Comici spaventati guerrieriL’assurda vicenda dello Sgargabonzi e il problema dei limiti alla satira

L’autore toscano è stato denunciato da Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone, per alcune battute giudicate offensive pubblicate su un post di Facebook. Dopo sette anni, il processo è andato avanti e ora si avvicina alla conclusione. Il problema è che Alessandro Gori (questo il vero nome) non aveva alcuna intenzione di offendere la signora, bensì di criticare il circo mediatico che nel tempo ha sfruttato il suo dolore

frame da Youtube

Il processo allo Sgargabonzi è entrato nella fase finale. L’imputato, cioè Alessandro Gori, scrittore e autore comico con una certa popolarità in rete, era stato denunciato per diffamazione nel 2014 da Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone (la bambina scomparsa a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nel 2004). La donna aveva giudicato offensive alcune sue battute, dato che riguardavano la sua storia personale. Si trattava di frasi che lo Sgargabonzi (questo è il nome d’arte) aveva utilizzato sul suo profilo Facebook per reclamizzare un suo spettacolo, che sarebbe dovuto andare in scena al Circolo Aurora di Arezzo. Sono un esempio del suo humour nero, con cui si è costruito un seguito molto fedele ottenendo l’apprezzamento anche di diversi intellettuali (tra questi Claudio Giunta, che nel 2016 lo aveva definito «il migliore scrittore comico italiano»).

Le frasi sono queste. La prima: «Piera Maggio, madre di Denise Pipitone, nuovo volto del spot Lerdammer». La seconda: «Stasera al supermercato ho visto la signora Piera Maggio, mamma di Denise Pipitone, la bambina scomparsa qualche anno fa. Così sono andato a riempirmi il carrello con un sacco di roba e gliel’ho portato, dicendole: …E non voglio più vedere quel faccino triste. Non mi aspetto un encomio per questo. È una goccia nel mare, certo. Ma gocciolina accanto a gocciolina..». Infine la locandina, dove c’era scritto: «Curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositiva e Simmenthal – Giovanni Falcone: il Renato Rascel dell’antimafia?».

Piera Maggio interviene, i legali mandano una diffida e lo spettacolo non si fa più, in mezzo a polemiche e indignazione. I post vengono poi tolti da Facebook e nel 2015 Alessandro Gori scrive sul blog (ora chiuso) un testo di scuse e spiegazioni: una sorta di disclaimer in cui viene spiegato quello che fa, il tipo di umorismo che impiega e i veri obiettivi della sua satira, cioè non la madre di Denise Pipitone bensì il circo mediatico-televisivo che negli anni aveva sfruttato, anche con un certo cinismo, la sua vicenda tragica. Da qui l’accostamento agli slogan pubblicitari, volto a smascherare la natura interessata della spettacolarizzazione del caso.

Quello che risulta fondamentale per capire il senso esatto delle frasi è, insomma, il contesto. Come (quasi) ogni battuta, il senso non è letterale e va ricondotto al tipo di comicità, nera e surreale, praticata da Gori. Si tratta di un meccanismo che registra quello che c’è intorno e lo riassembla. Mescola citazioni di slogan, riferimenti colti e popolari per dare un impasto particolare, surreale e complesso.

La sua parola dissacrante è ormai nota al pubblico dei suoi spettacoli e a chi ha letto il libro “Jocelyn uccide ancora”, del 2018 (che è stato depositato dall’avvocato nella prima udienza per permettere un inquadramento dell’umorismo dello Sgargabonzi).

Il procedimento era stato archiviato nel 2018 dal pubblico ministero Giulia Maggiore, dopo aver sentito Gori. L’archiviazione è stata però impugnata dall’avvocato di Piera Maggio e il Gip, cui spettava la decisione in merito, ha scelto di annullarla. Così il processo – che è penale – è andato avanti. Ora Gori, va ricordato, rischia dai sei mesi ai tre anni di carcere.

A rendere delicata tutta questa storia è, in primo luogo, il coinvolgimento di Piera Maggio e la sua vicenda dolorosa nota in tutta Italia. Ma anche il problema della libertà di espressione e dei suoi limiti. La donna a dichiarato nella prima udienza di avere percepito un’offesa nei suoi confronti, ma l’avvocato di Alessandro Gori ha ribadito che l’intenzione era del tutto diversa: non quella di diffamare la signora, bensì di criticare il sistema televisivo. Alcuni intellettuali, come Christian Raimo (più volte finito nel suo mirino), sono intervenuti in difesa del comico, altri ancora hanno cominciato a discutere sulle implicazioni di eventuali limiti allo humour nero, come declinazione della libertà di espressione (soprattutto quando questo non vuole essere offensivo).

La questione è così diventata di ampio respiro e potrebbe avere ripercussioni più estese. Altri comici, dopo lo Sgargabonzi, potrebbero in futuro venire indagati per le battute fatte o, peggio ancora, scegliere di autocensurarsi nel timore di reazioni e risentimenti anche da parte di chi non era, nelle intenzioni, l’oggetto dell’attacco satirico.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club