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Lavorare ovunqueCosì i visti per i nomadi digitali possono sostenere le economie locali

Molti Paesi che, prima della pandemia, vivevano di turismo ora stanno cercando di ripartire seguendo una direttrice diversa: provano ad attirare i cosiddetti “lavoratori della conoscenza” che possono trasferirsi sul territorio per periodi lunghi

immagine tratta da Pxhere

Tratto da Morning Future

Tre esse: sun, sea, sand (sole, mare, sabbia). È il particolare trinomio che ha mosso il turismo di Bali per moltissimi anni. Oggi, lungo la costa indonesiana, le villette che affacciano sul litorale sono occupate da lavoratori a distanza che hanno scelto una delle mete vacanziere più ambite per fare smart working. Allora le tre “s” si trasformano in serenità, spiritualità e sostenibilità.

Fin dalle prime riaperture post-lockdown, l’Indonesia ha provato a cavalcare l’onda del lavoro a distanza offrendo un visto di cinque anni per i nomadi digitali, attirati già in passato da clima tropicale e basso costo della vita.

I semplici visitatori possono e devono avere un visto turistico fino a sessanta giorni, o chiedere un permesso di lavoro temporaneo di sei mesi. Ma oltre i 183 giorni – in un anno – si diventa automaticamente un residente fiscale locale, il che significa sottoporre il proprio reddito alle aliquote fiscali indonesiane, che non sono così morbide. Allora il governo nazionale ha deciso di creare dei visti per nomadi digitali che durano cinque anni e non tassano le entrate ricevute dall’estero: dura più a lungo di ogni altro visto per “nomadi digitali” attualmente disponibile – esiste in 33 Paesi tra cui Germania, Messico, Barbados ed Estonia – ed è particolarmente vantaggioso.

La scelta di Bali e dell’Indonesia potrebbe rivelarsi decisiva nella capacità del Paese di attirare nuovi ingressi sul territorio: la pandemia poteva tagliare le gambe a un’economia che si reggeva per gran parte proprio sul turismo vacanziero. Il numero di turisti indonesiani è aumentato del 500% ad aprile, raggiungendo quota 111mila, un record dall’inizio della pandemia, ma comunque molto inferiore alla media di 1,3 milioni di visitatori che ha ricevuto in ogni mese nel 2019.

Allora, piuttosto che cercare di raggiungere i livelli di turismo pre-Covid, l’obiettivo del governo indonesiano è diventato quello di attirare meno visitatori ma con una permanenza più lunga e una spesa duratura e più alta.

Economia dei visti
«I nomadi digitali, e in generale i lavoratori a distanza, possono essere un vantaggio per qualsiasi economia: spendono soldi, stimolano l’innovazione, creano legami. Un vantaggio sia per i nomadi digitali stessi che per le economie in cui scelgono di vivere e lavorare», ha scritto Raj Choudhury, professore della Harvard Business School, sulla Harvard Business Review.

Sempre più spesso le aziende offrono ai propri dipendenti la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo: da casa, da un’altra regione, anche dall’altra parte del mondo. La nuova realtà del mercato del lavoro è che la libertà di poter scegliere la località da cui lavorare è ormai un vantaggio acquisito a cui è difficile rinunciare. Fa parte della nuova natura di un mercato che tende a diventare sempre più flessibile, almeno per alcune categorie di lavoratori a cui non fa differenza lavorare da una scrivania in ufficio in pieno centro città o da una casa isolata in riva al mare o in montagna. I “lavoratori della conoscenza”, traducendo direttamente dall’inglese.

E per sfruttare il potenziale “alto spendente” dei nomadi digitali, alcuni Paesi hanno studiato incentivi anche per gli ingressi dall’estero. «La Grecia aveva anticipato questa tendenza, approvando nel 2021 una legge diretta a favorire l’ingresso nel Paese ai nomadi digitali; Spagna e Portogallo si sono inserite in questa scia di incentivazione del lavoro da remoto per i non residenti», spiega Ipsos.

Il Portogallo ad esempio offre un visto rinnovabile di due anni per i lavoratori che possono dimostrare di avere un lavoro a distanza – della durata del loro soggiorno. Altri Paesi hanno scelto formule simili, tra questi rientrano Australia, Repubblica Ceca, Emirati Arabi Uniti, Estonia, Germania, Tailandia, Indonesia, Spagna e Brasile.

