Nosce te ipsumIl miracolo dell’autoconsapevolezza e la scienza che la studia

La capacità di riflettere sul nostro stesso pensiero è uno degli elementi che distingue l’essere umano dagli altri animali. E, come spiega Stephen M Fleming nel suo libro (Raffaello Cortina editore) è anche uno degli aspetti che, se ben sviluppati, aiuta a vivere meglio

Peter Conlan, da Unsplash

Immaginate di arrivare nello studio del vostro medico, su appuntamento, per riferire di alcuni recenti dolori al petto; vi sottoponete a una serie di esami del sangue e di scansioni, e una settimana dopo ritornate in ospedale, dove il medico riesamina insieme a voi gli esiti. Il disturbo sembra grave e lui vi consiglia sollecitamente un intervento di bypass cardiaco. Quando gli domandate perché è sicuro che la procedura sia necessaria, lui vi guiderà attraverso i suoi processi mentali, inclusa la possibilità di essersi sbagliato, e che cosa implicherebbe l’essere in errore, prima di ribadire il consiglio di sottoporvi all’intervento. Voi che cosa fareste?

Ora immaginate che, dopo esservi sottoposti a una serie di esami del sangue e di scansioni, i dati siano trasferiti a un assistente basato sull’intelligenza artificiale, il quale afferma con sicurezza che il disturbo sembra grave e che sarebbe auspicabile che vi sottoponiate a un intervento di bypass al cuore. Quando domandate al dottore se è realmente necessario, lui non è in grado di darvi una risposta: non sa perché vi e stato dato quel consiglio. Tutto quello che lui sa dire è che in passato l’IA, quando le era stata introdotta l’intera serie di dati di analisi, era stata estremamente accurata, e che sarebbe assennato confidare su di essa e procedere con l’intervento. Voi che cosa fareste?

Nel primo caso la risposta probabilmente sembra ovvia: se il dottore è sicuro e sa spiegare le ragioni della propria sicurezza, voi sentite di potervi fidare del suo consiglio. Nel secondo caso, però, non potrebbe essere altrettanto chiaro. Molti di noi intuitivamente sentono che, se una persona o una macchina stanno prendendo delle decisioni ad alto rischio a nostro vantaggio, noi dovremmo saper domandare loro che ci spieghino perché hanno elaborato proprio quella risposta.

Molti dei nostri quadri giuridici – quelli che attribuiscono la responsabilità e la colpa di errori – sono basati sul concetto di saper giustificare e difendere che cosa abbiamo fatto, e perché lo abbiamo fatto. Senza una spiegazione, non ci resta che fidarci ciecamente l’uno dell’altro, o delle nostre macchine. Per ironia, alcuni degli algoritmi di machine learning (apprendimento automatico) più efficienti sono spesso i meno spiegabili. Dal canto loro, gli esseri umani chiariscono a ogni piè sospinto che cosa stanno facendo e perché, una potenzialità che dipende dalla nostra capacità di riflettere sulle cose, di rielaborarle e di conoscere qualcosa di noi stessi: come ricordiamo, percepiamo, decidiamo, pensiamo e sentiamo.

Gli psicologi hanno coniato un nome ad hoc per questa autoconsapevolezza: l’hanno chiamata metacognizione. È letteralmente la capacità di riflettere sul nostro stesso pensiero: dal greco antico metá, che significa “dopo” o “oltre”. La metacognizione è una caratteristica fragile, bella e, francamente, bizzarra della mente umana, che affascina da secoli gli scienziati e i filosofi. In Systema Naturae, il suo celebre trattato del 1735, Carlo Linneo aveva scrupolosamente annotato le caratteristiche fisiche di centinaia di specie; ma quando si trattò di Homo, il nostro genere, rimase così affascinato dalla capacità umana della metacognizione che si limitò ad annotare la voce relativa con la seguente definizione latina, lunga una sola riga: Nosce te ipsum – “Conosci te stesso”.

