Libertà va raschiandoConfessioni di un’abortista che si è stancata della narrazione dolente dell’aborto

Gli editoriali sui quotidiani, la paura delle riviste femminili e un’intervista di Marina Abramovic sulle sue tre interruzioni di gravidanza. Gli appunti di un maschio mancato che ama il conflitto e della sua recente infedeltà pubblicistica all’ideologia del raschiamento

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Niente racconta la mia parabola ideologica – dalla giovinezza alla pigrizia – come le (mie) reazioni alla pubblicistica sull’aborto. Oddio, «giovinezza»: all’altezza del primo aneddoto avevo trentasei anni.

Nell’autunno del 2008 smisi sdegnata di scrivere per un quotidiano col quale avevo iniziato da pochissimo a collaborare perché pubblicarono un articolo che esprimeva dei dubbi verso la libertà d’abortire. Un articolo altrui. Ero così invasata rispetto all’ideologia del raschiamento che m’importava perfino degli articoli altrui.

Nell’estate del 2016 avevo quarantatré anni, e Marina Abramović dichiarò d’aver abortito tre volte. Giacché, trascrivo dai miei appunti d’epoca, l’arte è una questione totalizzante e non lascia il tempo di cambiare i pannolini. Avevo una rubrica su un femminile – ho avuto rubriche sui giornali femminili per la più parte della mia vita lavorativa – e commentai quest’episodio.

Nel pezzo che inviai, all’inizio di agosto, a una vicedirettrice che voleva solo chiudere le pagine e andare al mare, c’era scritto: «Marina Abramović ha 68 anni e, in un’intervista a un giornale tedesco, ha detto di aver abortito tre volte (un numero abbastanza normale, in un’intera vita riproduttiva)».

A questo punto dobbiamo mettere in pausa l’illuminazione sul mio rammollimento ideologico per dare spazio a un’illuminazione sul perché le donne guadagnino meno degli uomini. Sì, il patriarcato, il lavoro di cura gratuito, le gravidanze, la rava, la fava: tutte ragioni minoritarie. Principalmente, le donne guadagnano meno perché sono terrorizzate dal conflitto.

Lo sa chiunque abbia avuto a che fare con le riviste femminili, scritte da donne, redatte da donne, dirette da donne; da donne che hanno figli o non ne hanno, si vestono bene o male, sanno l’italiano o più spesso non lo sanno, ma tutte inderogabilmente hanno una cosa in comune: paura della loro ombra.

Ho avuto parecchie direttrici e parecchie vicedirettrici, e tutte quando intravedevano il rischio del conflitto – conflitto rappresentato anche solo da una mail di protesta – ne erano terrorizzate (per fortuna i femminili tendenzialmente non fanno scoop, altrimenti alla prima smentita ci sarebbero attacchi di panico nelle redazioni); ma, poiché avevano paura della loro stessa ombra, il loro terrore non si limitava al conflitto col pubblico, ma anche a quello con la collaboratrice cui dovevano dire «questo lo tagli sennò le lettrici chi le sente». La soluzione era sempre un piano più su. Se parlavi con la vicedirettrice, ti diceva che lei te l’avrebbe lasciato scrivere, ma sai com’è la direttrice. Se a dirti di no era la direttrice, spiegava che fosse stato per lei liberissima, ma l’editore non vuole. Può gente che non sa dire a una collaboratrice di non rompere i coglioni saper ottenere un aumento?

L’estate del 2016 non fece eccezione. La vicedirettrice mi disse che le redattrici le avevano chiesto di farmi tagliare quella parentesi perché «sono tutte madri». Siccome le redattrici hanno dei figli, tu non puoi scrivere nella tua rubrica che abortire tre volte in una vita è normale. Da qualche parte i trattati di logica stavano piangendo.

Ne seguì un carteggio che, sei estati dopo, ho riletto strozzandomi dal ridere. Seguono stralci.

Soncini: «Di adulte che non abbiano abortito due o tre volte conosco solo cielline e lesbiche».

Vicedirettrice: «Che lo dica lei è un fatto, che lo avalliamo noi-tu è troppo».

Soncini: «“Dovete lasciarci l’aborto perché fa schifo anche a noi e lo useremo con moderazione”, l’aborto legale come i 70 grammi di pasta integrale, dai».

Vicedirettrice: «Le nostre lettrici non sono così avanti. E non ho tempo di rispondere a una valanga di lettere di protesta».

Soncini: «Prima o poi toccherà svelarti una sconvolgente verità, cioè che se non ti arrivano lettere di protesta vuol dire che non scrivi niente d’interessante e che nessuno ti legge».

A quel punto i social esistevano da quasi un decennio, tutti avevano la mail sul telefono, tutti smaniavano per notificarti la loro opinione, e valeva quel che vale adesso: se nessuno si offende, nessuno ti ha letto. Non sono mai riuscita a farlo capire a nessuna direttrice di femminile con cui abbia collaborato, e infatti sono andati tutti in rovina: hanno scambiato il silenzio per assenso invece che per disinteresse per giornali fatti con accurata assenza di personalità.

Ma non è di loro che stavamo parlando, bensì di me. Di me che a un certo punto di questo carteggio ho pensato che non me ne fregava più abbastanza dell’aborto da sbattermi a difendere l’esistenza di quella parentesi in un articolo che cominciava così: «Una volta Simone de Beauvoir, all’insinuazione che scrivesse libri perché non era riuscita ad avere figli, rispose con un’ovvietà: non sarà che fate dei figli perché non siete capaci di scriver dei libri? […] Simone de Beauvoir è morta nel 1986: ha quindi vissuto in quel lussuoso secolo in cui, se un’intellettuale diceva qualcosa sul mondo, poi al massimo doveva risponderne ad altri intellettuali, non a chiunque si annoi in ufficio e si metta a scrivere i propri pensierini su Facebook».

Della me quarantatreenne che pensò a quella povera crista in un open space periferico milanese invece che in coda per il mare, e disse ma sì, taglia la parentesi, senza neanche rompere troppo i coglioni sull’assurda idea d’affidare una rubrica d’opinione a qualcuna per poi sottoporre le sue opinioni a referendum confermativo redazionale (allora tanto valeva chiedere alle commentatrici di Facebook cosa ne pensassero).

Non stavamo parlando della sinistra italiana, che non si sbatte per migliorare la 194, una legge ostaggio d’una truffa quale l’obiezione di coscienza. Non stavamo parlando della sinistra americana, che non si sbatte per avere diritti sanitari (uno solo dei quali è quello all’aborto). Stavamo parlando di me – un maschio mancato al quale il conflitto è sempre piaciuto moltissimo – che molto prima della menopausa m’ero già stufata di dover litigare sull’aborto.

E di come passino quelle piccole vittorie che sono il racconto dolente dell’aborto, il racconto dell’aborto come eccezione, e tutto ciò che contribuisce a renderlo l’unico diritto della cui utilizzazione ci si scusa; insistendo implacabili per decenni, non tenendo conto d’obiezioni logiche o altro, col metodo che mia nonna attribuiva a me: tu la gente la pigli per stanchezza.