Allarme biancoL’Antartide si sta sciogliendo sempre più velocemente

Alcuni ghiacciai dell’Antartide sono in rapido arretramento. Il rischio è quello di una possibile instabilità e di un catastrofico aumento del livello delle acque

Unsplash

Un’ondata di calore molto forte ha colpito l’Antartide ed ha provocato un significativo rialzo delle temperature. La stazione meteo di Concordia, situata su un altopiano all’interno del continente, ha raggiunto valori termici pari a -11,8 gradi. Si tratta di un record assoluto ed anche preoccupante se si pensa che la temperatura media annua, a Concordia, è pari a -50 gradi. «Il caldo dell’Antartide è veramente estremo e non ho mai visto qualcosa del genere» ha commentato Walt Meier dello Us National Snow and Ice Data Center (Nsidc) a New Scientist. Il sistema di venti occidentali che protegge l’Antartide dagli altri climi si è improvvisamente indebolito ed ha lasciato penetrare una massa di aria calda proveniente dalla lontana Australia. Questo evento non dovrebbe avere effetti a lungo termine e può essere imputato alla variabilità climatica ma è un campanello d’allarme. 

Le regioni polari sono le prime ad essere colpite dal surriscaldamento climatico ed alcuni sviluppi drammatici si stanno già verificando in Antartide. La Penisola Antartica, una popolare destinazione turistica, è tra i luoghi che si stanno surriscaldando più velocemente di tutto l’Emisfero Meridionale, con una temperatura media estiva che è aumentata di più di 5 gradi dal 1970 al 2000. Gli iceberg si stanno sciogliendo sempre più velocemente e questo fenomeno è spiegabile con il fatto che, proprio a partire dagli anni ’70, l’Oceano Meridionale ha assorbito il 75 per cento del caldo in eccesso generato dall’uomo ed il 40 per cento delle emissioni di gas serra. Le acque, sempre più tiepide ed acide, stanno influendo sullo stato di salute degli ecosistemi locali: molte colonie di pinguini si stanno riducendo rapidamente mentre altre stanno scomparendo del tutto. 

Una ricerca condotta dall’Università britannica di Reading e pubblicata su Geophysical Research Letters ha evidenziato che più di un terzo della calotta antartica potrebbe collassare in mare e provocare un enorme innalzamento del livello degli oceani se il riscaldamento globale supererà i 4 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. I ricercatori ritengono che la piattaforma Larsen C, i ghiacciai Shackleton, Pine Island e Wilkins siano le zone più a rischio ed il loro collasso consentirebbe al ghiaccio più a monte di scorrere rapidamente verso l’oceano e di sciogliersi in acqua. La destabilizzazione del 34 per cento dell’intera calotta potrebbe non rendere bene l’idea della quantità di ghiaccio di cui si sta parlando che, in realtà, è pari al 66 per cento di quello presente sulla terraferma. Si tratta di uno scenario che va evitato a tutti i costi. 

Una ricerca condotta dall’Imperial College di Londra in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) e Università di Siena ha posto l’accento sul fatto che le calotte glaciali del settore occidentale dell’Antartide sono a rischio a causa del riscaldamento globale. Lo studio ha mappato l’evoluzione della più grande calotta glaciale del pianeta per prevedere i possibili scenari futuri.

La conoscenza del passato ha fornito elementi utili, come spiegato da Laura De Santis, co-autrice dell’articolo. «Tra 16 e 14 milioni di anni fa» ha ricordato la De Santis, le cui parole sono riportate dall’Ansa, «con livelli di anidride carbonica in atmosfera intorno ai 500 ppm e un clima molto caldo la calotta si è ritirata fino a quasi scomparire nel settore occidentale contribuendo a un innalzamento del livello del mare globale di diverse decine di metri». Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc) ha stimato che il livello del mare sia cresciuto ad un rimo annuale di 3,6 mm nel periodo compreso tra il 2005 ed il 2015. Si tratta di un aumento che non ha precedenti e che, se prolungato nel tempo, avrà gravi conseguenze per le persone che vivono nelle zone costiere e nelle isole presso le foci dei fiumi.

Molte città asiatiche potrebbero essere colpite dall’innalzamento del mare entro il 2030 e lo stesso discorso è valido per il 40 per cento della popolazione americana, che vive in aree costiere ad alta densità e per buona parte dell’Europa. L’impatto economico di questo evento devastante lascia senza fiato: 724 miliardi di dollari di Prodotto Interno Lordo potrebbero essere bruciati dall’innalzamento estremo del livello del mare e dalle inondazioni costiere entro il 2030.