«Questi visti in genere richiedono una prova del reddito e del lavoro a distanza, un’assicurazione di viaggio e l’intenzione di partire. In sintesi, i nomadi digitali investono il loro tempo e denaro nell’economia locale, senza accettare lavori locali, e costruiscono ponti con i lavoratori della conoscenza locale: un vantaggio sia per i lavoratori remoti che per le comunità locali», si legge tra le pagine della Harvard Business Review.

Per i Paesi che vivevano quasi unicamente di turismo, come l’Indonesia già citata, attirare nomadi digitali può diventare una fonte vitale di entrate. «I nomadi digitali possono ora scegliere tra una vasta gamma di destinazioni tropicali (Costa Rica, Messico, Ecuador), isole (St. Lucia, Barbados, Seychelles) e vacanze invernali (Estonia, Islanda, Norvegia)», si legge sulla Harvard Business Review.

I visti generalmente costano circa 1.000 dollari ed esentano i titolari dall’imposta sul reddito locale per il loro soggiorno, che dura solitamente da sei mesi a due anni. Hanno anche requisiti di reddito e occupazione, assicurando che questi titolari di visto possano mantenersi da soli senza accettare lavori locali.

Le ricadute
Allargare le maglie dei visti per i nomadi digitali porta molti vantaggi per i Paesi e le comunità locali, scrive Choudhury. In primo luogo, è una soluzione temporanea ai problemi della politica di immigrazione e ai ritardi dei visti in tutto il mondo. Molti “lavoratori della conoscenza”, infatti, non sono attualmente in grado di lavorare ovunque a causa del blocco della politica di immigrazione o degli arretrati estesi nell’elaborazione dei visti (si vedano le difficoltà a lavorare dagli Stati Uniti).

In secondo luogo, i nomadi digitali potrebbero fungere da catalizzatori per i flussi di conoscenza e risorse tra le regioni. «La mia lunga ricerca sulla mobilità geografica e l’innovazione ha dimostrato che i viaggi a breve termine e anche brevi periodi di co-localizzazione con colleghi geograficamente distanti possono aiutare i lavoratori ad accedere a informazioni e risorse che possono contribuire a far crescere nuove idee e progetti, a vantaggio sia del lavoratore che delle organizzazioni», scrive il professor Choudhury nella sua analisi.

Infine, i nomadi digitali potrebbero svolgere un ruolo chiave nella promozione dell’imprenditorialità e nella creazione di cluster tecnologici in tutto il mondo. Gli imprenditori stranieri che si riuniscono in uno spazio condiviso, anche per pochi mesi, possono infatti stimolare nuove connessioni e nuove imprese.

E l’Italia?
Anche l’Italia sta provando a salire sul carro. La legge 25 del 28 marzo scorso agevola l’ingresso dei cittadini di Paesi terzi che decidono di lavorare nel territorio nazionale per un determinato periodo, svolgendo la propria attività da remoto.

Come scrive Il Sole 24 Ore, «la nuova previsione normativa intercetta quei lavoratori extra UE “altamente qualificati” che, sfruttando la tecnologia, sono in grado di lavorare da remoto in via autonoma, per un’impresa anche non residente nel territorio dello Stato italiano».

Per entrare in Italia, questi lavoratori avranno bisogno del solo visto d’ingresso, della durata non superiore a un anno. Così nomadi digitali e lavoratori da remoto extracomunitari, autonomi o subordinati, potranno entrare in Italia al di fuori delle quote annuali del decreto flussi, che prevede un massimo di 69.700 unità, di cui 42mila riservate al lavoro stagionale; una volta richiesto il visto, avranno diritto a un permesso di soggiorno valido fino a un anno. Questi lavoratori dovranno attivare un’assicurazione sanitaria (che copra tutti i rischi), rispettando le disposizioni fiscali e contributive italiane.

La più grande innovazione introdotta dalla legge è senza dubbio la mancanza della richiesta dell’autorizzazione al lavoro, il “nulla osta” previsto per la maggioranza delle procedure d’ingresso per fini lavorativi. «Sarà quindi una semplificazione dell’iter burocratico e consentirà un agevole ingresso di professionisti e lavoratori altamente qualificati», scrive Il Sole 24 Ore.

Insomma, è chiaro che i nomadi digitali, e in generale i lavoratori a distanza, possono essere un vantaggio per qualsiasi economia: incentivare i consumi, facilitare la collaborazione e stimolare l’innovazione. I Paesi di tutto il mondo sono in competizione per attirare nuovi smart worker.

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