A ben vedereLa notizia dei robot che ci rubano il lavoro è fortemente esagerata

Dopo anni dominati dai profeti di sventura, oggi alcuni economisti sostengono che l’automazione possa aumentare i posti di lavoro “umani”. Ed è una prospettiva con solide basi macroeconomiche

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Lo scenario nel quale i robot sottraggono il lavoro alle persone è uno dei più tratteggiati e tra quelli che maggiormente hanno acceso il dibattito tra quanti si occupano di industria, di politica e di società. L’immaginario comune si è dunque plasmato sulla convinzione che dove prevale l’utilizzo del robot necessariamente consegue la perdita del posto di lavoro per l’uomo. Un’opinione suffragata, oltretutto, dal timore che a causa della pandemia si sarebbe verificato un forte aumento della disoccupazione.

In realtà, i fatti hanno finito con lo sconfessare ogni timore: tant’è che, secondo i dati più recenti a novembre scorso la disoccupazione nei paesi più ricchi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) superava solo di poco quella immediatamente precedente la pandemia. Oggi sicuramente tornata agli stessi livelli. Questo rimbalzo del mercato del lavoro del mondo ricco è l’ultimo fenomeno che porta gli economisti a indagare di nuovo la questione fondamentale, chiedendosi se effettivamente i robot non aiutino invece che danneggiare i lavoratori.

«Molti pensavano che la pandemia avrebbe finalmente dato ragione ai profeti di sventura» – ha recentemente scritto The Economist – «due anni dopo, però, le prove della disoccupazione indotta dall’automazione sono scarse, anche se la spesa globale per gli investimenti sta aumentando. Il mondo ricco affronta una carenza di lavoratori, secondo i nostri calcoli ci sono un record di 30 milioni di posti vacanti in tutta l’area Ocse, che è difficile da conciliare con l’idea che le persone non sono più necessarie. La crescita dei salari per i lavoratori poco qualificati, le cui occupazioni sono generalmente ritenute più vulnerabili alla sostituzione da parte dei robot, è insolitamente veloce. Ci sono ancora poche prove dagli Stati Uniti che le mansioni più routinarie, ritenute più facili da automatizzare, si stiano riducendo rispetto ad altri tipi di lavoro».

Non ci sarebbe da stupirsi dunque, sostiene il settimanale britannico, che si stia facendo largo una contronarrazione basata sulla tesi di alcuni economisti, in contrapposizione con quella cupa dei decenni precedenti, il cui nuovo punto di vista sui robot si basa sull’idea che l’effetto diretto del loro utilizzo potrebbe essere l’aumento – e non la diminuzione – dell’occupazione umana nelle aziende. Un punto di vista che sarebbe tra l’altro suffragato da solide basi macroeconomiche.

In realtà i dati ci dicono che, alla crescita del numero di robot installati nelle fabbriche, corrisponde un incremento dell’occupazione. In Giappone e Corea del Sud, per citare due realtà che fanno un utilizzo intensivo di robot, il tasso di disoccupazione è tra i più bassi al mondo. Esiste un numero crescente di ricerche che sostengono questa tesi. Ne citiamo una di Yale University che dall’esame della produzione giapponese tra il 1978 e il 2017 ha evidenziato come a fronte dell’aumento di un’unità robotica per 1.000 lavoratori l’occupazione delle aziende aumenti del 2,2%. Esiste tuttavia un altro punto centrale, ed è che, in certi ambiti, l’utilizzo dei robot e dell’automazione è l’unica opzione percorribile perché sostituendosi all’uomo ne garantisce salute e sicurezza. Infine, occorre considerare che i robot e l’automazione devono essere programmati e governati, la qual cosa manterrebbe l’uomo al centro del processo manifatturiero facendogli ottenere il vantaggio di cambiare ruolo e, con esso, le sue mansioni.

Tuttavia, questo nuovo punto di vista non può asserire senza tema di smentita che l’automazione è cosa buona in quanto influenza positivamente sia la qualità del lavoro sia quella dei salari. Di nodi da sciogliere ve ne sono ancora tanti. Quel che conta, chiosa The Economist, è che l’era delle previsioni generiche e pessimiste sull’automazione è davvero finita. Fortunatamente, aggiungerei io. Perché una narrazione cupa genera un sentimento di ineluttabilità che di certo non incoraggia a guardare il futuro con quello spirito propositivo e costruttivo che invece i tempi richiedono. 

La nostra sfida è usare l’innovazione per rendere sostenibile il nostro sistema economico. Dobbiamo dare il meglio di noi stessi e della nostra tecnologia per trasformare un momento di crisi in una fonte di rinnovamento. La storia insegna che gli effetti della tecnologia dipendono dal modo in cui questa viene utilizzata. La tecnologia quindi non è di per sé né il problema, né la soluzione. La questione cruciale e il suo rapporto con l’uomo, la nostra capacità di comprendere limiti e potenzialità dell’innovazione. Occorre dunque fare ricorso a quell’attitudine che io chiama Homanovabilty. Cioè quel processo nato dall’incontro di tre direttrici fondamentali come innovazione (innovation), sostenibilità (sustainability) e umanesimo (human centricity), che consentirà alle aziende di passare dalla responsabilità sociale d’impresa (CSR) alla responsabilità civile d’impresa (CCR).