Guerre di indipendenzaLo stop del gas a Bulgaria e Polonia è solo un avvertimento, nel mirino ci sono Italia e Germania

Le forniture energetiche sono fin dall’inizio una delle armi di Mosca più potenti. Per ora si è limitata a colpire due dei Paesi meno vulnerabili, ma l’obiettivo è spaventare Roma e Berlino. Per resistere alle pressioni, serve una risposta unita e coordinata sul piano europeo

AP Photo/ BTA Georgy Genchev

La scelta di Mosca di sospendere le forniture di gas a Polonia e Bulgaria, chiudendo i rubinetti ai Paesi che non si adeguano alla richiesta di pagare in rubli, mette in campo un elemento finora presente nel dibattito europeo solo in forma di minaccia: così come in Europa si discute di fermare le importazioni di petrolio e gas, anche la Russia, da parte sua, è intenzionata a esercitare una pressione uguale e contraria sul tema, complicando il quadro dell’economia europea. Un dato di cui, da oggi, si dovrà tener conto quando si discuterà delle misure di contrasto a Mosca.

In questo scenario, i tempi sono decisivi. Per molti Paesi europei (come Italia e Germania) un embargo totale sul gas russo avrebbe effetti rilevanti sull’economia, già provata dalla pandemia. Il blocco delle importazioni (senza danni eccessivi) è percorribile solo assicurandosi approvvigionamenti alternativi, a cui si sta già lavorando. In questo senso, rendersi indipendenti da Mosca prima di essere costretti a farlo dal Cremlino stesso è cruciale, non solo per la tenuta economica europea, ma anche per la riuscita delle strategie di pressione messe in atto a livello Ue.

Martedì il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, ha dichiarato che Berlino è ormai pronta a un embargo sul petrolio russo: nelle sue parole, una rinuncia totale alle importazioni sarebbe «gestibile», e potrebbe avvenire «a giorni». Nelle scorse settimane, la Germania ha ridotto la quota di importazioni di petrolio da Mosca dal 35% al 12% del totale, e attualmente dipende ancora dalla Russia solo la raffineria di Schwedt, nell’est del Paese, per questioni infrastrutturali legate anche alla proprietà russa dell’impianto (ma si pensa a una nazionalizzazione).

E questo anche a fronte di un’opinione pubblica in cui aumenta la quota di coloro che chiedono misure più dure nei confronti della Russia. A seguito della guerra, la Germania ha ridotto al 35% del totale le importazioni del gas russo, ma Habeck dice che nell’attuale scenario una rinuncia totale sarà impossibile prima del 2024.

Per quanto riguarda il gas, però, lo scenario è molto diverso: ad oggi, gli Stati membri più dipendenti dalla Russia per questa fonte energetica faticano ancora a trovare alternative. È il caso, di nuovo, di Italia e Germania, che dipendono dal gas russo rispettivamente per il 55% e il 40% delle importazioni. Nelle scorse settimane, hanno intavolato trattative con diversi Paesi (l’Italia con l’Algeria, mentre a Berlino si discute col Qatar) ma un cambio di forniture in grado di attuare uno stop verso Mosca richiede tempo.

Con la sua mossa contro Polonia e Bulgaria il Cremlino colpisce due Paesi refrattari all’idea di pagare le forniture in rubli (e con i pagamenti in scadenza), ma al tempo stesso anche tra i meno vulnerabili a un blocco. Sofia sostiene di avere riserve per almeno un altro mese, mentre la ministra polacca per il Clima Anna Moskwa ha affermato che il suo Paese ha scorte per il 76% della capienza totale dei depositi. Il significato dell’azione suona allora come un avvertimento. La Polonia è anche uno dei Paesi in prima fila nell’invio di aiuti militari a Kiev e colpirla, è un modo per minacciare tutti quelli che, negli scorsi giorni, hanno deciso di inviare in Ucraina anche armamenti pesanti. Come appunto la Germania, che invierà 50 carri Gepard.

In quest’ottica, quella russa sarebbe più che altro un’intimidazione diretta a terzi, Germania e Italia in primis, per i quali uno stop improvviso avrebbe serie conseguenze sul piano economico. Secondo la Bundesbank, per esempio, Berlino vedrebbe una flessione del Pil del 2%, con una perdita di 165 miliardi di euro. Habeck stesso, negli scorsi giorni, ha dichiarato come questo scenario causerebbe «disoccupazione, povertà e difficoltà per le persone nel riscaldare le proprie abitazioni».

È chiaro, tuttavia, che il proseguimento della guerra in Ucraina potrebbe spingere i Paesi europei a prendere misure economiche e ad attivare ulteriori sanzioni: la prossima settimana dovrebbe concretizzarsi l’embargo al petrolio russo, mentre si discute di misure per calmierare il prezzo del gas a livello europeo.

In effetti, in questo contesto sembrano particolarmente indicate le parole di Annalena Baerbock, ministra degli Esteri tedesca che la scorsa settimana ha ricordato come serva un un «quadro di azione europea» perché la Germania sia in grado di rinunciare al gas di Mosca. La dipendenza energetica di Berlino è una storia lunga, come ha ammesso il cancelliere Scholz al Bundestag recentemente, e negli ultimi anni si è intensificata: abbandonare ogni rapporto di scambio troppo rapidamente avrebbe un prezzo che, attualmente, la Germania non può (o non è disposta) a sostenere. E questo anche a fronte di un’opinione pubblica in cui aumenta la quota di coloro che chiedono misure più dure nei confronti della Russia.

Oltre che sul campo, in termini di sostegno all’Ucraina, il braccio di ferro tra Mosca e Ue si combatte quindi anche sui tempi di transizione tra fonti energetiche: ogni passo in avanti di Bruxelles potrebbe scatenare un blocco di Mosca contro un’Europa non ancora pronta.

In questo senso, un piano d’azione europeo potrebbe essere l’unico strumento davvero in grado di accelerare i tempi, permettendo ai Paesi membri di uscire dalla fase caotica in cui i diversi Paesi cercano singoli accordi bilaterali. La risposta europea, ha affermato Ursula von der Leyen, sarà «immediata, unita, coordinata». In effetti, è proprio nel momento più buio della pandemia che l’Ue ha partorito NextGenerationEU: oggi potrebbe essere decisivo ritrovare quello spirito per non cedere ai ricatti di Mosca.

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