Contro il pensiero lateraleDraghi ribadisca in Parlamento che l’Italia continuerà ad aiutare l’Ucraina

Per colpa dei talk show e dei media grottescamente putiniani, gli italiani sono sempre più disorientati. Per questo il presidente del Consiglio ha il dovere di unire il Paese su una linea di pieno sostegno a Kiev

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L’opinione pubblica sta cambiando umore rispetto a due mesi fa. Il mainstream è quello dei talk show e di certi suoi imbarazzanti ospiti che ormai danno la linea ad alcuni partiti come il Movimento 5 stelle che ha assunto, come ha detto l’ineffabile Giuseppe Conte, il «pensiero laterale» del putiniano professor Alessandro Orsini, vedette tv e noiosa firma del Fatto, uno dei due organi del grottesco putinismo italiano (l’altro è La Verità).

Checché ne dica Michele Santoro, l’informazione televisiva sta persuadendo il Paese che «inviare le armi significa prolungare la guerra», che bisogna «puntare alla diplomazia» e che «la pace si fa con i nemici», tutte belle parole tuttavia assolutamente prive delle condizioni minime per essere realizzate dato che Putin continua nella sua devastante azione di morte e arriva a bombardare Kiev mentre vi si trova il segretario generale dell’Onu. Ma non si può non considerare che gli italiani, già frastornati dalla propaganda del network filorusso, sono disorientati da accadimenti di una guerra di cui non si intravede lo sbocco.

In questo quadro la politica suona canzoni diverse determinando una cacofonia insopportabile. Tenendo conto di tutto questo il governo non deve aver paura di andare nelle aule parlamentari per fare il punto della situazione e ribadire il sostegno alla causa ucraina contro la guerra di Vladimir Putin.

Non può essere lasciato da solo il presidente della Repubblica a difendere le ragioni dell’appoggio a Kiev e contro «una guerra insensata, provocata dall’aggressione militare russa contro il popolo ucraino, che va sostenuto nella sua resistenza», come ha detto ieri Sergio Mattarella per l’ennesima volta: tocca a Mario Draghi scendere in campo.

Trincerarsi dietro le norme parlamentari che effettivamente escluderebbero un nuovo ritorno in Parlamento o ricordare che due giorni fa il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha spiegato davanti al Copasir tutto quello che c’era da spiegare in merito al sostegno militare italiano, appare una prova di debolezza, come se Draghi temesse una parlamentarizzazione delle divisioni in seno alla maggioranza. Timore peraltro più che comprensibile, vista la diserzione di Conte dalle responsabilità di sostenere gli ucraini con tutti i mezzi (armi) fino a quando Mosca non darà segni di apertura politica e di ripiegamento sul terreno.

A maggior ragione, quella di Draghi in Parlamento sarebbe l’occasione per snidare i pacifisti della domenica, a cominciare da Conte per finire a Salvini, e per fargli assumere la responsabilità di una differenziazione sulla politica estera davanti al Parlamento e al Paese: che cosa ha in mente l’avvocato del popolo? A sentire i suoi discorsi è tutto fumo, sì alle armi ma no alle armi, no a Putin ma no anche a Biden, una sequela di supercazzole (il termine è ormai sdoganato) che oltretutto sono in palese conflitto con la linea del ministro degli Esteri che è del suo stesso partito: e forse è arrivato il momento di sciogliere questa ambiguità.

Peraltro il discorso vale anche per un centrodestra nel quale non si sa chi comanda, con Salvini che fa il Conte del suo campo e Giorgia Meloni (che poi in realtà è abbastanza distaccata sulla questione) che ha lo stesso ruolo di Enrico Letta nel centrosinistra. Siccome su un tema come quello della guerra un Paese serio non può andare avanti in ordine sparso sballottato tra confusione e demagogia, tocca ancora una volta a Mario Draghi il compito ingrato ma prezioso di prendere in mano le redini della situazione e unire il Paese su una linea di pieno sostegno a Kiev e contro il mostro di Mosca.