Fatture in visibilitàLo strano paese che si scandalizza perché ogni tanto pagano gli ospiti tv e non perché spesso ci vanno gratis

La smania di apparire gratuitamente pur di farsi riconoscere e salutare il giorno dopo dal pizzicagnolo sotto casa. Ma la verità è che i programmi ben fatti costano e se il palinsesto è scarso è anche colpa degli opinionisti a buon mercato

di Klen Torres, da Unsplash

Un paio d’anni fa, un tizio che conosco mi chiese quanto mi desse per la mia rubrica un giornale su cui avevo per un po’ tenuto, appunto, una rubrica. Il tizio fa tutt’altro lavoro, molto ben pagato, e il nuovo direttore di quel giornale gli aveva offerto di tenere, l’avrete già capito, una rubrica. Gli dissi quanto avevano pagato me, aggiungendo che era una miseria. Lui mi rispose che il direttore gli aveva offerto un terzo. La settimana dopo aprii quel giornale, e c’era la sua rubrica.

Mesi fa, m’hanno chiesto d’andare ospite in un programma televisivo. Ho chiesto una cifra. Mi hanno offerto una cifra con uno zero in meno. Ho detto che per quella cifra non stavo neanche rispondendo a quella telefonata, figuriamoci truccarmi e pettinarmi e trovare una camicetta senza macchie di sugo.

Lo stesso giorno, ero a pranzo con un tizio che di mestiere fa andare la gente in televisione. Gli ho raccontato la telefonata del mattino. Mi ha detto: secondo me dovresti andarci comunque. Ho chiesto perché, ha risposto: perché così ti fai vedere. (Cento punti fragola per lui, per non aver usato il frasifattese «visibilità»).

Ho chiesto: e poi, dopo che mi sono fatta vedere; ha risposto: ti propongono altre cose. Altre cose gratuite o sottopagate, avendomi vista in cose gratuite o sottopagate e avendo quindi capito che vengo via all’ingrosso. Mi ha detto che non capivo, che era un investimento.

D’ora in poi, tutti i nomi che userò in questo articolo non saranno nomi: saranno archetipi. Non voglio entrare nei casi personali e impicciarmi delle fatture altrui, voglio solo che affrontiamo l’indicibile italiano: i soldi, quella benedizione (altro che sterco del demonio).

La salute senza i soldi, diceva la saggia balia ligure d’una mia amica, è una mezza malattia. Chiunque dica che i soldi sono un tema volgare ha troppi soldi (o non abbastanza cervello). Chiunque dica che i soldi non risolvono i problemi non ha mai avuto un problema serio (o gliel’ha risolto qualcun altro). Chiunque dica che in tv bisogna andare gratis è un imbecille se spettatore, e uno che rovina il mercato se presente negli studi televisivi.

È per i Damilano (archetipo) che vanno in tv gratis, che siamo messi così, mica per le Tina Cipollari (archetipo) che ci vanno a pagamento. È per i Damilano (sempre archetipo) che le produzioni televisive italiane sono così imbarazzanti: secondo voi Gassman andava gratis a StudioUno? Zavoli faceva gratis “La notte della repubblica?” Sì, lo so: Maria De Filippi condusse gratis Sanremo, e quella è una parte del problema. Il ricatto morale del servizio pubblico. Ma posso assicurarvi che le produzioni di Maria De Filippi sono posti molto seri in cui tutti sono pagati molto bene: mica sono talk politici.

Con gli stessi pollici inutilmente opponibili con cui twittava sdegno per i duemila miseri euro che davano a questo Orsini di cui non avevo fino a questa settimana mai sentito parlare (non guardo i talk: non hanno abbastanza budget per accattivarmi), il ceto medio riflessivo twittava ammirazione per l’intervista fatta a un ministro russo da Christiane Amanpour, sulla Cnn. Fatta cioè col budget d’una tv a pagamento (in Italia la gente paga la tv solo se ci metti le partite, altro che interviste di politica estera), dalla più famosa giornalista del mondo, una che gratis neanche risponde alla mail con cui le chiedi di partecipare al tuo programma: davvero ci stiamo meravigliando perché i nostri programmi non riescono nello stesso modo?

La tv non è gratis, non è beneficenza, non è Emergency. Produce profitti mandarla in onda, produce profitti produrla, produce profitti condurla. Perché mai dovrei venire gratis ad aumentare i tuoi profitti? Posso farlo una volta l’anno, se ho un prosciutto da vendere, ma perché dovrei stare dieci ore in diretta la sera delle elezioni senza potermi togliere le scarpe, gratis?

Quando ero piccina, avevo amiche che venivano invitate al Maurizio Costanzo Show (che allora era l’unico talk della tv italiana: sembra di parlare di fantascienza). Accadeva già (e più di adesso: c’era meno frammentazione) quel fenomeno per cui, quando vai in tv, il giorno dopo ti sembra che quel programma l’abbia visto il 90 per cento della popolazione: tutti quelli che incontri ti dicono «t’ho visto in tv». Ricordo un’amica emozionata perché il fornaio che in genere a stento la salutava le aveva detto «ti ho vista da Costanzo». Ma avevamo vent’anni: eravamo ontologicamente sceme.

Questi che adesso vanno in tv gratis e di anni ne hanno cinquanta e un impiego in un giornale o all’università già ce l’hanno e insomma non sono così disperati da dover cogliere l’occasione di «farsi vedere», questi che scusa hanno? La stessa dei nostri vent’anni: gli piace essere riconosciuti dal fornaio, o al ristorante, o dal parcheggiatore abusivo.

D’altra parte i social sono pieni di collaboratori pagati due lupini e un’oliva che linkano i loro articoli ringraziando i giornali che li ospitano: grazie di farmi esistere.

Il tizio molto ben pagato che citavo all’inizio, lui continua a fare quella rubrica praticamente gratis. Gli sembra di sparire se non compare su un giornale, gli sembra di esistere solo se la sua fotina sta sul giornale. In un’epoca in cui i giornali non li leggono neanche più quelli che li fanno. Possiamo davvero meravigliarci se qualcuno brama l’esistenza in un mezzo che ha ancora milioni di spettatori? Se la smania d’apparire porta le Cipollari che hanno studiato a fare l’errore di andare in tv senza emettere fattura? Possiamo davvero trasecolare della loro indignazione davanti agli Scanzi, ai Travaglio, agli Orsini (tutti archetipi, per carità) che, per fare quello che loro fanno o farebbero gratis, senza emettere fattura e anche portando le pastarelle a chi li ospita, riescono invece a farsi retribuire degnamente?

Solo che i nostri eroi, invece di trasformare quell’invidia in motivazione, e iniziare a pretendere anche loro un cachet non simbolico, decidono di buttarsi sulla morale. Che, come le loro presenze televisive, non costa niente