Sotto lo stesso cieloCosa significa essere privilegiati nella crisi causata dal climate change

Vivere nel Nord del mondo ci dà un vantaggio: non rischiamo niente se lottiamo per il futuro del pianeta. Da ciò ci deriva un obbligo: combattere anche per conto di chi per farlo rischia la vita nel proprio Paese

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2022 in edicola a Milano e Roma e ordinabile qui.

La crisi climatica è un fenomeno che si va sviluppando da decenni, ma solo a partire dalla metà degli anni Duemila ha ottenuto l’attenzione da parte dei Paesi ricchi che costituiscono il Nord del mondo. Gli incendi incontrollati che si sono verificati in molti luoghi, dalla California alla Grecia, e le alluvioni improvvise che hanno colpito ovunque, da New York alla Germania, hanno fatto aprire gli occhi alla gente sul fatto che questa crisi globale è qualcosa di reale – e che rischiamo che si sottragga al nostro controllo qualora non facciamo qualcosa per fermarla.

La scorsa estate, scienziati climatici di tutto il mondo hanno pubblicato il report più recente del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, sottolineando, una volta ancora, che è necessario agire subito. Nelle numerose reazioni pubbliche a questi severi avvertimenti, però, non vedo convinzione, ma avverto una sensazione di impotenza. Molti nel Nord del mondo sembrano incapaci di (o poco disponibili a) istituire una correlazione tra l’aumento dei disastri naturali intorno a noi e la nostra economia, che è basata sulla crescita ed è guidata dal consumo.

Viviamo in Paesi che, se teniamo conto delle serie storiche a partire dal 1850, si sono bruciati da un pezzo la loro quota di emissioni di CO2 sul totale mondiale. Eppure, gli effetti di quello sforamento hanno devastato più che altro Paesi lontani, che sono distanti dal nostro sguardo e in cui i cittadini affrontano rischi assai più gravi per la loro incolumità quando denunciano ad alta voce questa ingiustizia. Credo che quelli fra noi che possono agire abbiano il dovere di farlo. Dedicarsi all’attivismo per combattere gli inquinatori – che danneggiano il mondo intero – è un modo per iniziare a pagare il nostro debito.

Secondo me, il fatto che possiamo organizzare delle proteste senza correre alcun rischio è senz’altro una delle manifestazioni più evidenti di quanto siamo privilegiati. E, nella mia esperienza, esercitare questo privilegio è il modo più efficace per aiutare il mondo intero a muoversi verso un futuro più sano e più giusto per chiunque viva su questo pianeta.

Il mio primo incontro con la frustrazione e con la sensazione di impotenza che molti di noi sperimentano è avvenuto dieci anni fa. Dopo essermi diplomata all’istituto nautico e aver ottenuto la patente per la navigazione commerciale, avevo portato il rompighiaccio tedesco RV Polarstern fino al Polo Nord, dove sarebbe servito per delle ricerche. Sul ponte ghiacciato i nostri scienziati esultarono e brindarono al raggiungimento della meta, ma pochi minuti dopo erano già tornati al lavoro. E cominciai a vedere delle facce preoccupate.

Non avremmo potuto effettuare le misurazioni per le quali eravamo arrivati fino al Polo Nord perché semplicemente non c’era abbastanza ghiaccio vecchio. Alla fine, con l’ausilio di un elicottero, abbiamo dovuto cercare un lastrone di ghiaccio vecchio che fosse abbastanza grande. Mentre un senso di frustrazione si diffondeva tra gli scienziati più anziani, che per decenni avevano pubblicato report e avvertimenti sulla crisi climatica ma erano stati perlopiù ignorati.

Oggi la gran parte delle persone mi definisce “attivista”. Non lavoro più come professionista nel settore marittimo, anche se mi si conosce come la capitana della nave per il salvataggio dei rifugiati che è stata arrestata (e poi subito rilasciata) per aver attraccato senza permesso in Italia dopo 17 giorni di stazionamento in mare aperto. Quello è stato un atto di disobbedienza civile a supporto delle persone che vengono spinte violentemente ai margini dalla società europea, un atto che ho compiuto usando il mio privilegio di bianca della classe media, che consiste nella possibilità di studiare gratuitamente all’università e nella consapevolezza di avere meno probabilità rispetto a molti migranti di finire sotto processo in Grecia o in Italia con accuse relative all’immigrazione clandestina.

Nell’agosto del 2021 sono tornata in Germania e mi sono recata in quel che resta di Lützerath, un paese che si trova a soli 200 metri dalla grande miniera a cielo aperto di lignite che si chiama Garzweiler e che alimenta la centrale elettrica a carbone Neurath, che appartiene alla compagnia energetica RWE ed è tra le dieci maggiori fonti di inquinamento d’Europa. Una sola fattoria è tutto quello che è rimasto a Lützerath. L’agricoltore che la possiede non vuole vendere la sua terra a RWE ma presto potrebbe essere espropriato. Io sono una delle 300 persone invitate da quel contadino perché lo aiutassero a opporsi all’esproprio occupando il terreno con un accampamento permanente.