L’autoconsapevolezza è una caratteristica che definisce l’esperienza umana. Prendiamo il caso di Jane, una studentessa che sta studiando per un esame di ingegneria. Che cosa potrebbe passarle per la testa? Lei sta indubbiamente destreggiandosi con una schiera di fatti e di formule che deve padroneggiare e capire, ma forse, senza rendersene conto, sta anche pensando a come, a quando e a cosa studiare. Quale ambiente è migliore: una vivace caffetteria o una tranquilla biblioteca? Forse imparerà meglio rileggendo gli appunti o magari esercitandosi su insiemi di problemi? Sarebbe forse meglio chiudere il libro su un argomento e passare a un altro? E se smettesse proprio di studiare e uscisse con le amiche?

Prendere queste decisioni correttamente è certo cruciale per le possibilità di successo di Jane. Non vorrebbe cadere nel tranello di pensare di conoscere bene un argomento quando invece non è cosi, né riporre la propria fiducia in una strategia di studio inaffidabile. Nessuno, però, le sta dando la risposta a queste domande. Piuttosto, la ragazza si affida alla propria consapevolezza di come sta imparando.

Le nostre capacità di autoriflessione non perdono d’importanza quando usciamo dall’aula scolastica o da quella degli esami. Considerate l’esperienza dello scrittore e apneista James Nestor. Nel suo libro “Il respiro degli abissi”, Nestor racconta i suoi viaggi in località costiere della Grecia e alle Bahamas e le gare di apnea lì disputate. In ciascuna competizione l’obiettivo è uno solo: immergersi più in profondità degli altri concorrenti, e in un unico respiro. Per dimostrare di avere raggiunto una particolare profondità, i subacquei recuperano un cartellino con sopra inciso un numero: se perdono i sensi dopo essere riemersi, l’immersione è dichiarata nulla e invalidata. Per avere successo, gli apneisti professionisti devono essere consapevoli della propria capacità di raggiungere una certa profondità, evitando al contempo un incidente o addirittura la morte: una lieve sottostima potrebbe sfociare in una prestazione deludente, e una lieve sovrastima potrebbe invece essere fatale. È significativo che buona parte dell’allenamento degli apneisti avvenga sulla terraferma, esplorando psicologicamente le proprie capacità e i propri limiti subacquei.

E che dire del caso di Judith Keppel, una delle prime concorrenti del gioco televisivo “Chi vuol essere milionario?” Per ciascuna domanda viene chiesto ai concorrenti se sono sicuri di sapere la risposta corretta e se vogliono rischiare la vincita già accumulata in vista della possibilità di un premio più elevato o se preferiscono rinunciare e ritirarsi in buon ordine con la somma già intascata. La posta in gioco è alta: sbagliare significa perdere ogni somma vinta. Nel caso di Keppel, la donna si era trovata davanti a questa decisione con 500.000 sterline in ballo. La domanda da un milione di sterline era: “Quale re era sposato con Eleonora di Aquitania?”. Dopo una breve discussione con il presentatore Chris Tarrant, la donna optò per la risposta “Enrico II”. Poi Tarrant pose la domanda “killer”, il momento in cui in genere i concorrenti provano più angoscia: “È la tua risposta definitiva?”. Di nuovo, il successo dipende dall’autoconsapevolezza. Volete sapere se è probabile che abbiate ragione prima di accettare la scommessa. Judith Keppel ha perseverato, diventando così la prima persona a vincere il premio più alto nello show.

