H2OLe zone umide sono fondamentali per il pianeta e per questo vanno tutelate

L’inquinamento delle acque sotterranee è un problema per tutta la regione del Mediterraneo. Preservare l’acqua che si trova nel sottosuolo è importante per il ciclo idrologico e per ridurre l’impatto degli eventi meteorologici estremi. Questo è l’obiettivo del progetto Wetland-based Solutions, che riunisce più di 30 partner in 10 paesi

Non tutta l’acqua è visibile agli occhi e quella che si cela sotto il suolo è importante quanto quella in superficie. Il 75% degli abitanti dell’UE, infatti, dipende dalle acque sotterranee per l’approvvigionamento idrico e la loro presenza e integrità è cruciale per la qualità e la funzione delle zone umide, parte essenziale del ciclo idrologico.

E non solo: oltre a essere un ambiente particolarmente ricco di biodiversità, le zone umide sono strategiche per mitigare gli effetti del cambiamento climatico dato che assorbono e immagazzinano carbonio in misura 10-20 volte maggiore rispetto alle foreste temperate o boreali sulla terraferma, riducono l’impatto di eventi meteorologici estremi come tempeste, siccità, ondate di caldo e inondazioni.

Ecco perché l’uso eccessivo e l’inquinamento delle acque sotterranee rappresentano un problema enorme in tutta la regione del Mediterraneo, dove le zone umide coprono 18,5 milioni di ettari. Un patrimonio, tuttavia, che dal 1970 si è ridotto del 50% e che ora è diventato urgente tutelare. Il Progetto Wetland-based Solutions (WBS) che riunisce più di 30 partner in 10 paesi e proseguirà fino a dicembre 2022, nasce da queste premesse, con lo scopo di preservare le zone umide del Mediterraneo e aiutare le comunità costiere a resistere agli impatti presenti e futuri dei cambiamenti climatici, che minacciano oltre 350 milioni di persone.

In Italia un progetto pilota è già in atto da quattro anni a Oristano, un patrimonio di biodiversità con i suoi 77 kmq di zone Ramsar e 267 kmq di Area marina protetta e un luogo ancora dove i processi naturali delle zone umide forniscono acqua pulita agli abitanti e li proteggono da inondazioni e mareggiate, creando allo stesso tempo le condizioni ideali per la sosta e la riproduzione di centinaia di specie rare di uccelli migratori.

«Il golfo di Oristano – spiega Alessio Satta, Coordinatore del MedWet – con ben sei zone umide di importanza internazionale, ospita una delle più elevate concentrazioni di biodiversità nel Mediterraneo. Questa straordinaria risorsa necessita però di una governance integrata capace di allineare gli obiettivi di conservazione e di sviluppo sostenibile nel lungo termine».

«Questo è l’obiettivo del progetto pilota Maristanis, realizzato grazie anche all’interazione tra una serie di partner come la Fondazione MAVA, la fondazione sarda MEDSEA, la Regione, la Provincia e le 11 municipalità dove si trovano le zone umide. Queste organizzazioni hanno sottoscritto il Contratto delle Terre d’Acqua dell’Oristanese con 6 macro-obiettivi legati alla tutela della biodiversità: un accordo che ha segnato una tappa fondamentale per la tutela e valorizzazione del patrimonio naturale come chiave per lo sviluppo di un territorio che ospita alcune delle più importanti aziende italiane del settore agroalimentare, come Latte Arborea, Cooperativa Produttori di Arborea, Niedditas, Riso Falchi, Riso I Ferrari».

Tra le tante iniziative sviluppate in questo periodo, Satta ricorda in particolare un’azione per ridurre i consumi idrici in agricoltura attraverso l’uso di droni sviluppata da Medsea assieme alla Coldiretti Oristano e a dieci aziende del territorio con diverse produzioni “monitorate”, soprattutto mais (sette aziende), ma anche riso, sorgo ed erba medica, per un totale di 50 ettari e il riuso dei gusci dei mitili per la costruzione di isolotti artificiali nello stagno di Corru Mannu per sostenere l’insediamento e la nidificazione di alcune specie protette di uccelli migratori: Fraticello (Sternula albifrons), la Sterna comune (Sterna hirundo), il Beccapesci (Thalasseus sandvicensis) e il Gabbiano roseo.

Inoltre sono state ripristinate le condizioni idrauliche ottimali dei siti, riducendo i consumi idrici, è stata implementata la protezione delle specie in via di estinzione come le tartarughe marine e gli uccelli migratori ed è stata migliorata la conservazione degli habitat costieri, comprese le dune e le praterie di Posidonia, rafforzando la resilienza della costa al cambiamento climatico.

In ambito internazionale, MedWet riunisce una comunità di 27 governi del Mediterraneo, ricercatori e ONG, che dal 2020 si è messa al servizio dei siti Ramsar del Mediterraneo lanciando il Network dei manager delle zone umide di importanza internazionale composta da oltre 400 siti.

«I punti chiave del progetto WBS» – conclude Satta – «sono: ripristinare le zone umide costiere e farle funzionare come soluzioni basate sulla natura per mitigare gli impatti climatici nel Mediterraneo; incoraggiare un uso sostenibile dell’acqua e ridurre il consumo di acqua potabile; ridurre la perdita di biodiversità in termini di habitat e specie delle zone umide marine e costiere; creare nuove opportunità socioeconomiche basate sulle zone umide costiere».

«Per raggiungere questi obiettivi sono previste azioni su diversi livelli. Innanzitutto, occorre costruire nuova conoscenza scientifica sulle zone umide da mettere a disposizione dei governi nazionali e locali per prendere decisioni informate. Poi, come abbiamo fatto e stiamo facendo a Oristano, dare supporto alle imprese che operano nelle zone umide (produzione di sale, turismo e agricoltura) aiutarle a migliorare la loro sostenibilità e creare imprese innovative capaci di lavorare in armonia con la conservazione delle zone umide».

E poi è fondamentale «fare rete, sviluppare una strategia di comunicazione e sensibilizzazione per garantire il coinvolgimento delle parti interessate a livello regionale e di sito, consolidare l’interazione dei manager delle zone umide del Mediterraneo, che già operano in oltre 120 siti per oltre 1 milione di ettari e che, attraverso l’azione di MedWet, possono condividere conoscenze, esperienze e attività sul campo attraverso il portale del network. Alla fine vorremmo arrivare a sostenere il ripristino delle zone umide in almeno 10 paesi della regione mediterranea».