La fine della storiaIl muro della Polonia metterà a repentaglio la foresta più antica d’Europa

La fortificazione che la Polonia vuole costruire sul suo confine est taglierebbe in due la foresta Białowieża, una foresta vergine e tutto ciò che rimane dell’immensa distesa verde che un tempo ricopriva la quasi totalità dell’Europa continentale

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Di recente in Bielorussia sono arrivati migliaia di migranti dal Medio oriente. Le autorità bielorusse, attraverso la polizia e l’esercito, li hanno picchiati e spinti verso il confine con la Polonia, cioè a entrare nell’Unione Europea. I militari polacchi ne hanno impedito l’ingresso. Così, curdi e siriani in fuga dalla guerra si sono trovati a patire la fame e il freddo a pochi chilometri dalla Russia. Alcuni sono morti assiderati.

Il primo dato, il più evidente, è l’ingiustizia e la sofferenza a cui sono state sottoposte migliaia di persone innocenti. Ma se si allarga il focus del problema si vede che queste persone sono state vittime di un gioco politico. La Bielorussia di Alexander Lukashenka, in combutta con la Russia e con la Turchia, ha fatto entrare i migranti per usarli a proprio vantaggio: allontanare la Polonia, e quindi l’Occidente, obbligando Varsavia a ergere al confine una barriera fisica di separazione tra i due stati, fatta prima di enormi rotoli di filo spinato poi di un vero e proprio muro. Il regime bielorusso – in difficoltà dopo le accuse di brogli e le grandi proteste del 2020 – grazie a questa mossa, rimane saldamente legato a Mosca. E Putin, a sua volta, così facendo ha potuto scongiurare l’avvicinamento di Minsk all’Europa occidentale. Insomma, con una mossa sola Mosca ha messo sotto scacco l’Occidente, facendo in modo che la Bielorussia rimanga saldamente sotto l’influenza del Cremlino

Evidentemente i vincitori di questo gioco sono due: il governo bielorusso e quello di Vladimir Putin. Gli sconfitti, invece, sono tre. Innanzitutto i migranti mediorientali, usati cinicamente e schiacciati in una morsa che ha motivazioni tattiche e politiche, ma di cui non hanno né colpa né contezza. Il secondo sconfitto è il popolo bielorusso: le proteste di massa cominciate alla fine del 2020 sembravano poter rovesciare il governo di Lukashenka, al potere dal 1994. C’erano dei segnali incoraggianti, come il fatto che l’Unione Europea non ha riconosciuto l’elezione che ha portato Lukashenka al governo per la sesta volta consecutiva. Ma con questa mossa la volontà popolare in Bielorussia sembra sepolta. Il terzo sconfitto, invece, è una foresta: la Białowieża.

La risposta polacca all’arrivo dei migranti dalla Bielorussia, come dicevamo, è stata di creare una barriera fisica. Il muro al confine è diventato un caso discusso in tutta Europa. Addirittura Varsavia ha impedito che venissero fatti sopralluoghi sul confine da parte del personale di Bruxelles. Lo scorso ottobre, infine, il parlamento polacco ha dato il via libera all’opera, per un costo totale di 353 milioni di euro. Il muro, che sarà alto 5,5 metri e lungo oltre 100 chilometri, è descritto dalle autorità polacche come «impenetrabile», e sorgerà nel bel mezzo di una delle foreste più antiche d’Europa. Non si tratta soltanto del danno ambientale rappresentato dalle tonnellate di cemento e metallo che verranno riversate nell’area, ma di una serie infinita di danni che, inevitabilmente, un muro simile causerà.

La foresta Białowieża è una foresta vergine: è tutto ciò che oggi rimane dell’immensa foresta che un tempo ricopriva la quasi totalità dell’Europa continentale. Per citare un dato, solo uno, che può rendere l’idea della sua importanza: questo è l’unico luogo al mondo in cui si possono ancora osservare i bisonti europei, così come centinaia di altre specie, animali e vegetali completamente estinte nel resto del pianeta. Non se ne parla spesso, anzi quasi mai, della foresta Białowieża. Eppure, a dimostrazione di quanto sia importante mantenerla integra, già nel 1932 è stata protetta in quanto parco nazionale, e oggi è parte del patrimonio dell’Unesco. 

Già nel novembre del 2021 un articolo apparso sulla rivista Science, e firmato da alcuni dei più importanti studiosi della foresta vergine al confine tra Polonia e Bielorussia, mettevano in guardia la comunità internazionale sui rischi ambientali di un eventuale muro che l’avrebbe divisa in due. Diverse specie stanno tornando solo oggi a ripopolare diverse aree della foresta, come l’orso bruno che dopo decenni, finalmente, è stato avvistato nel versante polacco. Il muro voluto da Varsavia, evidentemente, interromperebbe questi processi.

Gli stessi studiosi e autori dell’articolo di Science (Nowak, Jaroszewicz e Żmihorski) di recente hanno anche pubblicato un appello sul sito The Conversation, in cui spiegano che alcuni grandi animali “come il bisonte europeo, il cinghiale, la lince e il lupo” abitano la foresta su entrambi i lati del confine. Di conseguenza separare le comunità impedirebbe a molti di questi esemplari di migrare, cacciare, muoversi per sfuggire ai predatori e accoppiarsi. 

Le preoccupazioni degli studiosi sono basate su studi, non su semplici supposizioni. Il muro polacco somiglierà, per dimensioni e struttura, ad alcune parti di quello che esiste sul confine tra Messico e Stati Uniti. In quel caso, come spiegano sempre i tre scienziati, “gli animali colpiti dalla barriera USA-Messico includono giaguari, gufi pigmei e una mandria di bisonti il cui cibo e acqua sono stati divisi dal confine”. Inoltre, alcuni studi dimostrano come muri del genere scoraggiano la fauna selvatica molto più di quanto scoraggino le persone. Il motivo è che gli esseri umani, nonostante le difficoltà, troveranno comunque dei modi per scavalcare un muro: scale, corde da usare per arrampicarsi, tunnel sotterranei e così via. Gli animali invece, davanti a centinaia di chilometri di barriera alta 5 metri e mezzo, semplicemente rimangono bloccati.

Esistono anche dati sui danni causati da barriere innalzate in Europa: la recinzione di filo spinato posta sul confine tra Slovenia e Croazia nel 2015, per esempio, ha ucciso centinaia di cervi e altri grandi mammiferi. Le stime parlano di 0,12 ungulati morti per ogni chilometro di recinzione in pochi mesi. E ci sono dati peggiori: ogni chilometro della recinzione tra Croazia e Ungheria (più alta di quella tra Croazia e Slovenia) ha ucciso 0,47 grandi mammiferi in soli due anni. Quando pensiamo a un muro posto tra due paesi non ci pensiamo, ma le strutture architettoniche hanno degli effetti diretti sulla fauna e la flora. Centinaia di cervi, per esempio, sono morti perché, cercando di migrare si sono ritrovati ammassati al confine. Gruppi così numerosi diventano facili da individuare per i predatori, e di conseguenza anche da cacciare.

Sappiamo che i muri sono spesso opere di propaganda politica, e che non servono davvero a bloccare i flussi migratori. Eppure nel mondo se ne contano oltre 32 mila chilometri, e molti altri, come dimostra la vicenda del confine tra Polonia e Bielorussia, sono in procinto di essere costruiti. Che la propaganda ha dei risvolti negativi lo sappiamo. Quello che sappiamo meno è che tra questi c’è anche la frammentazione degli habitat.

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