto, e la guerra dei sette anni cessò, e l’imperatore Francesco I morì, e l’ordine dei Gesuiti fu soppresso e la Polonia spartita, e l’imperatrice Maria Teresa morì, e lo Struensee venne giustiziato, l’America si liberò, e le potenze francese e spagnola coalizzate non riuscirono a conquistare Gibilterra” – e così via, per altrettante righe; e di colpo accorcia: “Ma quando quelli di Falun, nell’anno 1809, poco prima o poco dopo San Giovanni” – e si ritorna alla miniera della cittadina svedese e alla tragedia d’amore, che a quel punto, dopo la vertigine della Storia, appare come un granello di sabbia in cui però c’è il tutto. È l’invenzione del vero in essenza. 

Il genio di Hebel è quello del geografo visionario: un cartografo del Cosmo, capace di passare dalla microstoria, dove il meraviglioso alberga accanto al terribile, alla Storia in un battito di frasi e locuzioni. Ha scritto Marianne Schneider, presentando la traduzione di Gianni Celati di due racconti di Hebel: “Ne viene fuori una nuova dimensione, che dà senso a tutto quello che succede, come se il narratore badasse a che nel mondo non succeda mai niente invano: non un idillio, un mondo salvo, ma piuttosto un mondo del salvabile”. Un demiurgo liberale.