A unire le storie di Jane, di James e di Judith è il grado in cui il loro successo – oppure il loro fallimento – dipende da un’accurata autoconsapevolezza. Per valutare il potere della metacognizione, possiamo immaginare di nuovo le loro storie in un mondo dove l’autoconsapevolezza è inaccurata. Jane potrebbe avere erroneamente pensato che, poiché la meccanica dei fluidi le sembrava semplice, avrebbe potuto chiudere il libro sull’argomento e passare a un altro: poteva credere di avere fatto una buona scelta, anche se non era vero. Un errore metacognitivo di questo tipo potrebbe causare un fallimento catastrofico all’esame, malgrado le capacità innate di Jane e il suo studio diligente. Nel caso di Judith, si possono identificare due tipi di fallimento metacognitivo: forse la ragazza avrebbe potuto sapere la risposta ma pensava di non saperla, e quindi avrebbe perso l’opportunità di diventare milionaria; oppure avrebbe potuto essere troppo sicura, scegliendo di scommettere su una risposta sbagliata, perdendo così tutto. Nel caso di James, poi, tale eccesso di sicurezza potrebbe addirittura fare la differenza tra la vita e la morte: se avesse pensato di poter affrontare profondità superiori alle sue capacità, egli, novello Icaro subacqueo, avrebbe esagerato e si sarebbe accorto dell’errore quando era ormai troppo tardi.

Spesso ignoriamo il potere della metacognizione nel plasmare, nel bene e nel male, la nostra vita. L’importanza di una buona autoconsapevolezza può sembrare meno ovvia, magari, della capacità di risolvere equazioni, di realizzare imprese sportive oppure di ricordare fatti storici. Per la gran parte di noi la nostra metacognizione è come un direttore d’orchestra, che interviene ogni tanto per sollecitare e per guidare i musicisti nella direzione giusta (oppure sbagliata) in modi che, in quell’istante, passano spesso inosservati oppure sono sottovalutati. Se il direttore fosse assente, l’orchestra continuerebbe a suonare – proprio come Jane, James e Judith continuerebbero a investire nello studio, nell’immersione e nel rispondere al quiz televisivo, persino se la loro autoconsapevolezza fosse temporaneamente soppressa. Ma un buon direttore può fare la differenza tra una prova ordinaria e un’esecuzione di livello mondiale – proprio come la sottile influenza della metacognizione può fare la differenza tra il successo e il fallimento, o tra la vita e la morte.

Un’altra ragione per cui il ruolo dell’autoconsapevolezza è talvolta ignorato è che, storicamente, si è rivelata complicata da misurare, da definire e da studiare. Ora, però, le cose stanno cambiando: una nuova branca delle neuroscienze – la neuroscienza metacognitiva – sta sollevando il velo sulla mente che riflette su se stessa. Combinando innovativi test di laboratorio con le più recenti tecnologie di imaging cerebrale, stiamo componendo un quadro via via più dettagliato di come funziona l’autoconsapevolezza come processo cognitivo e biologico. Come vedremo, una scienza della metacognizione può condurci lontano, come mai prima, verso la conoscenza di noi stessi.

Creare una scienza dell’autoconsapevolezza

Sono affascinato dall’enigma dell’autoconsapevolezza sin da ragazzo, quando mi attiravano i libri sul cervello e sulla mente. Ricordo il momento in cui mi cadde l’occhio su uno di questi saggi mentre ero disteso a bordo piscina durante una vacanza estiva e fantasticavo sulla mia esperienza: per quale ragione la mera attività delle cellule del cervello nella mia testa provoca questa esperienza unica, che è la luce scintillante sulla superficie della piscina? E più precisamente: come, anzitutto, quello stesso cervello che sta vivendo questa esperienza mi permette di riflettere su tali misteri? Una cosa era essere cosciente, ma sapere di essere cosciente e riflettere sulla mia stessa consapevolezza… ecco, fu in quel momento che la mia mente cominciò ad arrovellarsi. Ormai ne ero catturato.

Ora dirigo un laboratorio di neuroscienze allo University College di Londra (UCL), un laboratorio che studia l’autoconsapevolezza. Il mio team e tra i numerosi a collaborare con il Wellcome Centre for Human Neuroimaging, situato in un’elegante casa indipendente a Queen Square, sempre nella capitale britannica. Il seminterrato del nostro edificio ospita ingombranti macchine per l’imaging cerebrale, e al Centre ciascun gruppo impiega questa tecnologia per studiare come funzionano aspetti differenti della mente e del cervello: come vediamo, ascoltiamo, ricordiamo, parliamo, prendiamo decisioni, e così via. Gli studenti e i borsisti nel mio laboratorio sono concentrati sulla capacità di autoconsapevolezza del cervello. Considero rimarchevole che qualcosa di unico della nostra biologia abbia permesso al cervello umano di volgere i propri pensieri su se stesso.

