Centro ibridoLa nuova vita di Paraloup, la culla della Resistenza diventata luogo culturale

Incastonata tra le valli cuneesi si trova la borgata sede della prima banda partigiana. Dopo essere stata abbandonata negli anni del boom economico, oggi è un presidio di cultura e porta con sé una parte cruciale della storia dell’Italia

Far rivivere luoghi che hanno avuto un ruolo nella storia è possibile e Paraloup ne è un esempio. Tradotto dall’occitano “al riparo dai lupi”, è stato un luogo cruciale durante la Resistenza, sede della prima formazione partigiana italiana: la banda Italia Libera. È l’ultima frazione del comune di Rittana, in Valle Stura (provincia di Cuneo) e si trova a un’altitudine di 1360 metri.

La storia di Italia Libera inizia il 12 settembre 1943 a Madonna del Colletto, in provincia di Cuneo. All’inizio il nucleo del gruppo era costituito da dodici persone. Il 19 settembre le SS attaccano il paese di Boves: 27 civili vengono uccisi, 350 case bruciano. La banda Italia Libera decide di spostarsi a Paraloup perché Madonna del Colletto viene reputata pericolosa.

Paraloup in quegli anni era una realtà poverissima. Nelle settimane che precedono l’inverno Italia Libera si consolida e a novembre i partigiani sono passati dai dodici originari a una quarantina. A gennaio diventano un centinaio, poi duecento. Molti di loro erano saliti in montagna per sottrarsi ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale Italiana. L’età media era di vent’anni e, a Paraloup, ricevettero formazione politica e militare in vista della lotta per la liberazione dal nazifascismo e la ricostruzione di un’Italia democratica.

«Qui a Paraloup ho respirato attimi di libertà totale» aveva affermato Nuto Revelli, partigiano con Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Giorgio Bocca. Qui Nuto fece molte delle interviste inserite nel libro “Il mondo dei vinti”. E gli uomini che vivevano in quelle baracche erano davvero vinti, la vita una volta lì era dura.

Gli anni che seguirono il 1944 furono caratterizzati dal boom economico e, di conseguenza, dallo spopolamento e dall’abbandono. «A volte basta il suono di una voce perché un muro crolli» aveva detto una delle poche residenti rimaste a Paraloup a Nuto. Era una borgata alpina isolata, non c’erano più giovani. Non c’era più nessuno. Bastava parlare un po’ più forte per fare crollare i muri delle case ormai disabitate.

L’idea di ridare vita a Paraloup è nata il 25 aprile 2006 al Castello di Verduno, in occasione del tradizionale pranzo partigiano. In quest’occasione il regista Teo De Luigi, che aveva appena terminato di girare il film su Duccio Galimberti, aveva affermato «siete dei criminali, sono stato a Paraloup per filmare, è in uno stato disastroso, le baite sono crollate, ho trovato solo macerie. È gravissimo che lo lasciate in queste condizioni». Quel discorso è stata la spinta che ha dato origine al progetto di ricostruzione della borgata, rendendola un museo a cielo aperto. Sono state rimesse in piedi le baite, all’interno delle quali crescevano alberi e arbusti, e Paraloup è diventato ciò che è oggi: un centro culturale rigenerato, in cui si ha la possibilità di vivere un’esperienza di comunità solidale, sostenibile e accogliente.

I lavori sono iniziati nel 2008. Da quell’anno al 2012 è stato effettuato il recupero di sette baite culturali e del punto ristoro. Nel 2018 è stato costruito un teatro, nel 2020 il Museo dei Racconti, che narra la storia della borgata. Il restauro è avvenuto da parte della Fondazione Nuto Revelli, che ne ha fatto un laboratorio di memoria attiva. Parlando di memoria non ci si riferisce unicamente alla memoria partigiana, ma anche, più in generale, alla quella delle popolazioni della montagna. Nulla di ciò che è avvenuto durante la Resistenza sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei valligiani. Montanari, partigiani, piloti di aerei alleati abbattuti, ebrei profughi da Saint Martin Vésubie, lottarono insieme in vista di un obiettivo comune: riconquistare pace e libertà.

A tutto ciò si è aggiunta una seconda idea: Paraloup non è solo territorio di transito, ma anche un luogo in cui qualcuno vive stabilmente e produce il necessario per sopravvivere, come è avvenuto da sempre. Si è cercato di fare in modo che sulla terra – non facilmente coltivabile – potessero crescere prodotti, allevare capre e pecore, produrre formaggio. Attualmente a Paraloup vivono stabilmente tre persone e il direttore Alessandro Ottenga e si occupano principalmente della gestione degli spazi e dei servizi del centro culturale; altre quattro ci vivono per alcuni periodi.

Il risultato è quello di un centro ibrido in cui il fulcro è la cultura, che fa da traino allo sviluppo di un piccolo territorio marginale; la borgata ospita infatti mostre artistiche, rappresentazioni teatrali e musicali, iniziative culturali. Accanto alle infrastrutture costruite e al ruolo centrale che riveste l’arte, c’è anche l’agricoltura. È stato insediato Gian Vittorio Porasso: pastore che fa alpeggio estivo e produce formaggi. La borgata, con l’arrivo del pastore, è diventata un nuovo centro culturale, presidio di vita e di produttività. Durante l’alpeggio Gian Vittorio vive in una delle baite, la Fondazione ha fatto costruire una stalla per i suoi animali a qualche centinaia di metri dalla borgata e anche un caseificio mobile; poi nei mesi più freddi scende a valle.

Il tentativo di vivere stabilmente a Paraloup, conducendo una vita che gira attorno alla cultura e alla sostenibilità è la dimostrazione che la vita in montagna può tornare. È un ritorno intriso di democrazia, memoria e cambiamento costruttivo, che intende trasmettere testimonianze storiche importanti di un luogo geograficamente isolato, ma protagonista di una parte della storia del nostro Paese.