Verso OvestL’Ucraina deve iniziare i negoziati per entrare nell’Ue (e congelare l’adesione alla Nato)

Posticipare di almeno 10 anni l’ingresso di Kiev nel Patto Atlantico allenterebbe le tensioni militari con la Russia. E allo stesso tempo una trattativa per entrare nell’Unione europea permetterebbe di stabilizzare politicamente lo stato ucraino e di realizzare un'agenda di riforme rigorosa e vincolante per consolidare la democrazia

LaPresse

Se, come ci dice il dizionario, “prevedere” significa «concepire qualcosa col pensiero, considerarlo come possibile e, in particolare, prendere delle disposizioni in vista della sua eventualità», Mark Galeotti ha torto quando scrive sul Moscow Times che «il Cremlino probabilmente non sa più di noi se è prevista un’invasione dell’Ucraina». 

Se il presidente Putin non sa «se» e «quando» intervenire in Ucraina, l’invasione è a tutti gli effetti un’opzione a cui potrebbe ricorrere a seconda delle circostanze e delle necessità e come tale è attentamente preparata. 

Le perdite russe in combattimento, le capacità di resistenza ucraine, le incertezze sulla reazione dell’opinione pubblica russa, gli effetti delle nuove sanzioni internazionali, sono tutti elementi che, in termini di rapporto costi-benefici, rendono l’invasione un’opzione a dir poco problematica. Ma per il fatto stesso di esistere come possibilità, essa partecipa al rafforzamento dell’altra opzione, quella secondo noi favorita dal Cremlino: la destabilizzazione progressiva dell’Ucraina e, a lungo termine, la sua sottomissione.

L’intenzione del presidente Putin di riprendere il controllo dell’Ucraina ci sembra fuori discussione. E le ragioni essenziali di questa intenzione e volontà del Cremlino non sarebbero tanto nel rischio di contagio democratico che creerebbe l’esistenza di un’Ucraina libera e prospera. Per Vladimir Putin, la reintegrazione dell’Ucraina nell’ovile di Mosca non sarebbe altro che il culmine dell’opera dell’intera sua vita: il ristabilimento della Russia entro i suoi confini imperiali. 

Del resto, tutto, nel corso della sua “grande opera” mostra le sue qualità di predatore ostinato, determinato e paziente. Nel maggio 2004, l’attentato che costò la vita al presidente ceceno Akhmat Kadyrov concluse il processo di rioccupazione della Cecenia iniziato cinque anni prima. Quattro anni dopo, nell’agosto 2008, a tre anni dalla Rivoluzione delle Rose, Vladimir Putin lascerà una nuova traccia nella memoria dei georgiani, annettendo de facto l’Ossezia del Sud e spingendo le sue truppe a pochi chilometri dal gasdotto Baku-Ceyhan e a poca distanza da Tbilisi, la capitale georgiana. Nel 2010, cinque anni dopo la Rivoluzione Arancione, rientra in gioco in Ucraina con l’elezione di Viktor Yanukovych a presidente della Repubblica. Nel 2014, sorpreso dalla Rivoluzione della Dignità in Ucraina, si risolleva di scatto annettendo de jure la Crimea e de facto parte del Donbas. Allo stesso tempo, porta avanti il graduale vassallaggio del Belarus, cogliendo nel 2020 l’opportunità della Rivoluzione Bianca e Rossa per sopprimere qualsiasi residua illusione di indipendenza del presidente Lukashenko. Infine, nel 2021, approfitta della guerra azero-armena per installare le sue truppe in Nagorno-Karabakh, quindi formalmente sul territorio dell’Azerbaigian. 

A nostro avviso, questo revival imperiale non è, a dir poco, molto ragionevole. Ma, contrariamente a quanto suggerito da Angela Merkel nel 2014, quando disse che Putin aveva «perso ogni contatto con la realtà», che era ormai «in un altro mondo», tutto questo è molto coerente dal punto di vista razionale. E questa coerenza non riguarda solamente il leader, né solo la sua psicologia. Essa è radicata nella lunga storia della Russia, la Russia zarista e bolscevica, e nella disintegrazione dell’URSS vista non come la conclusione inevitabile dell’avventura bolscevica e come opportunità da cogliere, ma come un cataclisma, come la «più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo», cosi come definita dal presidente della Federazione Russa. 

È a Vladimir Putin, a un sistema d’informazione soggiogato e all’apparato dei siloviki, che dobbiamo la trasformazione di un ammasso di sentimenti e risentimenti presenti in ampie frange dell’establishment e dell’opinione pubblica, in questa nuova razionalità. Riconoscere la sua importanza a Mosca oggi non significa riconoscerla come legittima, ma riconoscerla per quello che è: una realtà.

Questa razionalità non può, per ovvie ragioni, essere tradotta in rivendicazioni politiche. Prende quindi la forma di richieste di sicurezza. Le famose linee rosse: il “no” all’adesione dell’Ucraina (e della Georgia) alla NATO e, più recentemente, l’istituzione di zone vietate per le esercitazioni operative lungo la linea di contatto Russia-NATO, l’istituzione di distanze massime di avvicinamento per navi e aerei da guerra, soprattutto nelle regioni del Baltico e del Mar Nero, la ripresa di un dialogo tra i ministeri della difesa su questioni riguardanti i confini tra Russia e Stati Uniti e tra Russia e paesi della NATO.

Si può discutere all’infinito della realtà della minaccia atlantica alla Federazione Russa. Si può prendere o non prendere in considerazione il notevole deterrente nucleare russo. Resta il fatto che, immaginata o percepita, puramente strumentale o effettivamente sentita, la NATO è presentata come una minaccia reale per la Federazione Russa. 

