UberinstagrammabileLe 766 pagine della romanziera hawaiana che nessuno ha letto, ma che tutti pubblicano sui social

Il nuovo libro della scrittrice Hanya Yanagihara viene mostrato dagli intellettuali del Pigneto con la stessa concupiscenza con cui le ventenni aprono le scatole dell’Estetista cinica. Lei approfitta della suscettibilità dei lettori e li ricatta con le disgrazie dei suoi personaggi, ma la cosa favolosa è la sua carriera

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È molto triste arrivare a quarantanove anni e scoprire che la vita ti ha truffata. Che ti ha illusa d’essere quella che meglio si era organizzata, che più lussuosamente disponeva del proprio tempo, che più era stata furba nello strutturare la propria vita lavorativa come il tempo libero degli altri: passo le giornate a leggere e scrivere e guardare film, che pacchia, che genio del farmi pagare per non lavorare sono stata.

Poi arriva il gennaio del 2022, e scopri che ti hanno sempre mentito. Scopri che gente con vite presunte normali, lavori presunti veri, e persino doveri orrendi quali una famiglia da spupazzarsi o degli animali da portar fuori, scopri che quella gente lì, che le tue giornate le deve sintetizzare in mezz’ora prima di dormire, mezz’ora in cui con gli occhi che le si chiudono legge due paginette, scopri che quella gente lì ha evidentemente più ore ricreative delle tue.

Solo così si spiega il fatto che tutto il Twitter la settimana scorsa sfoggiasse il nuovo Houllebecq, 745 pagine, e tutto l’Instagram questa settimana sfoggi il nuovo Yanagihara, 766 pagine, e io qui che sto morendo perché vorrei leggere Altre concupiscenze, che sono poco più di duecento misere pagine, ma invece di baloccarmi con un Manganelli rosa polvere (c’è una cosa più sublime d’un autore bravissimo con una copertina rosadelphi? È una domanda retorica) devo scrivere per Linkiesta.

E sì, lo so che sui social non funziona la lettura, funziona il feticismo delle merci, non devi averli letti, devi fare l’unboxing (la Yanagihara il suo editore – Feltrinelli – l’ha proprio messa in una scatola, scatola decorata con delle finestre che dovrebbero essere quelle del palazzo di Washington square in cui si svolgono le storie: a me sembrano quelle della copertina del libro di Ezio Mauro sulla pandemia, ma è perché non sono influencer).

Lo so che gli intellettuali del Pigneto che aprono gongolanti la scatola della romanziera hawaiana sono tali e quali alle ventenni che aprono le scatole dell’Estetista Cinica – solo che, una volta postata la storia su Instagram, invece di spalmarsi l’olio in faccia usano il volume come fermaporta – so tutto, ho studiato, e tuttavia sento che qualcosa mi sfugge nel fenomeno. (Peraltro già accaduto: lessi Il mio anno di riposo e oblio perché tutte le divette americane s’instagrammavano col romanzo di Ottessa Moshfegh; evidentemente la letteratura è ormai tale e quale al libro d’uno youtuber, nei meccanismi promozionali).

Nessuna delle storie in cui intellettuali in brodo di giuggiole estraevano il feticcio dalla scatola mi ha fatto venir voglia, però, di leggere Verso il paradiso; non quanta me ne ha fatta venire un articolo del New York Magazine che la demolisce e la rende il personaggio più interessante comparso sulla scena letteraria da parecchio tempo.

Di Hanya Yanagihara, fino a quell’articolo, sapevo solo che aveva pubblicato un libro con in copertina uno che piange (Una vita come tante, edito da Sellerio) che era stato anch’esso assai instagrammato anni fa. Abbastanza instagrammato da farmelo comprare ma non da farmelo leggere.

Dal New York Magazine ho innanzitutto appreso una meraviglia per la quale rinnoverò subito l’abbonamento a quel giornale che pure sempre più spesso mi delude, ma è perché trovi meraviglie che lo pago. Accadde infatti che nel 2015 Una vita come tante venisse stroncato dalla New York Review of Books. Yanagihara, della quale continuo a non aver mai letto una riga (ma presto ne instagrammerò la copertina: ci tengo ad assecondare lo spirito del tempo), è solita creare personaggi omosessuali ai quali infligge le peggio vessazioni. In particolare, apprendo dalle recensioni, quello di Una vita come tante era stato cresciuto da monaci pedofili, rapito e costretto a prostituirsi, molestato di nuovo in orfanotrofio, torturato violentato investito e insomma mancava solo la rupe tarpea, e alla fine si suicida (è spoiler se racconti un libro che non hai letto? In caso prendetevela coi recensori americani, io copio da loro).

Il recensore della NYRoB aveva quindi accusato l’autrice d’approfittarsi della suscettibilità dei giovani lettori e di ricattarli con le disgrazie dei suoi personaggi, di abbindolarli con la pornografia del dolore che tanto va di moda in questi anni. L’editor, indignato, aveva scritto alla NYRoB una lettera di totale mitomania alla quale l’articolo del NYMag mi ha fornito un link per il quale provo imperitura gratitudine. Quindi, se mi commuovo per i suoi personaggi, Dickens mi ha gabbato, protestava l’editor. Per concludere poi che no, Yanagihara non si rivolge al pubblico boccalone degli universitari: il libro costa trenta dollari, mica possono permetterselo. Una lettera che è un grandissimo pezzo di letteratura.

Oltretutto Yanagihara, mentre scriveva questi dolenti romanzi, ha fatto la vita che ho sempre voluto fare io: farsi pagare per andare in alberghi e ristoranti. Riporta il New York che, quando lavorava per Condé Nast Traveler, si fece pagare sessantamila dollari di alberghi per stare un mese e mezzo in Asia e raccontarla agli aspiranti turisti. Hanya, insegnami a vivere. (Ci sono anche delle parti che l’articolo riporta come tali e quali sia nei suoi articoli di viaggio sia nei suoi romanzi: Hanya, questa parte la so già, sono bravissima a riscaldare gli avanzi, è sulle suite nei Four Seasons che ho margini di miglioramento).

Secondo il New York, Verso il paradiso è fatto appiccicando insieme una novella, dei racconti, e un romanzo, ambientati in tre secoli diversi nella casa di Ezio Mauro (cioè, scusate: in quella di Washington square), e tenuti insieme a casaccio dando a personaggi diversi gli stessi nomi.

Secondo chi la conosce, Yanagihara unisce un carattere überinstagrammabile (è il genere che, quando va a Milano, trovi alla Fondazione Prada) e uno totalmente antinstagrammabile (odia farsi fotografare), il che già me la rende interessante (è più importante che sia interessante l’autore che l’opera, non facciamo finta di non saperlo, con tutte le foto di Hemingway che abbiamo ammirato negli anni).

Oltretutto, è una donna eterosessuale che scrive di uomini gay e che è entrata nel novero degli autori rispettabili della cultura americana di questo secolo dicendo l’indicibile: io scrivo di quel che mi pare, anche delle identità non mie. Insomma, è una romanziera. Che cosa rivoluzionaria. Ma quindi, per gli identitaristi ortodossi, instagrammarsi con il suo ultimo romanzo non è come instagrammarsi, non so, con la faccia tinta di nero, con un costume del Ku Klux Klan, coi pronomi sbagliati? C’è qualcosa che mi sfugge, in questo meccanismo di appropriazione dell’avversario. Solo quando avrò risolto il mistero potrò dedicarmi a leggere non dico le settecento pagine di Yanagihara, ma almeno le duecento di Manganelli.

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