Vent’anni dopoIl riformismo di Marco Biagi per la dignità del lavoro

Nell’anniversario dell’uccisione del giuslavorista che ha contribuito alla modernizzazione del diritto si svolgerà oggi, a Palazzo d’Accursio, storica sede dell’amministrazione del Comune di Bologna, una manifestazione su iniziativa di Base Lavoro. Parteciperanno il Cardinale Matteo Zuppi, Romano Prodi, il sindaco Matteo Lepore, il sottosegretario dalla Presidenza del Consiglio, Bruno Tabacci. Il dibattito sarà condotto da Alessandra Servidori

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Una delle manifestazioni per la ricorrenza del XX Anniversario dell’uccisione di Marco Biagi si svolgerà stasera, alle 17,30, a Palazzo d’Accursio la storica sede dell’amministrazione del Comune di Bologna, per iniziativa di Base Lavoro. Vi parteciperanno, oltre a chi scrive, S.E. il Cardinale Matteo Zuppi, Romano Prodi, il sindaco Matteo Lepore, il sottosegretario dalla Presidenza del Consiglio, Bruno Tabacci. Il dibattito sarà condotto da Alessandra Servidori.

Vent’anni, in un tempo in cui i processi mutano in fretta, sono tanti. In tema di diritto del lavoro molte cose sono cambiate da quando Marco coordinò la stesura del Libro bianco sul mercato del lavoro e definì l’impostazione della legge che porta il suo nome.

L’insegnamento che proviene dalla vita e dal lavoro di Biagi è ancora attuale per le sue intuizioni e il suo contributo alla modernizzazione del diritto del lavoro.

Ma il suo più importante lasciato è la scuola da lui fondata e portata avanti da Michele Tiraboschi: Adapt è un centro studi di eccellenza che raccoglie e prepara molti giovani talenti interessati ad approfondire le problematiche delle relazioni industriali. Marco era un convinto sostenitore di una dimensione europea, non solo di carattere istituzionale, ma anche culturale e giuridica.

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L’altra importante eredità di Biagi è la Fondazione che porta il suo nome a Modena, di cui è animatrice instancabile la moglie Marina, che da vent’anni porta avanti la memoria del marito (di cui fu compagna di scuola) attraverso un impegno culturale e civile. Anche nel ruolo di studioso, Marco aveva colto, tra i primi, l’importanza della “dimensione sociale europea” nella prospettiva dell’evoluzione del diritto del lavoro italiano.

Già nel lontano 1989, Biagi era stato relatore in un Seminario internazione, svoltosi a settembre di quell’anno a Francoforte e dedicato al diritto delle relazioni industriali in vista dell’Europa del 1992 (Trattato di Maastricht).

In quell’occasione, Marco si era cimentato nel tentativo «di identificare le materie che, in futuro, più di altre potrebbero essere oggetto di armonizzazione in sede comunitaria e di ricercare il possibile ruolo italiano».

Il professore bolognese avvertiva immediatamente che «lo sforzo di essere europeo è per un giurista, figlio solitamente di un’educazione ben poco orientata verso l’internazionalizzazione, un compito più arduo rispetto agli altri scienziati sociali». Ma sentiva, comunque, il dovere – come ebbe occasione di dimostrare negli anni successivi – di non sottrarsi «ad un impegno culturale davvero avvincente».

Marco Biagi era pienamente consapevole di due seri handicap del nostro Paese: un ritardo strutturale – ora in parte superato – nel recepire le Direttive europee (per altro appesantendone, nei provvedimenti di recepimento, i vincoli e i limiti a carico delle imprese); uno scarso interesse per le problematiche della partecipazione dei lavoratori con le quali, invece, l’Europa si era cimentata da tempo.

Secondo Biagi, essendo quello italiano un sistema altamente informale (a partire dalle regole della rappresentanza e della rappresentatività) «perderebbe davvero il suo tempo chi volesse giudicare il diritto italiano del lavoro (specie quello collettivo) tenendo conto solo dei testi legislativi».

La ricchezza della contrattazione collettiva era tale – proseguiva il professore – da costituire un insieme di regole davvero ampio e comunque sufficiente per garantire un alto livello di tutela dei lavoratori italiani. «Tuttavia, sono proprio le parti sociali – aggiungeva Marco – a rendersi conto che se l’informalità può rappresentare flessibilità nella regolamentazione dei rapporti collettivi di lavoro, possono sopraggiungere situazioni in cui essa si traduce in instabilità e quindi in un elemento di debolezza del sistema».

In sostanza, se l’informalità delle relazioni industriali italiane non aveva accusato per molti anni segni di logoramento (nonostante l’assetto estraneo al disegno costituzionale a cui era approdato il modello di relazioni industriali) fino a quando era iniziata la crisi dell’unità d’azione delle tre più importanti organizzazioni sindacali, già alla fine degli anni ’80 Biagi denunciava, nel Seminario di Francoforte, l’esigenza di innovazioni nei principi regolatori dei rapporti collettivi in diverse aree: dall’elezione delle rappresentanze dei lavoratori sul luogo di lavoro, dalle procedure di raffreddamento dei conflitti ad una vera regolamentazione dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi essenziali.

Ma l’interesse di Biagi tornava subito all’idea forza della flessibilità nella regolamentazione dei rapporti contrattuali e alla riduzione del «nucleo protettivo del lavoro, specie nelle sue aree più obsolete ed esposte alle sollecitazioni dei mercati».

E ancora a proposito del dialogo sociale che, secondo Biagi, «dovrebbe essere inteso come una fase procedurale in cui le parti raggiungono intese che facilitano una prospettiva che respinge una prassi unicamente di tipo regolatorio-legislativo e che opta decisamente per un’intelligente utilizzazione congiunta di interventi pubblici promozionali… e di intese sociali a livello nazionale».

È possibile riconoscere, dunque, le radici di un pensiero moderno del professore bolognese che venne sviluppato, anni dopo, nel Libro bianco, le cui proposte hanno costituito – in via di fatto nonostante le odiose critiche con cui venne accolto – una guide line per la riforma delle relazioni industriali.

Ma anche sul piano del diritto del lavoro in senso stretto quella “visione” europea (che fu il suo benchmarking) consentì a Marco, in qualità di consulente dei ministri del Lavoro, di rielaborare proposte e iniziative che, in quei tempi, erano state attuate nella stragrande maggioranza dei Paesi sviluppati, perché rispondevano – non già al capriccio di un governo ostile o ai disegni perversi delle forze della reazione in agguato – ma a tentativi complessi di dare risposte a precise ed ineludibili esigenze dell’economia, della produzione e dell’organizzazione del lavoro. E di tutelare, con norme adeguate, i settori emergenti e marginali del mercato del lavoro.

Perché secondo Marco il compito del giuslavorista non era quello di trasferire, a forza, la realtà all’interno di una ideologia precostituita, bensì quella di portare la regola del diritto e dei diritti, laddove non era ancora arrivata.

La capacità di guardare oltre i confini (non solo quelli fisici tra gli Stati, ma anche quelli che delimitano – e soffocano – le diverse culture, anche giuridiche) è stato il filo rosso dell’attività di Marco Biagi. In sostanza, la dignità del lavoro è garantita da quella cultura del riformismo che guidò l’attività di Marco Biagi.