Dall’altra parte c’è l’Ucraina e il suo diritto a vivere in sicurezza all’interno dei propri confini, a decidere del suo sistema politico e delle sue alleanze internazionali. Principi che il presidente Biden ha ricordato con chiarezza, sottolineando in particolare che la decisione di diventare membro della NATO appartiene al paese candidato e ai paesi già membri. 

Sulla falsariga del presidente francese, secondo il quale «gli europei non hanno la possibilità di cambiare le cose» in questo «conflitto congelato», l”Unione europea potrebbe optare per un approccio alla Ponzio Pilato e decidere di non fare nulla, affidandosi completamente agli Stati Uniti e alle sole misure di deterrenza politica (sanzioni) e militare. Un modo assai strano questo di affermare l’autonomia strategica dell’Europa!

Ci si può consolare vedendo, come fa Jean-Dominique Merchet, «i limiti delle capacità geopolitiche degli europei nel loro vicinato immediato», ignorando il significato geostrategico di passate (e deleterie) decisioni politiche europee, prima fra tutte la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 e il divieto tedesco, sulla base di criteri politici a geometria a dire poco variabile, di fornire i propri armamenti all’Ucraina.

Si può persino, in un approccio angusto, dimenticare l’enorme dimostrazione di capacità geostrategica che ha rappresentato l’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Europa centrale e orientale. La stessa capacità che mancò all’inizio degli anni ’80, quando si rifiutò di ascoltare chi, come Marco Pannella, voleva scongiurare il peggio e chiedeva l’apertura dei negoziati per l’adesione della Jugoslavia alla Comunità Europea. 

Anche escludendo lo scenario di una guerra aperta russo-ucraina che potrebbe estendersi oltre i confini dell’Ucraina, lo scenario di una progressiva destabilizzazione di Kiev avrebbe conseguenze disastrose per tutti gli stati dell’Unione. Così, per esempio, l’uso dell’arma dei migranti da parte del proconsole di Minsk al confine tra la Bielorussia e la Polonia (400 chilometri), l’ultimo episodio di guerra ibrida, trasposto in un’Ucraina vassallizzata (2000 chilometri di frontiere con gli stati membri dell’UE e la Moldavia) dovrebbe far riflettere tutti coloro che erano preoccupati, in particolare nei Paesi Bassi, per i pericoli di un’emigrazione di massa degli ucraini – che naturalmente non è avvenuta – dopo l’accordo di associazione UE-Ucraina. 

Se questi sono i dati della difficile equazione da risolvere, l’Ucraina e i paesi membri della NATO e dell’Unione Europea devono presentare una proposta di soluzione che tenga conto, per quanto possibile, delle richieste russe, senza compromettere la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina. 

Si può allora ipotizzare su questa base lo schema di una proposta.

Se, come ha dichiarato il presidente francese il 10 dicembre scorso, abbiamo «bisogno di un dialogo esigente con la Russia» per «pacificare la regione» rimanendo «al fianco» di Kyiv, l’Unione Europea non può fare a meno di una proposta che risponda all’obiettivo prefissato: la pacificazione. Altrimenti, non ci sarà alcuna partecipazione a un vero dialogo ma solo una postura declamatoria. 

Poiché sono coinvolte due organizzazioni, la proposta dovrebbe essere duplice e congiunta: dovrebbe venire sia dalla NATO che dall’Unione Europea.

I paesi membri della NATO potrebbero proporre di congelare il processo di adesione dell’Ucraina alla NATO per un periodo di dieci anni.

Questo congelamento non influenzerebbe le relazioni bilaterali dei paesi membri della NATO con l’Ucraina. Né inciderebbe sul partenariato NATO-Ucraina come esiste oggi, con l’eccezione della presenza di forze militari operative dei paesi della NATO in Ucraina. In cambio, la Russia ritirerebbe le sue forze armate dalla Bielorussia. Il congelamento sarebbe anche automaticamente dichiarato nullo nel caso di una nuova aggressione russa in Ucraina. Infine, sarebbe accompagnato da una clausola esplicita che vincoli al futuro comportamento della Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina, compresi i territori ucraini attualmente occupati o annessi, la risposta che i paesi membri della NATO daranno alla domanda di adesione dell’Ucraina alla fine del periodo di dieci anni. 

In cambio e «allo stesso tempo» – per usare una frase cara al presidente francese – gli stati membri dell’UE dovrebbero decidere di aprire immediatamente i negoziati di adesione dell’Ucraina all’UE.

Accanto a nuove sanzioni nel caso di una nuova aggressione russa, come annunciato dal presidente Biden e dal Dipartimento di Stato, l’apertura del processo di adesione all’UE fornirebbe una risposta all’altra minaccia, più insidiosa di quella di un conflitto aperto: quella di una progressiva destabilizzazione dell’Ucraina da parte della Russia. La campagna per indebolire il presidente Zelensky e l’ex presidente Petro Poroshenko e la crescente conflittualità tra gli oligarchi ucraini sono, da questo punto di vista, segni particolarmente preoccupanti. I negoziati di adesione all’UE consentirebbero di stabilire un’agenda di riforme rigorosa e vincolante e contribuirebbero così al consolidamento e alla stabilizzazione dello stato ucraino.

La concomitanza delle due decisioni è ovviamente importante, così come le scadenze per l’attuazione di tale proposta. L’atteggiamento minaccioso della Russia – che sia il preludio di una nuova azione militare da parte del presidente Putin o parte di uno scenario più ampio progettato per promuovere la graduale destabilizzazione dell’Ucraina – crea paradossalmente una finestra di opportunità per consolidare lo stato di diritto e la democrazia in Ucraina. 

Gli stati membri dell’UE vorranno rompere con la politica del Nyet a tutto e cogliere questa opportunità?

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