Eppure, fino a poco tempo fa tutto ciò appariva assurdo. Come diceva il filosofo francese dell’Ottocento Auguste Comte: «L’individuo pensante non può tagliare se stesso in due – una delle due parti che ragiona, e invece l’altra parte che sta a guardare. Poiché in questo caso l’organo osservato e l’organo che osserva sono identici, come potremmo mai fare alcuna osservazione?». In altre parole, come può un identico cervello volgere i propri pensieri su se stesso?

Il ragionamento di Comte era in sintonia con il pensiero scientifico dell’epoca. Dopo l’avvento dell’Illuminismo in Europa una concezione via via più popolare era che l’autoconsapevolezza fosse speciale e non qualcosa che si potesse studiare con gli armamentari della scienza. Dal canto loro i filosofi occidentali ricorrevano all’autoriflessione come strumento filosofico, un po’ come i matematici usano l’algebra per ricercare nuove verità matematiche. Cartesio si affidò cosi all’autoriflessione per giungere alla sua celebre conclusione «penso, quindi sono», osservando cammin facendo che «io so chiaramente che non c’è nulla che possa essere da me percepito più facilmente o più chiaramente della mia stessa mente». Cartesio ipotizzò che un’anima centrale fosse la sede del pensiero e della ragione, che ordina al nostro corpo di agire per nostro conto. L’anima non poteva essere divisa in due – semplicemente era. L’autoconsapevolezza era pertanto misteriosa e indefinibile, e fuori dalla portata della scienza.

Oggi sappiamo che la premessa del rovello di Comte è falsa. Il cervello umano non è un singolo organo indivisibile, ma è formato da miliardi di piccole componenti – i neuroni – ciascuna delle quali crepita di attività elettrica ed è inclusa in un diagramma di cablaggio la cui complessità è sconcertante. Dalle interazioni tra queste cellule compare e svanisce gradualmente la nostra intera vita mentale – i nostri pensieri e sentimenti, le nostre speranze e i nostri sogni.

Ma invece di essere un groviglio di connessioni privo di senso, senza una struttura discernibile, questo diagramma di cablaggio rivela un’architettura più ampia, che suddivide il cervello in regioni distinte, ciascuna delle quali è coinvolta in computazioni specializzate. Proprio come la piantina di una città non deve necessariamente includere le singole case per essere utile, cosi noi possiamo ricavare una panoramica approssimativa della collaborazione tra aree differenti del cervello umano al livello di regioni, e non di singole cellule cerebrali. Alcune aree della corteccia sono più vicine ai segnali in ingresso (gli occhi); altre risiedono più in alto nella catena di elaborazione. Per esempio, alcune regioni sono coinvolte principalmente nella visione (la corteccia visiva, nella parte posteriore del cervello); altre lo sono nell’elaborazione dei suoni (la corteccia uditiva); altre ancora nell’archiviazione e nel recupero dei ricordi (l’ippocampo, per esempio).

Nel 1865, replicando a Comte, il filosofo britannico John Stuart Mill anticipò l’idea che l’autoconsapevolezza potesse anche dipendere dall’interazione di processi operanti in un singolo cervello e che fosse, dunque, un legittimo oggetto di studio scientifico. Ora, grazie all’avvento di potenti tecnologie di imaging cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), sappiamo che quando riflettiamo su noi stessi particolari reti cerebrali brulicano di vita, e che un danno o una patologia in queste reti possono causare deficit devastanti dell’autoconsapevolezza.

