Qui VarsaviaLa situazione delle foreste della Polonia, in bilico tra salvaguardia e sfruttamento

La superficie coperta da boschi dello stato dell’Est europeo è aumentata dal Dopoguerra, ma non è tutto oro quel che luccica: animalisti e ambientalisti denunciano da anni l’approccio del governo alla conservazione di questo delicato ecosistema

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Poco più di nove milioni di ettari. Ammonta al 30 per cento del territorio nazionale la superficie boschiva della Polonia, un dato incredibile se confrontato con quello del 1945, quando i boschi erano soltanto il 21 per cento. Eppure, non è tutto oro quello che luccica. Gran parte di queste foreste sono di proprietà statale, un retaggio risalente all’epoca postbellica quando Varsavia divenne uno Stato comunista, e gestite da un’organizzazione, come le Foreste demaniali, che decide secondo il volere del governo polacco in modo non sempre coerente, come hanno spesso denunciato le organizzazioni ambientaliste. 

Disboscare e spiantare
I boschi presenti in Polonia sono piuttosto recenti: la media anagrafica delle foreste nel Paese è intorno ai 60 anni e cresce il numero di alberi con un’età media di circa 80 anni. Tra i boschi più conosciuti e iconici di tutta la Polonia c’è la foresta vergine di Białowieża, al confine con la Bielorussia, ultima parte di quella immensa distesa boschiva che un tempo copriva tutta l’Europa. Patrimonio dell’Umanità e Riserva della Biosfera Unesco, la foresta viene trattata in modo diverso nei due Stati: se dal lato bielorusso la gestione resta minima, a causa della mancanza di infrastrutture (nonostante si sia creata intorno alla foresta la leggenda di Dzied Maroz, il Babbo Natale slavo), la parte polacca invece vede l’arrivo ogni anno di quasi centomila turisti.

Una cifra che però potrebbe essere rivista al ribasso nei prossimi anni, a causa di un muro che da inizio anno la Polonia sta costruendo al confine, perciò all’interno della foresta, e che sarà lungo 186 chilometri, alto 5,5 metri e dotato di sensori e rilevatori termici per evitare il passaggio di migranti verso l’Europa, con un costo stimato di 353 milioni di euro. A fine gennaio scorso il Guardian aveva evidenziato come il progetto avesse ormai assunto una sua fisionomia, tra la gioia della guardia di frontiera polacca e lo sconcerto degli animalisti che temono danni irreversibili per la fauna locale (al quale la stessa Guardia di Frontiera ha cercato di rispondere su Twitter).

La guerra nella vicina Ucraina avrà inevitabilmente rallentato i piani, visto che la Polonia risulta ad oggi uno dei Paesi che ha ospitato il maggior numero di profughi ucraini, ma di sicuro non li avrà cancellati. E a rimetterci rischiano di essere i 500 famosi żubr, ovvero i bisonti europei, che hanno eletto la foresta di Białowieża come loro casa. «I muri dividono, non proteggono. La decisione di costruire un simile muro al confine polacco-bielorusso non solo è illegale, ma comporta anche il rischio di danni irreversibili all’ambiente, in uno dei luoghi naturali più ricchi della Polonia e dell’intera Europa», ha dichiarato al Guardian Anna Alboth, del Minority Rights Group e membro del Grupa Granica, una rete polacca di ong che monitorano la situazione al confine.

Sembrerà assurdo ma nonostante l’orgoglio del governo, che rivendica la riforestazione della Polonia con atti che coinvolgono anche le più alte sfere politiche, gli atti delle Foreste demaniali dicono invece molto di quello che succede realmente: è infatti un vero e proprio caso il calendario 2022 della direzione regionale delle foreste demaniali di Łódź, che mostra due bambini intenti a osservare due camion che portano via legna tagliata con lo slogan «Ciò che hai visto in gioventù poi lo ricordi nella vita adulta». Una massima che dice molto su quali sono anche gli interessi dello Stato in materia di legname.

La coltivazione di legname
Quaranta milioni di metri cubi e otto miliardi di euro di fatturato (anno 2014). L’industria del legname è uno dei punti forti dell’export polacco: il legname made in Varsavia viene infatti inviato in Germania, Francia, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e anche Italia. Per fare questo però vengono sacrificati ogni anno 40 milioni di alberi, che vengono rimpiazzati con la piantumazione di 500 milioni di alberelli, praticamente 1000 ogni minuto. L’impressione che se ne ricava è chiara: «secondo me, gran parte delle foreste piantate in Polonia non sono altro che piantagioni di alberi, e so anche che molti biologi e silvicoltori sono d’accordo con me su questo», sostiene Michał Żmihorski, capo dell’Istituto di ricerca sui mammiferi dell’Accademia polacca delle scienze ai microfoni di Emerging Europe, che evidenzia come il loro modello sia piuttosto chiaro. «C’è un campo vuoto da qualche parte, arriva un trattore e ara il campo. Gli alberelli vengono piantati in file e spruzzati con pesticidi e spesso tali luoghi sono persino recintati. Questo è un classico esempio di piantagione».

Sul disboscamento l’impressione delle organizzazioni ambientaliste polacche è chiaro. «Il modo in cui trattiamo la natura e produciamo legname dovrebbe cambiare drasticamente. Certo, abbiamo bisogno di legname, ma dobbiamo troncare gli alberi in un modo molto più intelligente e selettivo. Il disboscamento deve allontanarsi da vaste aree come la foresta di Białowieża o la foresta di Noteć. Almeno il 15 per cento delle foreste polacche dovrebbe essere permanentemente escluso dalle nostre strategie di disboscamento a lungo termine», ha dichiarato sempre a Emerging Europe Krzysztof Cibor, esperto di biodiversità di Greenpeace Polonia. 

Mancanza di un piano
L’impressione è che lo Stato polacco sembri di fronte a un bivio: da un lato la necessità di preservare foreste e contesti naturali ricchi di valore simbolico ma anche economico e dall’altro l’importanza di aiutare uno degli asset più importanti dell’industria nazionale. «La domanda a cui dobbiamo rispondere è quale funzione primaria vorremmo che svolgessero le nostre foreste. È produzione di legname, conservazione della natura o turismo? Se una determinata foresta si trova vicino a una grande città, sicuramente il valore ricreativo di una tale foresta è molto maggiore della produzione di tavole», sostiene Żmihorski. Il paragone che fa è piuttosto ingombrante. «Potremmo anche distruggere il castello reale di Wawel (presente a Cracovia e sede del governo dello Stato polacco dal 1038 al 1596) e usare i mattoni per costruire qualcos’altro. Eppure, in qualche modo, siamo tutti d’accordo sul fatto che il motivo per cui manteniamo il castello in buone condizioni è del tutto diverso». Un’osservazione che non fa una piega.

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