Il tavolo della resaL’ottusità dei trattativisti a oltranza e la cecenizzazione della guerra

Il negoziato politico-diplomatico tanto invocato questi giorni serve a trattare sui termini della pace o sui termini della violenza che l’ha compromessa? Perché per legittimare la sua aggressione e ottenere i massimi vantaggi possibili, Mosca userà tutto l’arsenale a disposizione, anche quello non convenzionale

LaPresse

Già il fatto che la soluzione politico-diplomatica per far cessare i massacri russi in Ucraina pretenda di risiedere e risolversi in vaghe evocazioni di negoziato denuncia un colpevole eccesso di ottimismo, e in ogni caso una plateale imprecisione. I negoziati, infatti, sono contrattazioni in cui le parti decidono liberamente, non costrette dalla minaccia o dalla violenza, quale sia il punto di equilibrio più conveniente dei rispettivi interessi.

Si negozia, ad esempio, per l’acquisto di un bene o di un servizio tra privati o per un accordo elettorale tra partiti o perfino per un matrimonio tra fidanzati, fino a che le reciproche relazioni sono spontanee e volontarie. Si può parlare di negoziato solo se le parti hanno tutte piena fiducia di potersi alzare dal tavolo incolumi, qualunque decisione abbiano preso. Nessuno si sognerebbe di chiamare negoziato quello in cui una parte minaccia di ammazzare l’altra, o di farle esplodere la casa o l’azienda, se non trova soddisfazione delle proprie richieste.

Un’impresa, ad esempio, negozia con diversi fornitori servizi di vigilanza e sicurezza cercando di spuntare il migliore per rapporto qualità-prezzo, ma non negozia la protezione offerta dalla mafia: decide semplicemente se accettare o no l’estorsione valutando le conseguenze economiche e morali di ciascuna alternativa. Chi decide di pagare il pizzo non può essere certo accusato di nulla, ma chi rifiuta non può, se non indecentemente, essere considerato responsabile della rovina della propria impresa o della propria famiglia. E lasciamo perdere che, in Italia, questa indecenza ancora si consente molta borghesia para-mafiosa.

Visto che dunque il tanto invocato negoziato politico-diplomatico è una sorta di trattativa sul pizzo richiesto dalla Russia all’Ucraina, o qualcosa di molto simile alle trattative con i rapitori intorno all’importo del riscatto e alla liberazione del rapito, sarebbe il caso che gli intermediari – che in questo caso sono gli Stati non coinvolti nel conflitto, tra cui l’Italia – avessero chiaro che il rapporto tra le parti non è quello che normalmente intercorre tra uomini di business o di mondo, ma quello tra il sopraffattore e la sua vittima. 

Dunque, nell’auspicare la trattativa tra Russia e Ucraina – ovviamente indefessa e senza tregua – si tratta di capire se la trattativa serve a trattare sui termini della pace o sui termini della violenza che l’ha compromessa.

Si tratta di capire se la trattativa è rivolta a remunerare la cessazione della violenza, o se la prosecuzione della violenza è la remunerazione della trattativa. Si tratta di capire se si tratta per riconoscere a una parte un parziale diritto di distruggere l’altra, o per fermare la distruzione sul presupposto che essa è illegittima e criminale.

Si tratta di capire se si tratta sul diritto alla vita di uno, o sul diritto dell’altro di uccidere quella vita. Si tratta di capire se le trattative di pace si fondano sul potere di uno di continuare la guerra che ha cominciato, o sul diritto dell’altro di non essere destinatario di quell’aggressione.

Si tratta insomma di capire se si tratta per porre fine alla guerra che l’uno ha fatto alla pace dell’altro, o per dare il nome di pace a ciò che l’aggressore chiama vittoria. E si tratta di capire tutto questo molto presto, perché nell’impostazione sopraffattoria cui stiamo assistendo – e che un’oscena equanimità equipara a quella di chi vi resiste – la trattativa non è l’alternativa alla violenza, ma di questa rappresenta il guadagno: dunque c’è da attendersi che, per ottenere i massimi vantaggi possibili, l’aggressore dia fondo alla riserva di tutte le armi disponibili, compresa quella della definitiva cecenizzazione del conflitto, uso di armi non convenzionali compreso.

La logica per cui bisogna trattare, trattare a prescindere perché la guerra è peggio, trattare comunque perché la pace è meglio, trattare in ogni caso perché altrimenti Kiev, Mariupol, Odessa e le altre città ucraine diventano tante Grozny e Aleppo, suona di certo alle orecchie dell’aggressore come un incentivo, se non come un’autorizzazione a convocare a forza di bombe, massacri e altre oscenità l’Ucraina e l’Europa al tavolo della resa.

In questo tipo di trattative, insomma, dovrebbe essere chiaro all’aggressore che i costi che sarà chiamato a pagare saranno direttamente e non inversamente proporzionali ai danni che nel frattempo ha procurato agli altri e che dunque non è né sospeso, né invertito, il principio di responsabilità.

Questa logica è accettata da tutti i trattativisti a oltranza? Ci permettiamo di dubitarne. Perché non solo all’inizio, ma ancora ben dentro al macello, sprovveduta o in malafede, la parte genericamente e indiscriminatamente trattativista ha continuato a fare le viste che si trattasse di impedire una guerra in Europa, come se non ci fosse intanto, così come minacciata, così come cominciata, così come proseguita, la guerra all’Europa denominata operazione speciale.