Manipolatrice in chiefUna Lady Macbeth al Quirinale e i mariti che rimandano sempre tutto

Come per il Colle, nella tragedia di Shakespeare rivista al cinema da Joel Coen in scena si vedono patti instabili e alleanze di comodo. Ma c’è anche un uomo sopraffatto da una moglie ambiziosa, tanto da fare lei – come accade di solito – quello che lui preferisce sempre rimandare

frame da Youtube

Mentre guardavo “La tragedia di Macbeth”, l’adattamento cinematografico in cui Denzel Washington è Macbeth e Frances McDormand è sua moglie, la più cattiva e manipolatrice delle mogli nella storia della drammaturgia, mi facevo tantissime domande.

Per esempio: quelli che si sbattono tanto nel posizionamento per il Quirinale, lo sanno che poiché siamo mortali nulla è serio?

Per esempio: la feroce ambizione di lady Macbeth ci andrebbe bene, nel posizionamento una-donna-al-Quirinale, o la vogliamo che sia materna e sappia tirar la sfoglia?

Per esempio: le femministe postmoderne e postsensibili e postalfabetizzazione, quelle che non sanno nulla e figurarsi se hanno mai visto un Macbeth, si offenderanno per questa protagonista malvagia chiaro esempio sessista scritto da autore maschio bianco etero per mettere in cattiva luce noi femmine?

Per esempio: la me undicenne che vide Vittorio Gassman che faceva Macbeth e neanche s’accorse ci fosse una moglie in scena, perché quando c’era Gassman vedeva solo Gassman, era già una piccola maschilista?

Per esempio: come la mettiamo coi parenti? E coi sensitivi?

Ieri su Repubblica Natalia Aspesi ipotizzava che Frances, che ha voluto fortissimamente essere lady Macbeth diretta dal marito, fosse la classica cognata stronza: i fratelli Coen dirigevano sempre insieme, e ora Joel ha mollato Ethan per fare contenta la sua signora (lady Coen Macbeth) e fare il film da solo.

C’è sempre qualche affetto stabile o congiunto o qual è la formula del momento da accontentare, e noi dovremmo saperlo molto meglio degli inglesi, essendo più familisti.

A Macbeth le tre streghe (che nell’idea di regia di Joel Coen sono una sola attrice che fa tutt’e tre le parti) predicono come finirà, ma lui le predizioni non le capisce, non le sa decodificare, non ci crede. E finisce come gli avevano detto, cioè malissimo (sì, lo so che non volete vi si svelino le trame dei classici che non conoscete; ma: si chiama “La tragedia di Macbeth”, le tragedie è difficile abbiano il lieto fine).

A Berlusconi cos’avrà detto Ludovico Dello Ioio, il sensitivo che, nel suo “Invano”, Filippo Ceccarelli riferiva gli avesse detto di allontanarsi dalla dama nera dei castelli romani che era portatrice di cattive fortune? Dello Ioio sarà ancora vivo? E in caso contrario Silvio avrà un nuovo cartomante o una fattucchiera o macbethianamente tre? E la dama nera? Non potrebbe essere lei, la donna-al-Quirinale?

Il New Yorker – che la sa certamente più lunga di me, e infatti scomoda de Chirico per descrivere le scenografie, mentre io m’ero limitata a chiedermi perché Macbeth avesse la camera da letto di uno che ha appena traslocato e deve ancora comprare i mobili – dice che la tragedia è il classico tentativo di farsi prendere sul serio di chi ha sempre fatto la commedia, e in effetti vale sempre: a un certo punto il comico vuol dimostrare d’essere un vero attore (come non sapessimo tutti quant’è più difficile far ridere che far piangere); a un certo punto la bella vuole imbruttirsi acciocché tutti notiamo quant’è intelligente. Vale per tutti, nella storia del cinema, tranne che per Monica Vitti, che fece il percorso contrario: prima Antonioni, e poi Assunta Patanè.

Ma la donna-al-Quirinale – il New Yorker su questo non mi soccorre – non rischierà d’essere più una cui facciano male i capelli che una che ci faccia ridere?

Le recensioni americane della “Tragedia di Macbeth” sembrano, giuro, articoli sull’elezione del presidente della repubblica italiana. Basta cambiare i soggetti, e tutto torna – non nella critica, ma nel racconto d’una delle storie più famose della storia della drammaturgia. La correttezza che è uno sgambetto, e viceversa. La fiducia che è un invito al tradimento. Non riuscirò più a leggere un retroscena sulle alleanze senza pensare a A.O. Scott che, sul New York Times, scrive che «l’amore può essere o patto criminale o motivo di vendetta».

Ma, soprattutto, non sono riuscita a guardare Frances McDormand – che, innervosita, andava lei a mettere il pugnale con cui il re era stato ucciso in mano alle guardie del corpo che aveva precedentemente drogato, giacché il marito, scosso dal delitto, si rifiutava di tornare a finire il lavoro – non sono riuscita a guardarla senza pensare a quei mariti che dicono «sì, ora lo faccio», finché mogli sfinite lo fanno loro (che sia incastrare il capro espiatorio d’un assassino o aggiustare lo scaldabagno).

E senza pensare a una cosa che mi disse qualcuno negli anni Novanta. Guardavo l’ambizione delittuosa di lady Macbeth, che vuole che il marito sia re – se aveste un marito figo come Denzel non lo vorreste re? – e pensavo a un’interpretazione di Mani pulite secondo la quale le mogli dei pubblici ministeri avevano talmente esasperato i mariti, dicendo loro «tutti vanno in televisione tranne te», che quelli alla fine avevano trovato il modo di diventare i magistrati più famosi d’Italia.

Forse non avremo mai una donna al Quirinale: ce ne vorrebbe una la cui ambizione fosse insufflata da un marito determinato quanto lady Macbeth, e sappiamo che non esistono. Sono uomini: geneticamente predisposti a dire «sì, poi lo faccio».

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