Nuovo paradigmaLe conseguenze delle catastrofi e il precario equilibrio mondiale

La pandemia, la crisi energetica e l’aggressione della Russia in Ucraina hanno causato una destabilizzazione del quadro internazionale, comportando una rottura radicale degli assetti preesistenti

Le catastrofi provocano sempre delle rotture col presente e il passato. E non è affatto garantito che sia possibile la ricomposizione di un nuovo equilibrio. È certo che non si ristabilirà mai l’ordine precedente.

Senza scomodare le guerre del XX secolo e gli sconvolgimenti geopolitici che ne sono scaturiti, è stato così con l’emergenza sanitaria. All’inizio della pandemia abbiamo voluto credere che bastasse sopportare con pazienza il lockdown perché tutto, poi, sarebbe andato bene e tornato come era in precedenza. I ristori, la cassa integrazione senza limiti per tutti, il blocco dei licenziamenti per ben 500 giorni avevano la pretesa di mettere al riparo gli assetti produttivi e occupazionali esistenti, nel presupposto che, cessata la crisi, tutto sarebbe ripartito come prima. La scoperta dei vaccini e il loro impiego di massa hanno permesso di contenere e ridurre l’impatto della pandemia, ma non hanno evitato lo sconvolgimento dei precedenti equilibri.

La crisi energetica, la mancanza delle materie prime, le difficoltà del commercio internazionale a causa di problemi logistici, il rincaro delle commodities e degli input intermedi, la concorrenza nell’appropriarsi dei beni e dei prodotti disponibili persino a livello della filiera alimentare, si sono tradotti in ostacoli alla ripresa e hanno messo in evidenza la necessità di strategie industriali e commerciali diverse. In particolare per quanto riguarda gli approvvigionamenti energetici e il ricorso alle delocalizzazioni (può la Cina continuare a essere la fabbrica del mondo?).

La catastrofe dell’aggressione della Russia all’Ucraina non ci ha dato modo di verificare fino a che punto i cambiamenti prodotti dalla pandemia, sui mercati, fossero congiunturali (e quindi recuperabili nel giro di qualche mese) oppure strutturali. Ricordiamo in proposito le analisi della Banca d’Italia e quanto Mario Draghi disse all’Assemblea della Confindustria nel settembre scorso. «Era dunque inevitabile che alla riapertura si accompagnasse una forte accelerazione dell’attività. La sfida per il Governo – e per tutto il sistema produttivo e per le parti sociali – è fare in modo che questa ripresa sia duratura e sostenibile. Dobbiamo evitare i rischi congiunturali che si nascondono dietro questo momento positivo».

La guerra non si è limitata solo a proiettare una congiuntura problematica su di un orizzonte lungo, ma ha profondamente destabilizzato il quadro politico internazionale, senza che si intravveda ancora una possibile ricomposizione, neppure provvisoria. Ecco perché è profondamente sbagliata la narrazione svolta dai media e dai talk show che sono diventati, paradossalmente, le uniche sedi del dibattito. In sostanza – è la comune vulgata – basterebbe che finisse la guerra e  – come ai tempi della prima ondata del covid-19 – tutto tornerebbe «ad andare bene».

Certo, per loro, la pace va cercata anche a costo di servirsi del Donbass degli altri. Ma poi finirebbe l’incubo degli effetti delle sanzioni e sarebbero fugati gli incubi di passare un inverno senza forniture adeguate di gas. Continueremmo a fare affari con Putin conservando la nostra purezza ecologica e acquistando dalla Russia le energie che ci rifiutiamo di produrre o di estrarre (si veda il gas nell’Adriatico e il petrolio in Basilicata).

Purtroppo la realtà è cambiata e nulla potrà ricondurla agli assetti precedenti. Putin si è rivelato un nemico che ha attaccato l’Occidente, a cui l’Europa – certo con tutte le cautele del caso – non può più affidare i suoi approvvigionamenti energetici, perché il gas e il petrolio russo si sono trasformati in un’arma, tra le più potenti, in mano allo Zar del Cremlino. E se abbiamo a che fare con un nemico (anzi con un criminale di guerra come accerteranno gli organi della giustizia internazionale) che in Ucraina si trova in difficoltà a causa della resistenza di quella popolazione è strategicamente corretto – come stanno facendo gli Stati Uniti – rafforzare con le sanzioni e l’assistenza militare la trappola in cui Putin si è andato a cacciare.

Dicono a questo proposito le nostre anime belle: «ma così moriranno tanti civili ucraini». Non prendono in considerazione che ne morirebbero molti di più se non fossero in grado di combattere. Oppure dobbiamo costringerli alla resa? Con le bombe su Kiev durante la missione di pace del segretario generale dell’ONU, Putin ha dimostrato che non è disponibile ad alcuna mediazione. E giustamente il governo ucraino non è intenzionato a mistificare la pace con la resa. Gira poi la leggenda metropolitana di un possibile ricorso di Putin – se si innervosisce – agli ordigni nucleari.

Io non credo possibile lo scoppio di una guerra atomica, anche perché la Russia avrebbe tutto da rimetterci. Ma non posso esimermi dal rivolgere una domanda a quanti agitano questo spettro. Ma se il dittatore del Cremlino è capace di scatenare un conflitto nucleare, non è una ragione in più per fermarlo? O magari prevenirne le eventuali azioni estreme?