Eredità tossicaLa demonizzazione dell’Ucraina e la paura di Putin del futuro

Lo scrittore russo Sergej Lebedev, in “Nostalgia e autoritarismo” (Castelvecchi editore), spiega che qualsiasi ex Repubblica sovietica che metta in atto un processo di decomunistizzazione viene inevitabilmente inquadrata come nemica politico

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Siamo davanti a un interessante paradosso che unisce tempo, Storia e politica. Il progetto sovietico – con modalità proprie in ciascuna delle sue fasi – respingeva il passato e si legittimava attraverso il futuro, attraverso un obiettivo futuristico e profetico: la costruzione del comunismo. Il passato forniva una spiegazione per tutto ciò che di brutto e problematico c’era nel presente sovietico, in ogni parte di quel presente. Nel futuro, invece, si realizzava tutto il bene, come se fosse già stato raggiunto, già compiuto. Infatti, questa legittimazione attraverso il futuro (le cose più importanti accadono lì) è rimasta una costante fino alla fine dell’URSS.

La Russia di Putin, invece, si pone molto diversamente in relazione al tempo: è un progetto conservatore. In pratica, il futuro non viene affrontato con chiarezza, non è definito, e non è desiderato. Il futuro è l’insieme delle cose che non dovrebbero accadere; porta in sé il germe della decomposizione, la malattia del liberalismo, il virus dei diritti umani. Il futuro non presenta in effetti alcun tratto positivo, non ci si vuole assolutamente arrivare, non si vuole vivere nel tempo.

Al contrario, quanto più il periodo sovietico è distante nel passato, tanto più è visto come un’età dell’oro, un’epoca di grandi vittorie, un tempo in cui l’Unione Sovietica aveva sempre buone carte nel gioco geopolitico, per così dire. Non è una coincidenza che una volta Vladimir Putin abbia definito il crollo dell’URSS come la «più grande catastrofe geopolitica del XX secolo».

In questa logica, qualsiasi ex Repubblica sovietica che costruisca una narrazione storica dell’occupazione sovietica e dei suoi crimini diversa da quella ufficiale o metta in atto un processo di decomunistizzazione – come l’Ucraina, dove sono stati abbattuti migliaia di monumenti a Lenin – viene inevitabilmente inquadrata come nemico politico della Russia. Ma non si tratta di Lenin in sé, di cui ai politici russi non importa nulla. Si tratta dell’ambita unità dello spazio simbolico, di salvaguardare il discorso storico autoritario della Russia, ormai diventato strumento di politica interna ed estera, dalle critiche storiche che potrebbero indebolirlo o minarlo.

Probabilmente avremo a che fare ancora per decenni con la post-esistenza dell’URSS, con la lunga dissoluzione dell’impero nella testa delle persone, e non solo sulla carta geografica.

Da “Nostalgia e autoritarismo” di Sergej Lebedev, (Castelvecchi editore), 43 pagine, 8,5 euro