Articolo uno per centoMa che cosa se ne fa Letta di un partitino che porta pochi voti e tante ambiguità?

Il movimento di Speranza e Bersani, che è andato a congresso nel weekend, reclama «un passo di inclusione» da parte del Pd. In cambio, su un tema centrale come l’aggressione all’Ucraina, offre posizioni ben distinte e distanti da quelle della dirigenza dem (e molti applausi per Conte)

Photo by Daniele Levis Pelusi on Unsplash

Ma che se ne fa Enrico Letta di Articolo uno? Perché dovrebbe imbarcare nel Pd un partito dalle dimensioni molto ridotte le cui posizioni sono ben distinte e distanti da quelle del segretario dem e di gran parte del suo gruppo dirigente?

Articolo uno – il cui congresso si è tenuto nel weekend – è un piccolo partito che cerca di presidiare uno spazio a sinistra del Pd senza farsi ingoiare dalla risacca estremista d’opposizione (tipo Nicola Fratoianni), aderendo cioè a una logica di governo e di mediazione.

Tuttavia l’impressione è che i suoi militanti e dirigenti non riescano o non vogliano rimuovere incrostazioni che vengano da lontano: l’antiamericanismo, una certa logica statalista e una qual rigidità “ideologica” e persino comportamentale (perché non invitare al congresso Italia viva se non per una rigidità di stile?).

Di qui l’evidente “tifo” per la sinistra del Pd (al congresso hanno parlato Andrea Orlando e Peppe Provenzano, i due capi di quella corrente), cioè per quel pezzo di Pd che Letta ha di fatto silenziato sulla questione più importante di tutte, il vero spartiacque storico e politico di questa fase, l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina, e che in generale sembra più in sofferenza rispetto ai “fasti” della gestione de sinistra di Nicola Zingaretti.

Sulla guerra del Cremlino la posizione di Pier Luigi Bersani è ostinatamente per una trattativa che non è alle viste e che non basta desiderare e che sarà possibile solo se Kiev non soccombe: e questo continuo gridare “pace e trattativa” pare piuttosto una foglia di fico per poter continuare a criticare gli Stati Uniti e la Nato solo un pochino meno di quanto si condanni Mosca.

Esemplare da questo punto di vista il discorso di Massimo D’Alema, sempre acclamato dai suoi, incardinato su una doppiezza di fondo: la Russia è l’aggressore ma in fondo che cosa ha fatto l’Occidente per mantenere un ordine internazionale che le fosse gradito? È una domanda che apre una serie di riflessioni importanti ma che in qualche modo consente di sfuggire all’urgenza di oggi: battere Putin, in tutti i modi, che è tra l’altro la linea del governo Draghi di cui Articolo uno fa parte.

Insomma, l’idea che il Cremlino sia colpevole ma che abbia «anche qualche ragione» – un colpo al cerchio e un colpetto alla botte – insieme alla reale opposizione all’aumento delle spese militari – malgrado il sì espresso in Parlamento – è distonica rispetto a quella del governo, dell’Unione europea e della Nato: e dunque non amalgamabile con quella di Letta, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Vincenzo Amendola, Roberta Pinotti, Lia Quartapelle, il gruppo che dirige la politica internazionale del Pd. Mentre il congresso di Roberto Speranza si è spellato le mani per Gianfranco Pagliarulo e Maurizio Landini, capi neutralisti: ecco dunque che la guerra di Putin invece di unire ha allargato il fossato.

Dunque se Letta intendesse proseguire (e qui l’interrogativo è lecito) su una strada atlantista, riformista e politicamente “draghiana”, non avrebbe senso mettersi in casa esponenti che continuano a riporre massima fiducia in uno come Giuseppe Conte (molto applaudito dai congressisti), sposando persino la tesi che quest’ultimo sia un perseguitato dal “mainstream” e chissà da quali poteri, senza minimamente curarsi degli scandali sulla gestione dei servizi segreti e della missione russa nei giorni iniziali della pandemia. Coerentemente, Carlo Calenda ha ribadito ai congressisti che uno che non sceglie tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen non è alleabile, e chissà se nell’animo di tanti bersaniani quell’equidistanza non dispiaccia.

Lo schema di Pier Luigi Bersani in fondo è lo stesso della famosa foto di Narni (2019) con Zingaretti, Conte e Speranza: il primo se n’è andato, il secondo ha perso la metà dei voti, il terzo regge (confermato senza avversari) alla guida del suo partitino, con la differenza che le elezioni si avvicinano e adesso Bersani è costretto a chiedere a Letta di aprirgli le porte del Nazareno da cui uscì – Renzi regnante.

Altrimenti il futuro del suo partito diventa davvero difficilissimo, e per questo Bersani chiede al Pd «una novità entro l’anno» come Speranza aveva reclamato «un passo di inclusione», e tuttavia Letta al congresso non è andato oltre la conferma del campo largo: alleanza sì ma sull’ingresso dei bersaniani non un accenno. Anche perché nel partito sono in molti a dire al segretario che non gli conviene spostare a sinistra l’asse del suo partito: non è da escludere che la cosa potrebbe far perdere voti più di quanto ne possa portare. E Letta lo sa.