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Macchine antropomorfeDai cittadini virtuali ai robot assistenti, così la tecnologia diventa sempre più umana

Tendiamo a umanizzare la tecnologia sia per renderla simile a noi, sia per poter interagire meglio con essa. Ma c’è una zona d’ombra in cui l’umanizzazione dei robot può creare straniamento e disagio?

Tratto da Morning Future

È possibile che il progresso della tecnologia accresca il desiderio di umanizzare la tecnologia stessa? Alcune recenti notizie sembrano confermare questa visione antropomorfa. A Malta, ad esempio, il ministero del Turismo ha presentato Marija, definendola il primo cittadino virtuale. Si tratta di un personaggio virtuale interattivo basato sull’intelligenza artificiale, in grado di dare informazioni su Malta e su tutto ciò che accade nelle isole maltesi. Marija è stata progettata in modo che abbia l’aspetto di una tipica donna maltese, con caratteristiche e tratti associati alla regione mediterranea. È a disposizione di tutti i turisti tramite un’app ed è quindi un assistente virtuale a cui chiedere consigli sui posti da visitare o quelli in cui si mangia meglio, direttamente dal proprio telefono.

In Giappone, invece, è stato creato PaPeRo, un robot per assistere e fare compagnia agli anziani, dotato di telecamere per la ripresa e per il riconoscimento facciale e di sensori per rilevare la temperatura e l’umidità. Oltre a essere in grado di parlare con le persone, grazie all’intelligenza artificiale.

«Sono entrambi dispositivi che rispondono alle esigenze di umanizzazione della tecnologia, ma lo fanno in modo completamente diverso», spiega Francesco Bianchini, professore associato di filosofia della scienza all’Università di Bologna. Il primo riguarda, infatti, la dimensione pubblica e socio-economica. «L’assistente Marija è un agente virtuale che, però, avendo cittadinanza, ottiene una sorta di umanità: addirittura viene chiamata cittadino. Allo stesso tempo c’è anche un’operazione politica: Malta ha scelto di dare visibilità al proprio turismo tramite questo strumento di intelligenza artificiale. È un’operazione interessante: il fine è cercare di far sentire le persone il più possibile a proprio agio in una visione di personalizzazione del turismo, cui quindi si lega il marketing. Allo stesso tempo però Malta si mostra anche come luogo adatto all’innovazione e alla ricerca». Casi analoghi c’erano stati in Australia con la creazione virtuale del perfetto candidato alle elezioni.

Il robot giapponese, invece, rappresenta una socialità più individuale, che parte dal basso. «Questi assistenti per gli anziani non sono una novità, specialmente in Giappone», prosegue Bianchini. «Ma in questo caso è l’essere umano direttamente coinvolto – cioè l’individuo anziano – ad attribuire umanità al robot tramite l’interazione e la comunicazione che avvia con la macchina».

Ma che cosa si intende per umanizzare la tecnologia, nello specifico? Secondo Bianchini ci sono due possibili definizioni per rispondere a questa domanda. «L’umanizzazione si può intendere come il tentativo di rendere le macchine e i software più simili a noi umani, dando loro sembianze e capacità analoghe alle nostre. È un fenomeno particolarmente interessante perché chi lavora in questa prospettiva ottiene anche elementi di ritorno su che cos’è l’essere umano e come funziona cognitivamente. È quindi un modo, indiretto, per approfondire l’essere umano».

Questa interpretazione è tipica delle scienze sociali e della filosofia, mentre la seconda definizione è molto più pragmatica, ritenendo – dice Bianchini – che «gli artefatti artificiali siano soltanto dei supporti all’attività umana, che quindi non ci sostituiscono integralmente ma che, interagendo con noi, aiutano la nostra esistenza, ampliando le risorse e le capacità umane». Scavare delle gallerie, andare in zone terremotate e viaggiare nello spazio sono solo alcuni degli esempi in cui si usano robot come supporto alle capacità umane.

Tendiamo quindi a umanizzare la tecnologia sia per renderla simile all’uomo sia per poterci interagire meglio, sfruttandola a nostro supporto.

I due aspetti hanno però un punto di contatto grazie ai Big Data e all’intelligenza artificiale che, essendo in grado di masticare e processare infiniti dati, rendono alcuni dispositivi di supporto incredibilmente simili all’essere umano. Ne sono una piccola dimostrazione gli assistenti vocali casalinghi, tipo Alexa di Amazon, e quelli presenti negli smartphone, come Siri di Apple. Essi, infatti, offrono un’interazione estremamente efficace e sono talmente simili all’uomo da essere in grado di anticipare alcune richieste degli utenti.

Il recupero dell’umanizzazione, mentre avanza la tecnologia, ha però varie motivazioni secondo Bianchini. «Da una parte c’è la paura che i robot possono cancellare risorse all’uomo, eliminando posti di lavoro ad esempio. Dall’altra c’è, invece, la spinta opposta, caratterizzata da ottimismo e fiducia, secondo cui il miglioramento del livello tecnologico non farà altro che fornire nuove possibilità e soluzioni all’uomo». Al centro di queste due visioni opposte ci sono i cittadini comuni: «La loro richiesta di umanizzazione è fatta anche per richiedere maggiore etica e rispetto delle norme».

A questo si ricollega anche l’interessante uncanny valley effect, “effetto della valle perturbante”, ipotesi presentata dallo studioso di robotica Masahiro Mori, nel 1970, secondo cui la piacevolezza provata dall’uomo nell’interazione con un robot aumenta progressivamente con il crescere delle sembianze umane del robot fino a un punto in cui la piacevolezza stessa crolla improvvisamente e si trasforma in sensazione negativa, per poi risalire nuovamente ai livelli di piacevolezza precedente. «C’è quindi una zona d’ombra in cui l’umanizzazione dei robot crea straniamento e disagio. Ed è particolare che sia un punto intermedio e non invece finale», conclude Bianchini.

Gli effetti negativi nascono quando il livello di somiglianza con l’uomo raggiunge circa il 70/80 per cento e svaniscono intorno al 90 per cento. Le sembianze umanoidi raggiunte da Marija e PaPeRo, però, non toccano livelli così elevati: gli utenti potranno quindi sfruttarne a pieno le loro potenzialità senza alcun problema.

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