In posti come Lützerath vedo un’altra occasione per protestare e per utilizzare l’azione diretta e l’occupazione della terra nel tentativo di impedire un ulteriore sfruttamento delle miniere di carbone che contribuiscono all’aumento delle emissioni da carburanti fossili e quindi, se non si interviene, alla catastrofe climatica globale. Se l’opinione pubblica non manifesterà la sua contrarietà, le industrie inquinanti non abbandoneranno i loro business model distruttivi.

Diversamente dalle persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza (e le cui vite sono state colpite dal cambiamento climatico molto di più e da molto più tempo rispetto a quanto è accaduto a noi, che viviamo nel Nord del mondo) io e molti altri siamo nati o abitiamo in posti in cui hanno le loro sedi alcune delle aziende più inquinanti del mondo, come la Exxon, la Royal Dutch Shell, la BP, la Chevron e la Total.

Questo privilegio geografico, combinato con le responsabilità che dobbiamo prenderci per quanto riguarda il nostro storico “debito carbonico”, fa sì che possiamo utilizzare proprio nei Paesi d’origine delle aziende che inquinano una varietà di tattiche diverse, come ad esempio gli atti di disobbedienza civile, per costringere queste aziende a rispondere dei loro crimini. E questo privilegio consente anche un accesso diretto alle strutture di potere di queste aziende: alle loro finanze, alle lobby che le sostengono e alle loro licenze per operare. Non sarà facile.

D’altra parte, molte persone, nel passato come nel presente, hanno lottato per i propri diritti e per la libertà in circostanze molto più difficili. Il mio amico sudanese Abdul Aziz Muhamat ha trascorso quasi sei anni nei centri di detenzione australiani per immigrati che si trovano sull’isola di Manus (in Papua Nuova Guinea, ndr). Durante tutto quel tempo, i detenuti si sono instancabilmente organizzati fra loro per affrontare il governo australiano per quello che concerne le sue politiche verso i richiedenti asilo. Alla fine la gran parte di loro è stata rilasciata.

La mia amica keniana Phyllis Omido, che vive in uno slum di Mombasa, ha guidato la lotta della sua comunità contro l’avvelenamento da piombo causato da una fabbrica locale. È stata attaccata e arrestata e ha dovuto anche nascondersi dopo che la sua azione legale contro il governo aveva innescato ulteriori minacce alla sua sicurezza. Alla fine lei e la sua comunità hanno vinto e numerose fonderie di rifiuti tossici sono state chiuse.

In molti Paesi protestare per i propri diritti corrisponde a una sentenza di morte. Ma sembra che anche alcune nazioni tradizionalmente democratiche si stiano incamminando nella stessa direzione illegalizzando strumenti e attività che hanno a che fare con la protesta e la disobbedienza civile. In seguito alle mobilitazioni del 2016 contro la Dakota Access Pipeline nel North Dakota, molti Stati americani  hanno approvato leggi per rendere perseguibile lo sconfinamento in aree in cui ci sono condutture per il petrolio o il gas.

Come reazione alle proteste contro le miniere di carbone, l’Australia, nel 2020, ha varato una norma che dichiara illegali gli strumenti con cui gli attivisti si legano tra loro o si incatenano ai binari o ad altre strutture. E in Germania, l’estate scorsa, la polizia ha arrestato altri attivisti a Lützerath in base alle modifiche del 2018 alla legge sulla sicurezza del Land Nordreno-Westfalia che è nota come “Lex Hambi”: questa legge, che consente alla polizia di trattenere le persone fino a sette giorni per poterne verificare l’identità, è stata fatta anche come risposta agli attivisti per il clima che “piallavano” (ad esempio con l’uso di colla, ndr) le loro impronte digitali per evitare l’identificazione.

Forse alcuni percepiscono per la prima volta in modo così forte la sensazione di non avere il controllo sul proprio futuro personale e collettivo. Molte persone – e in particolare quelle che, come me, appartengono alla classe media bianca – non sono abituate a combattere difficili battaglie impari contro le strutture del potere. E non ci è stato insegnato come costruire comunità e organizzazioni collettive in una situazione in cui le probabilità sono contro di noi. In altre parole, il nostro privilegio viene messo alla prova. Ma fortunatamente questo stesso privilegio ci fornisce i mezzi e la determinazione per raccogliere la sfida.

Non è mio desiderio affrontare la polizia a la security della RWE a Lützerath. A dire la verità, preferirei tornare alla mia vita di prima e navigare intorno all’Antartide in un ruolo di supporto alla scienza. Ma so che il mio privilegio fa sì che io debba prendermi le mie responsabilità non soltanto verso le comunità che lottano per la loro sopravvivenza, ma anche per la comunità globale che comprende tutti gli esseri umani.

La lotta per la sicurezza climatica globale è ora sul nostro uscio di casa. E perché abbia successo c’è bisogno di una cultura della resistenza e di una chiara visione di giustizia e solidarietà.

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