La sagra del wishful thinkingLa lezione dimenticata del covid e il realismo magico della politica italiana

Nella pandemia quasi tutti i partiti si sono affidati al metodo scientifico, ma quando si tratta di economia, energia, ambiente, esteri e rischi strategici si comportano all’opposto. Eppure sono temi che meriterebbero di essere affrontati con la stessa serietà

Unsplash

Molti, fin dall’inizio della pandemia, hanno preconizzato che il Covid avrebbe fatalmente inaugurato una stagione politica nuova, destinata a lasciare effetti duraturi e non particolarmente positivi nella vita delle democrazie. La percezione diffusa di un trade off tra libertà individuale e sicurezza collettiva prestissimo portò perfino a riabilitare il Panopticon cinese, come modello di sorveglianza efficiente, malgrado proprio l’assoluta incontrollabilità del potere (a fronte della totale controllabilità dei cittadini) avesse avuto parte evidente nei meccanismi che consentirono a virus di Wuhan d’invadere il mondo, ben prima che i cinesi ne ammettessero l’esistenza e la responsabilità.

Il fascino per la sbrigativa efficienza di Pechino, paragonata alla fisiologica lentezza delle democrazie occidentali, segnò subito un punto di prevedibile vantaggio per chi sostenne che il Covid imponeva un necessario cambio di paradigma sulle regole e sui principi fondamentali dell’organizzazione politica delle società assediate dal contagio e la sospensione inevitabile di una serie di norme e di diritti incompatibili con lo stato di guerra.

In Italia, ad esempio, la rapidissima adozione di misure economiche e monetarie, che derogavano ai principi fondamentali della costituzione economica dell’Unione, anziché essere intesa come segno dell’intrinseca e positiva flessibilità delle regole europee, venne giudicata come la prova della loro “stupidità” e della necessità di deliberarne il rapido superamento.

Allo stesso modo, la guerra al Covid è diventata l’occasione per riequilibrare i rapporti tra il peso dello Stato e l’autonomia della società e tra i limiti della sovranità collettiva e quelli della libertà individuale. Molte delle compatibilità economiche, giuridiche e civili che lo Stato era prima tenuto a rispettare, durante la guerra pandemica hanno trovato riscrittura, secondo un diverso ordine di priorità, anche per i tempi di pace futuri. In alcuni casi una riscrittura formale, nella stragrande maggioranza una riscrittura solo materiale, cristallizzata nel mero contenuto ideologico, ma pronta a calare sul pratico con l’ambizione di farsi legge. Non penso, in questo, al tema oltremodo sensibile dell’obbligo vaccinale, su cui, a prescindere dal giudizio dell’effettiva utilità, che non dovrebbe vedere i contrari iscritti tra i nemici della patria, la riflessione tenta di muoversi entro i limiti delle previsioni e della giurisprudenza costituzionale.

Penso piuttosto a proposte, atti, idee e provocazioni che promuovono il totale sfondamento di regole e principi che nella stagione pre-Covid appartenevano alla più pacifica normalità democratica. Penso a come il dibattito sul costo delle mascherine abbia ormai sdoganato l’idea che il controllo dei prezzi, di fronte alle cosiddette speculazioni mercato, sia una ovvietà di cui non c’è neppure da discutere, se non per le impuntature dei liberisti da divano. Penso alla libertà che la mano pubblica, contando su una capacità di indebitamento apparentemente illimitata, ritiene di riguadagnare sul mercato, con il corollario di nazionalizzazioni o paranazionalizzazioni esemplari (Autostrade, Ilva). Penso all’opposizione che tutto il cocuzzaro democratico ha riservato al compromesso nucleare tra Francia e Germania nella tassonomia verde europea.

Ci sono quelli che dicono che la malattia ha insegnato loro molto dei veri valori della vita. In Italia (e non solo in Italia) ci sono folle di politici, opinionisti e commentatori, maestri di vita e di virtù repubblicane di assortita formazione umanistica o scientifica, che spiegano come il Covid abbia fatto riscoprire loro – e quindi, ça va sans dire, a tutti – i veri valori della politica, li abbia svegliati dal sonno dogmatico della routine liberale, aprendo occhi e mente a un mondo nuovo, che impone di lasciarsi il vecchio alle spalle.

Ed è questo forse il prodotto più politicamente paradossale dello scenario pandemico: la correlazione tra la professione di fede nella scienza contro il Covid e l’adesione a un realismo magico, irenico e miracolistico su tutti gli altri temi dello scibile politico.

Su spesa pubblica e debito, energia e ambiente, perfino sulla politica internazionale siamo alla sagra permanente del wishful thinking e i più inguaribili sognatori della futuribile età dell’oro di pace, prosperità e giustizia, ovunque e per tutti, sono proprio i più implacabili sostenitori del ce lo dice la scienza, anche sulla più minuta e specifica misura anti-Covid. La transizione ecologica sarà un pranzo di gala, se solo si aboliranno al più presto le fonti fossili e si riseppellirà – sempre maledetta – l’opzione nucleare. E se le bollette salgano, le paga lo Stato.

Il bilancio pubblico, senza dare neppure un occhio a uno spread nel frattempo risvegliatosi, potrà godere per decenni del latte e del miele dei crediti europei e della BCE e il debito sovrano mutualizzato diverrà la nuova variabile indipendente dell’ordine politico nazionale e il nuovo cemento della costituzione europea. Perfino le minacce militari russe e cinesi, non solo annunciate, ma direttamente agite, e l’incaprettamento energetico dell’Italia – esageratamente dipendente dai ricatti di stati canaglia – sembrano pericoli che sbiadiscono all’orizzonte illuminato dal sole della solidarietà pandemica.

Inutile dire che avere fatto della scienza una religione e del suo sapere degli articoli di fede, direttamente trasferibili nella legislazione civile, come le teocrazie fanno della parola di Dio, è invece purtroppo coerente con questa idea dei miracoli come opere della fede e della buona volontà umana, in barba a qualunque realtà. A conferma del fatto che non è affatto detto che ne usciremo migliori, anzi.