Scontri endemiciRussia e Ucraina ci hanno ricordato che il mondo è sempre in stato di guerra

Nonostante l'Europa vive da anni un periodo di forti alleanze diplomatiche e relativa pace, i conflitti armati imperversano a ogni latitudine e producono decine di migliaia di morti ogni anno

unsplash

Voglio tornare sulle parole usate dal presidente del consiglio Mario Draghi nel suo discorso al Senato di martedì scorso. E voglio tornare su alcuni passaggi, precisamente quelli in cui evidenzia quanto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia segni una svolta decisiva nella storia europea.

«Negli ultimi decenni» – ha affermato – «molti si erano illusi che la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa. Che gli orrori che avevano caratterizzato il Novecento fossero mostruosità irripetibili. Che le istituzioni multilaterali create dopo la Seconda Guerra Mondiale fossero destinate a proteggerci per sempre. In altre parole, che potessimo dare per scontate le conquiste di pace, sicurezza, benessere che le generazioni che ci hanno preceduto avevano ottenuto con enormi sacrifici».

Ora, se possiamo considerare ragionevole dire che «l’aggressione premeditata e immotivata della Russia a un Paese vicino ci riporta indietro di 80 anni» – continuando a usare le sue parole – e che «non è solo un attacco a un paese libero e sovrano ma un attacco ai nostri valori, alla democrazia e alle istituzioni che abbiamo costruito insieme», altrettanto dobbiamo fare prendendo consapevolezza che la guerra è una dinamica politica e sociale mai scomparsa nella realtà dei fatti storici.

Non occorre andare molto lontano, basta cercare su Wikipedia per avere una mappa precisa delle guerre recenti e in corso e delle loro dimensioni. Facendolo scopriremmo volumi impressionanti: circa sessanta teatri di conflitti di cui 4 sono grandi guerre, intendendo con la definizione “grandi guerre” quelle che contato 10.000 o più morti legate al combattimento nell’anno in corso o nell’ultimo anno; 19 guerre, cioè quelle che hanno causato almeno 1.000 e meno di 10.000 morti dirette e violente in un anno solare in corso o in quello passato; 21 conflitti minori, con morti numericamente comprese tra 100 e 1.000 e 15 schermaglie e scontri, cioè conflitti con meno di 100 morti.

Eppure, la pace è un valore non solo spirituale e culturale al quale ogni individuo ambisce, ma è codificato tra i 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile stabiliti dall’Onu che può essere perseguito secondo l’Agenda 2030 adoperandosi in due ambiti fondamentali: creando società pacifiche, inclusive, in cui è garantito l’accesso universale alla giustizia e assicurando la salute e il benessere per tutti e per tutte le età. A quanto pare, purtroppo, questi principi teorici sono stati applicati in maniera finora fallimentare.

Davanti ai continui elenchi delle atrocità del mondo che tv, tg e web ci propongono permettendoci di averne contezza, la pace non è forse la prima cosa a cui pensiamo? Non è forse vero che in special modo in questi ultimi giorni tutti ci siamo chiesti quale fosse la via della pace?

Può sembrare a prima vista una frase fatta o un’ipocrisia linguistica, ma penso invece che questa pervasività della guerra sia una spia della forza del concetto di pace che probabilmente rimane così desiderabile, perché ancora estremamente rara.

Secondo i recenti studi dell’Institute for Economics and Peace, nell’ultimo anno il livello medio di pace in termini globali ha subito un deterioramento dello 0,07%, ma il dato importante non è tanto la percentuale che è piccola, quanto il fatto che si tratta della nona volta che accade negli ultimi tredici anni.

Ma qual è la causa prima di ogni conflitto? Cosa induce ognuno di noi, ogni giorno, a mettersi in contrapposizione a qualcuno o a qualcosa? Non dipende forse dall’abitudine di vita, in quasi tutti i campi, di essere esposti con maggiore frequenza alle dinamiche del conflitto che non a quelle della pace? Questo accade perché lo sviluppo e la diffusione dei principi della pace, della cooperazione o semplicemente del buon senso sono spesso relegate a istituzioni moralistiche e dogmatiche quando invece dovrebbero essere materia da trasmettere attraverso i processi educativi e di istruzione. La pace, prima di farla dobbiamo apprenderla.