Fast fashionCosa possiamo fare per ridurre l’impatto ecologico dei rifiuti tessili

Ogni anno un cittadino europeo consuma sei chilogrammi di vestiti, poco più di sei di tessuti d’arredamento e quasi tre di scarpe. Se vogliamo contribuire a contrastare il cambiamento climatico possiamo partire dalle abitudini di consumo della moda preferendo uno stile di acquisto di capi senza tempo

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Dal primo gennaio scorso in Italia è entrato in vigore l’obbligo di raccogliere in modo differenziato i rifiuti tessili, anticipando di ben tre anni il recepimento della direttiva Ue che stabilisce misure vincolanti per il riciclo dei rifiuti e la riduzione del numero delle discariche entro il 2025 al fine di favorire percorsi di riciclo e riutilizzo e, come nel caso dell’industria tessile, ridurre gli impatti causati dal comparto sull’ambiente. Tuttavia, nella realtà dei fatti non siamo ancora pronti.

Se da un lato sappiamo bene che il settore tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, solo gli acquisti di abbigliamento e prodotti tessili in Europa nel 2017 hanno generato 654 chili di CO2 a persona. Dall’altro il MiTE, Ministero della Transizione Ecologica, non ha ancora definito regole e obiettivi oltre a mancare ancora un sistema di responsabilità estesa del produttore che potrebbe indicare tutti gli obblighi sul ritiro e sul riciclo dei capi usati. 

L’introduzione della Responsabilità estesa del produttore (EPR) è certo un modo per incaricare i produttori stessi di occuparsi dell’intero ciclo di vita dei beni che producono e vendono, ciclo che deve comprendere, ma evidentemente è un concetto ancora non del tutto ovvio, anche la responsabilità del loro smaltimento.

Tuttavia, pur in presenza di opinione estremamente favorevole sia da parte delle imprese che sono già impegnate nella raccolta dei rifiuti tessili sia dalle associazioni ambientaliste, le aziende, pensiamo ai soli produttori di fast fashion che producono capi dalla vita breve destinati a intasare le discariche, non sono ancora pronte e necessitano di tempo e norme precise per attuare l’EPR.

Anche l’Associazione dei Comuni italiani (Anci) ha chiesto più tempo. Ma quanto tempo ancora possiamo rubare al nostro clima? E, soprattutto, in questo tempo che serve alle aziende per organizzarsi e ai Comuni per attrezzarsi, noi singoli individui, noi cittadini possiamo fare qualcosa?

Ogni anno un cittadino europeo consuma sei chilogrammi di vestiti, poco più di sei di tessuti d’arredamento e quasi tre di scarpe. Se vogliamo attivarci e contribuire a contrastare il cambiamento climatico possiamo partire dalle abitudini di consumo della moda preferendo uno stile di acquisto di capi senza tempo. Capi che le nostre nonne ma in taluni casi anche le nostre madri, avrebbero definito “evergreen”. Quelli la cui qualità e il cui stile non tramontavano col passare delle stagioni, ma anzi le attraversavano definendone un fascino senza tempo. Ma non voglio entrare in ambito stilistico o farne un fatto estetico, anche se da dire ce ne sarebbe! Voglio limitarmi a sottolineare che in fatto di emissioni di gas serra il mondo del tessile viene dopo la casa, il cibo, i trasporti e l’intrattenimento.

Del totale dell’anidride carbonica prodotta, circa l’ottanta per cento è attribuibile alla fase di produzione dei capi, il tre per cento alla distribuzione e alla vendita, il quattordici per cento al nostro utilizzo dei capi, cioè quando li laviamo, li asciughiamo con le asciugatrici, li stiriamo. E infine un tre per cento è riconducibile allo smaltimento.

Per quanto l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) tra le misure per rendere più sostenibile il settore, oltre che alla politica e ai produttori abbia indicato misure anche ai consumatori raccomandando una maggiore durata dei capi e un consumo della moda più lento e di maggiore qualità, alla fine il timone resta sempre nelle mani dei singoli individui.

Perché, se è pur vero che da consumatori siamo spesso costretti a mandare in discarica vestiti e calzature che si sono usurati o sformati rapidamente per via della loro qualità scadente, ma è altrettanto vero che al momento dell’acquisto e sulla scorta delle esperienze dirette, non possiamo addurre scuse se continuiamo ad acquistare quel tipo di prodotti con quei livelli qualitativi e con una frequenza che fa male a tutti.