Conoscere meglio se stessi

Mi viene spesso da pensare che, se non avessimo questa profonda familiarità con la nostra capacità di autoconsapevolezza, ci stupiremmo che il cervello sappia sfoderare questo meraviglioso gioco di prestigio. Immaginate per un istante di essere uno scienziato in missione per studiare nuove forme di vita scoperte su un pianeta lontano. Di ritorno sulla Terra, i biologi vantano di sapere di che cosa sono fatti e che cosa rende speciali quegli esseri viventi. Ma nessuno suggerisce anche solo di chiederglielo! Eppure un marziano che atterra sul nostro pianeta potrebbe benissimo farlo, una volta che avesse imparato un briciolo di inglese, di spagnolo o di francese. I marziani potrebbero essere sbalorditi scoprendo che noi possiamo già dire qualcosa su che cosa si prova a ricordare, a sognare, a ridere, a piangere, a sentirsi euforici oppure rammaricati – e tutto ciò grazie alla nostra autoconsapevolezza.

Ma quest’ultima non si è evoluta solo affinché ci raccontassimo a vicenda (e a potenziali visitatori marziani) i nostri pensieri e i nostri sentimenti: essere autoconsapevoli è infatti centrale nel nostro sperimentare il mondo. Oltre a percepire l’ambiente circostante, noi riflettiamo sulla bellezza di un tramonto, ci chiediamo se la nostra visione sia offuscata, e se i nostri sensi siano ingannati da illusioni o da trucchi di magia; non solo prendiamo decisioni sull’accettare o meno un nuovo lavoro, o su chi sposare, ma possiamo anche riflettere se la nostra sia una scelta buona oppure cattiva; non solo rievochiamo ricordi d’infanzia, ma possiamo anche chiederci se questi ricordi potrebbero essere erronei.

L’autoconsapevolezza ci permette anche di capire che gli altri hanno una mente come la nostra. Essere autoconsapevole mi permette di chiedermi “come mi appare questa cosa?” e, cosa non meno importante, “come questa cosa sembrerà a qualcun altro?”. I romanzi perderebbero di senso se smarrissimo la capacità di riflettere sulla mente altrui e di confrontare le loro esperienze con la nostra. Senza autoconsapevolezza non vi sarebbero forme di istruzione organizzata: non sapremmo chi ha bisogno di imparare, né se abbiamo la capacità di insegnare loro. Lo scrittore Vladimir Nabokov colse con eleganza l’idea per cui l’autoconsapevolezza è un catalizzatore della prosperità umana:

L’essere consapevoli di essere consapevoli di essere. In altre parole, se oltre a sapere che io sono so anche di saperlo, allora appartengo alla specie umana. Da qui segue tutto il resto – la meraviglia del pensiero, la poesia, una visione dell’universo.

Sotto questo aspetto l’abisso che separa la scimmia dall’uomo è incommensurabilmente più vasto di quello tra l’ameba e la scimmia.

Alla luce di questa miriade di vantaggi, non sorprende che coltivare l’autoconsapevolezza sia considerato da tempo un obiettivo nobile e saggio. Nel Carmide, un dialogo di Platone, Socrate è appena ritornato da una battaglia della Guerra del Peloponneso. Sulla via del ritorno, egli domanda a un ragazzo del luogo, Carmide appunto, se abbia colto il senso della sophrosyne – una parola greca che indica la temperanza o la moderazione, l’essenza di una vita vissuta bene. Dopo una lunga discussione, Crizia, cugino del ragazzo, suggerisce che il segreto della sophrosyne è semplice: è l’autoconsapevolezza.

Socrate riassume il proprio ragionamento: «Colui che è temperante sarà l’unico in grado di conoscere se stesso, di stabilire che cosa conosce e che cosa no e, allo stesso modo, di indagare riguardo agli altri, che cosa ciascuno sa e crede di sapere, per appurare se veramente lo sa e che cosa crede di conoscere, ma in realtà ignora e tutto questo lui solo può farlo».

