Visto da FrancoforteUno scudo europeo anti-crisi e sostegno all’Ucraina: la ricetta della Bce contro l’inflazione

Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo dell’Eurotower, spiega che sostenere Kiev e impegnarsi perché la guerra finisca in fretta è anche il modo più efficace per ridurre rapidamente l’impennata dei prezzi. «La pace allenterebbe le tensioni sui mercati internazionali», ma «dobbiamo sostenere anche la loro economia»

Fabio Panetta / Foto Valerio Portelli/LaPresse

Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, in un’intervista alla Stampa assicura che l’istituto di Francoforte è pronto a proseguire l’adeguamento della politica monetaria in estate se le circostanze lo richiederanno. E si dice convinto, che data l’eccezionalità della situazione e la portata dei rischi che abbiamo di fronte, un’azione coordinata fra Bce, Ue e governi nazionali sia necessaria per fronteggiare senza costi economici eccessivi le conseguenze della guerra scatenata da Vladimir Putin. Panetta parla di uno «scudo europeo» contro lo shock energetico e l’inflazione. E spiega che «sostenere l’Ucraina e impegnarsi perché la guerra finisca in fretta è anche il modo più efficace per ridurre rapidamente l’inflazione».

Certo la situazione in corso «rende le scelte della Banca centrale europea più complicate, poiché una restrizione monetaria volta a contenere l’inflazione finirebbe per colpire una crescita già in calo», ammette. «L’economia europea di fatto ristagna. Nel primo trimestre la crescita è stata dello 0,2 per cento, e senza i picchi registrati in alcuni Paesi – che potrebbero essere in parte “una tantum” – sarebbe stata nulla. Le maggiori economie soffrono: il Pil decelera in Spagna, è fermo in Francia e in calo in Italia. In Germania la dinamica è contenuta e mostra un indebolimento da fine febbraio, l’attimo in cui tutto è cambiato».

Per di più, «l’inflazione è alimentata da fattori internazionali che riducono il potere di acquisto e indeboliscono la domanda per consumi e investimenti. I margini di manovra della politica monetaria per influire su questa inflazione importata sono limitati, dobbiamo ammetterlo. Il motore dell’inflazione è globale, non europeo». E secondo Panetta, non sarebbe sufficiente un apprezzamento dell’euro: una moneta forte, tra l’altro, «peserebbe sulla domanda estera, danneggiando ulteriormente la crescita», dice.

Tutto dipende dai dati. «Attualmente non disponiamo dei dati necessari per valutare con precisione gli effetti della guerra su domanda e crescita», spiega. «Stiamo parlando di effetti potenzialmente ampi: la riduzione del reddito disponibile dovuta al rincaro delle importazioni è pari a tre punti e mezzo di Pil, circa 450 miliardi di euro. L’andamento del prodotto nel primo trimestre riflette solo parzialmente lo shock bellico. Per avere un quadro chiaro dobbiamo aspettare il dato del secondo trimestre. La nostra politica monetaria è guidata dai dati. Non possiamo decidere senza averli visti».

E allora? «La Bce deve essere cauta, consapevole di ciò che può fare ma anche di ciò che non può fare. Possiamo e dobbiamo evitare che l’inflazione si radichi nell’economia, trasformando l’aumento dei prezzi che noi stimavamo temporaneo in un fenomeno strutturale e permanente. Reagiremmo con decisione, ad esempio, se osservassimo un deterioramento delle aspettative di inflazione o aumenti salariali incoerenti con il nostro obiettivo di inflazione del 2% nel medio termine. Non vi è chiara evidenza che stia succedendo, ma non possiamo ignorare i rischi».

Cosa si può fare invece? «Non possiamo imbrigliare l’inflazione da soli senza causare costi economici elevati. Occorre agire su più fronti, non solo con la politica monetaria». Panetta dice quindi che «la comunità internazionale ha il dovere di adoperarsi per fermare la guerra e per far cessare le atrocità che si stanno verificando in Ucraina. Ma sostenere l’Ucraina e impegnarsi perché la guerra finisca in fretta è anche il modo più efficace per ridurre rapidamente l’inflazione. La pace allenterebbe le tensioni sui mercati internazionali (petrolio, gas, alimentari) che spingono l’inflazione».

E oltre a proseguire sulla via diplomatica e l’invio di armi per aiutare gli ucraini a difendersi, «dobbiamo sostenere la loro economia», dice. «C’è la questione dei prodotti alimentari, per dirne una: la distruzione delle infrastrutture di trasporto merci in Ucraina si ripercuoterà sull’offerta mondiale di grano e cereali. Dobbiamo assisterli nella logistica, consentendogli di esportare nonostante il blocco marittimo e il danneggiamento delle infrastrutture di trasporto che stanno subendo. Lo stiamo già facendo: l’Ue ha sospeso i dazi sulle importazioni dall’Ucraina e sta facilitando l’uso delle sue infrastrutture per fare arrivare le esportazioni ucraine nei Paesi terzi. Possiamo fare di più e ottenere risultati importanti per loro e per noi».

E poi, per combattere l’inflazione, «dobbiamo rafforzare la cooperazione europea. Per reagire alle tensioni globali abbiamo bisogno di uno “scudo europeo”: vuol dire coordinare le politiche sull’energia – ad esempio per ridurre la dipendenza dalla Russia – e sull’import alimentare, raccordare le misure fiscali volte a contenere i costi dell’inflazione importata. Dobbiamo attuare gli accordi definiti a marzo nel vertice europeo di Versailles: nell’ambito della “autonomia strategica aperta” possiamo rendere più sicure le filiere produttive, diversificandole all’interno dell’Unione. Pensi alle opportunità offerte dalla possibilità di trasferire alcune fasi della produzione in regioni meno sviluppate d’Europa, come il Sud Italia, attraendo i capitali che stanno abbandonando i Paesi che oggi sono considerati rischiosi dagli investitori globali».

E «con l’inflazione di medio termine effettiva e attesa intorno al 2 per cento possiamo ridurre gradualmente il grado di accomodamento monetario, stimolare meno l’economia rispetto al passato. Nell’attuale contesto, gli acquisti netti di titoli e i tassi negativi potrebbero non essere più necessari».

Sui tempi Panetta non dà una data precisa. «Ciò che conta è il segnale, la direzione di marcia», spiega. «E quella l’abbiamo indicata, dicendo che nelle prossime settimane decideremo quando terminare gli acquisti netti di titoli nel terzo trimestre. Poi decideremo sui tassi e potremmo decidere di concludere la fase di tassi negativi. Ma sarebbe imprudente muoversi senza aver visto i dati del secondo trimestre e discutere misure ulteriori senza una piena comprensione dell’evoluzione dell’economia nei mesi successivi. Disquisire di quante volte agiremo in futuro, e quando, è un esercizio senza senso. Le nostre decisioni dipendono dai dati: dalla pandemia, dal conflitto in Ucraina, dall’economia globale – Cina, Stati Uniti – e dai riflessi di tutto questo sull’inflazione, sulla domanda e sulla produzione. L’incertezza e i rischi sono enormi, nessuno può ragionevolmente prevedere cosa accadrà da qui a fine anno».

Il compito della banca centrale resta quello di «impedire che l’inflazione nel medio termine risulti incoerente con l’obiettivo del 2%. Ci potrebbe essere un costo economico da pagare: dobbiamo ridurlo al minimo, per salvaguardare l’occupazione e la crescita».

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