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Oltre la guerraDalle startup al gas neon, l’Ucraina al centro dell’economia digitale

Il Paese è uno dei più grandi hub europei e mondiali del settore tecnologico, con 250mila tra ingegneri, informatici e sviluppatori. Oggi sono parte integrante della resistenza. Ma Kiev è anche tra i principali produttori del gas neon alla base dei microchip

AP/Lapresse

Tratto da Morning Future

Una piattaforma che mette in contatto le startup digitali ucraine che hanno bisogno di supporto, con chi può offrire finanziamenti e nuovi spazi dove le imprese possono ricollocarsi mentre è in corso la guerra. L’iniziativa “SaveUAStartup” è stata lanciata dall’Ukrainian Startup Fund (USF), fondo statale ucraino che dal 2020 finanzia startup tecnologiche nelle fasi iniziali. Rivelando il volto digitale del Paese.

«L’ecosistema delle startup ucraine può essere un esempio per il mondo. Nonostante le condizioni difficili, il settore sta lottando per rimanere in pista. Ma i talenti hanno bisogno di essere aiutati», ha commentato Pavlo Kartashov, Direttore dell’USF, lanciando l’appello sui social.

Il volto digitale dell’Ucraina
Prima della guerra, l’Ucraina vantava infatti un fiorente ecosistema di startup e di giovani imprenditori nel settore dell’innovazione. Lo Startup Ecosystem Rankings 2020 di StartupBlink, che classifica gli ecosistemi di startup di 100 Paesi e mille città, posizionava l’Ucraina ai margini della top-30 a livello globale, e Kiev tra i più importanti hub europei. La capitale è il centro nevralgico nonché sede di oltre mille startup di successo, mentre altre città come Kharkiv, Odessa, Dnipro, Lviv e Vinnytsia prima del conflitto stavano diventando poli sempre più rilevanti nel settore. Prima della guerra, i lavoratori nel settore dell’Information Technology (IT) ucraino erano oltre 250mila.

E poi c’è UNIT.City di Kiev, tra i più grandi hub di innovazione dell’Europa centro-orientale, dotato delle strutture necessarie per sviluppare e poi commercializzare soluzioni e prodotti nel campo dell’innovazione. Sede di 140 imprese, molte delle quali lavorano in outsourcing per clienti stranieri, UNIT.City unisce startup, studenti di informatica, imprenditori e aziende innovative, favorendo una contaminazione virtuosa e moltiplicando le relazioni tra i diversi attori dell’ecosistema tecnologico. «È un prototipo della città del futuro», si legge sulla pagina ufficiale.

Come accade anche con le startup italiane della stessa natura, spesso però erano aziende che per varie ragioni dopo la nascita si spostavano all’estero per prosperare, da Amsterdam a San Francisco, da Dallas a Austin, in Texas.

«Queste aziende, le competenze dei loro lavoratori e il know-how di questo Paese saranno fondamentali per ricostruire l’economia ucraina, creare posti di lavoro e avere un impatto positivo sulle città», ha detto Sundar Pichai, il CEO di Alphabet (l’azienda proprietaria di Google), a Varsavia lo scorso 29 marzo, quando ha incontrato alcuni imprenditori ucraini del settore. «Sono ispirato dal vedere la loro forza e determinazione. Abbiamo aperto il campus alle ong che supportano rifugiati e startup», ha aggiunto Pichai.

Startupper in tempo di guerra
La guerra, ovviamente, ha stravolto anche il panorama delle startup ucraine. Ma queste non si sono fermate, o almeno non del tutto. Anzi, in molti casi si sono trasformate diventando un elemento fondamentale della resistenza. Rivelandosi particolarmente utili anche per organizzare la raccolta di fondi e aiuti umanitari.

Ingegneri, informatici e lavoratori del settore tecnologico stanno lavorando dai rifugi antiaerei o mentre sono in movimento da una città all’altra sotto la minaccia delle bombe. Tra i progetti intrapresi dalle aziende tecnologiche e dai lavoratori ucraini ci sono già un Google Doc aggiornato automaticamente con le ultime informazioni sul traffico ai valichi di frontiera, un nuovo software per cercare collegamenti digitali con la Russia e la Bielorussia e molte raccolte fondi per aiuti militari e umanitari.

Quando il ministro dell’Informazione digitale ucraino, Mykhailo Federov, ha lanciato un appello all’inizio della guerra affinché i civili con competenze digitali si unissero all’esercito informatico del Paese, gli ucraini hanno risposto in massa su un canale Telegram, pubblicando le loro informazioni e incoraggiando i membri a utilizzare la negazione del servizio distribuito (DDoS) a siti web russi.

«Per la maggior parte delle aziende tecnologiche e dei lavoratori IT, combattere significa creare app, pubblicare video e informazioni sui social media, aumentare la consapevolezza tra i clienti americani ed europei e raccogliere fondi. Gruppi di civili volontari con competenze digitali si sono auto-organizzati con obiettivi sovrapposti», si legge in un articolo di Forbes.

L’Ucraina al centro della crisi dei microchip
La guerra, inoltre, sta avendo un impatto pesante anche su criticità già aperte dalla pandemia. Una di queste è certamente il collo di bottiglia nell’approvvigionamento di microchip. E l’Ucraina è al centro della catena globale per la produzione dei semiconduttori.

Il Paese, infatti, è anche uno dei grandi produttori di gas neon del mondo, fondamentale per la produzione di chip. I due principali fornitori ucraini di neon producono circa la metà della fornitura mondiale di questo elemento chiave. Queste due aziende, Ingas e Cryoin, sono state obbligate a sospendere le produzioni dopo l’inizio della guerra, rischiando così di aggravare la carenza di semiconduttori a livello globale.

Secondo i calcoli pubblicati da Reuters – basati sui dati diffusi dalle aziende e dalla società di ricerche di mercato Techcet – dal 45% al 54% circa del neon mondiale per semiconduttori, fondamentale per i laser utilizzati per produrre chip, proviene dalle due società ucraine. Prima della guerra, Ingas produceva da 15mila a 20mila metri cubi di gas neon al mese per clienti di Taiwan, Corea, Cina, Stati Uniti e Germania, di cui circa il 75% destinato all’industria dei chip.

«L’interruzione – scrive Reuters – getta una nube di incertezza sulla produzione mondiale di chip, già scarsamente disponibile dopo che la pandemia di Coronavirus ha fatto aumentare la domanda di telefoni cellulari, laptop e automobili, costringendo alcune aziende a ridurre la produzione. Mentre le stime variano ampiamente sulla quantità di neon di cui i produttori di chip possono usufruire, la produzione potrebbe subire un duro colpo se il conflitto dovesse prolungarsi ancora per molto».

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