Altrettanto, gli antichi Greci erano spinti a “conoscere se stessi” da una celebre iscrizione scolpita nella pietra del tempio di Delfi. Per loro l’autoconsapevolezza era un lavoro in corso, una ricerca continua. Questa idea persistette nelle tradizioni religiose medioevali: il filosofo scolastico san Tommaso d’Aquino suggeriva che, se da un lato Dio conosce se stesso per definizione, noi dall’altro dobbiamo dedicare del tempo e dell’impegno per conoscere le nostre menti. L’Aquinate e i suoi monaci dedicavano molte ore alla contemplazione in silenzio: credevano che solo coinvolgendosi in un’autoriflessione concertata si potesse ascendere all’idea di Dio.

Una concezione simile di continua ricerca verso l’autoconsapevolezza si osserva nelle tradizioni orientali, tra cui il Buddhismo. L’obiettivo spirituale dell’illuminazione è dissolvere l’Io, consentendo a una conoscenza più diretta e trasparente delle nostre menti di agire qui e ora. Lao Tzu, il fondatore del Taoismo cinese, colse questa idea – ossia che conquistare l’autoconsapevolezza è tra le ricerche più grandi – quando scrisse: «La cosa migliore è sapere di non sapere; non sapere ma credere di sapere è una malattia».

Esistono oggi miriadi di siti, di blog e di libri di autoaiuto che ci inducono a “trovare noi stessi” e a diventare più autoconsapevoli. L’intenzione è ben riposta. Tuttavia se, per un verso, spesso siamo spinti a una migliore autoconsapevolezza, per l’altro una scarsa attenzione è rivolta agli effettivi meccanismi dell’autoconsapevolezza. Credo sia qualcosa di bizzarro. Sarebbe strano indurre le persone a riparare la propria automobile senza che esse sappiano come funziona il motore, o ad andare in palestra ignari di quali muscoli allenare. Questo libro intende colmare la lacuna. Non pretendo di dare consigli lapidari né citazioni da incorniciare in un manifesto; intendo piuttosto offrire una guida ai mattoni fondamentali dell’autoconsapevolezza, attingendo alle ricerche più recenti in psicologia, informatica e neuroscienze. Capendo come funziona l’autoconsapevolezza, provo a rispondere all’appello ateniese, ossia come farne il miglior uso.

Mi propongo inoltre di suggerire come usare meglio le nostre macchine – quelle che già sono tra noi e quelle che probabilmente arriveranno. Come per la visita immaginaria alla clinica del dottore basata sull’intelligenza artificiale e al suo inspiegabile consiglio di farci operare, già ora siamo costretti a interagire con sistemi complessi che prendono decisioni che sfuggono alla nostra comprensione. Siamo circondati da algoritmi intelligenti ma inconsapevoli – dai modelli di previsione del clima agli operatori finanziari automatici – e strumenti simili sono pronti a invadere ogni ambito della nostra vita. In molti casi questi algoritmi rendono la nostra esistenza più semplice e produttiva, e potrebbero essere necessari per aiutarci ad affrontare sfide senza precedenti, come il cambiamento climatico. Esiste, tuttavia, anche il pericolo che affidarci a scatole nere superintelligenti limiterà l’autonomia umana: eliminando la metacognizione dall’equazione, non sapremo né come né perché certe decisioni sono state prese, e saremo costretti a seguire ciecamente il consiglio degli algoritmi.

Come osserva il filosofo Daniel Dennett: «Il vero pericolo, penso, non è che macchine più intelligenti di noi usurpino il nostro ruolo di capitani del nostro destino, ma che noi sopravvalutiamo la comprensione dei nostri più recenti strumenti per pensare, cedendo loro prematuramente l’autorità su questioni molto al di là della loro competenza». Come vedremo, la scienza dell’autoconsapevolezza ci offre visioni alternative di questo futuro, il quale garantisce che la consapevolezza della competenza rimanga in cima alle priorità: per noi e per le nostre macchine.

da “Conoscere se stessi. La nuova scienza dell’autoconsapevolezza”, di Stephen M. Fleming, Raffaello Cortina editore, 2022, pagine 304, euro 24