Appunti per MeloniCosì l’Ungheria di Orbán è diventata una democratura

Il premier ungherese ha reso la magistratura dipendente dall’esecutivo, ridisegnato le circoscrizioni elettorali per favorire il suo partito e modificato a suo piacimento la Costituzione. E come ricorda la risoluzione del Parlamento europeo. il suo governo adotta ancora la legislazione di emergenza Covid, limitando i diritti dei cittadini

A una settimana dal voto vale la pena leggere attentamente la risoluzione del Parlamento europeo sull’Ungheria che probabilmente causerà il parziale blocco dei finanziamenti europei al paese guidato da Viktor Orbán. È utile leggerlo in quanto si capisce come una democrazia possa cambiare, con piccoli e mirati accorgimenti istituzionali, tramutandosi in una copia approssimativa chiamata democratura. Non servono carri armati e generali golpisti, basta una solida maggioranza parlamentare e un radicata insofferenza verso ogni controllo di checks and balance.

In 32 pagine il Parlamento europeo contesta al governo ungherese la violazione dell’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) che costituisce la carta fondamentale dei principi dell’Unione e l’avvio di una procedura d’infrazione ai sensi dell’articolo 7 che può portare alla sospensione dei diritti di cui il paese sottoposto gode come membro europeo, ivi compresi i finanziamenti del Next Generation EU.

L’articolo 2 riguarda la tutela dei «valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze».

Quali sono le infrazioni? L’elenco riserva una grande sorpresa in quanto la prima contestazione riguarda, neanche a dirlo, «la decisione del governo ungherese di prolungare lo stato di emergenza a tempo indeterminato, di autorizzare l’esecutivo a governare per decreto senza limiti di tempo e di indebolire la sorveglianza di emergenza del parlamento ungherese», infischiandosene peraltro della raccomandazione del Consiglio «di garantire che le misure di emergenza siano rigorosamente proporzionate, limitate nel tempo e in linea con le norme europee e internazionali e che non interferiscano con l’attività delle imprese e la stabilità del contesto normativo, nonché di garantire l’efficace coinvolgimento delle parti sociali e dei portatori di interessi nel processo di elaborazione delle politiche».

Avete capito bene, i patrioti ungheresi governano ancora sotto legislazione di emergenza Covid, proprio loro che sono gli idoli dei confratelli italiani capaci di contestare come attentato alla libertà anche il semplice uso di mascherine e il green pass.

In Ungheria la cosa è ben più seria. Il Parlamento europeo contesta che, sotto lo scudo dell’emergenza, sia stato varato «un complesso pacchetto legislativo, presentato senza previa consultazione e relative a questioni che comprendono il funzionamento del sistema giudiziario, la legge elettorale, le strutture nazionali per i diritti umani, il controllo sull’utilizzo dei fondi pubblici e i diritti umani delle persone LGBTI».

Misure che il Commissario per i diritti umani teme «possano servire a minare la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani in Ungheria». Continua il commissario che «tali modifiche sono state adottate durante lo stato di emergenza, senza alcuna consultazione pubblica e che la relazione (sul pacchetto di misure) consta di sole tre pagine».

La relazione spiega poi come il governo ungherese abbia provveduto alla ridefinizione in modo del tutto opaco delle circoscrizioni elettorali, in funzione di unire le zone più favorevoli al partito governo e, ancora, «il 24 maggio 2022 il Parlamento ungherese ha adottato la decima (!) modifica della Legge fondamentale, tesa a consentire al governo di dichiarare lo stato di pericolo in caso di conflitto armato, guerra o catastrofe umanitaria in un paese limitrofo; che ha altresì modificato la Legge sulla gestione delle catastrofi, permettendo al governo di derogare ad atti del parlamento mediante decreti di emergenza in qualunque ambito nel corso di uno stato di pericolo dichiarato a causa di un conflitto armato, una guerra o una catastrofe umanitaria in un paese limitrofo, con la possibilità di sospendere o limitare l’esercizio dei diritti fondamentali oltre la misura consentita in circostanze ordinarie».

Ecco, pensate cosa strillerebbero i vari Nicola Porro, Paolo Del Debbio, Marco Travaglio e Mario Giordano se il governo Draghi avesse varato una simile legislazione: invece, come dice Meloni «l’Ungheria è uno stato democratico perché Orbán è stato eletto». Certo, come Adolf Hitler, Benito Mussolini e Recep Erdogan.

La relazione illustra inoltre come con una serie di interventi di Parlamento e Governo (entrambi nelle salde mani del partito del modello Orbán) l’esecutivo ha messo le mani sulla magistratura.

È stato creato l’Ufficio Giudiziario Nazionale (OBH). Il presidente dell’OBH è responsabile del funzionamento e dell’efficienza dell’amministrazione centrale; deve assicurare che quest’ultima, come previsto dalla legge, svolga le proprie mansioni nell’osservanza del principio costituzionale dell’indipendenza giudiziaria. Nell’esercizio delle sue funzioni, il presidente dell’OBH adotta decisioni, regolamenti e raccomandazioni. Il presidente dell’OBH è eletto dal Parlamento nazionale – a maggioranza dei due terzi dei deputati – su proposta del Presidente della repubblica. Il Parlamento europeo denuncia lo Stato di conflitto tra OBH e il Consiglio Nazionale della Magistratura (OBT) in tema di nomine e conferimento di incarichi direttivi a partire da quella del presidente del supremo ordine giurisdizionale, la Kuria.

Il profilo più preoccupante denunciato dalla risoluzione però riguarda una delle facoltà più delicate che i trattati europei conferiscono ai magistrati dell’Unione e cioè il diritto contemplato dall’articolo 267 del TFUE per un giudice europeo di poter chiedere alla Corte di Giustizia Europea un parere preventivo sulla conformità delle leggi del proprio paese ai trattati europei, in modo da disapplicare quelle in contrasto con i principi sanciti dalle convenzioni e dalle sentenze europee.

Ebbene in Ungheria il magistrato che adotti una simile procedura, rileva la risoluzione del Parlamento europeo, è passibile di infrazione disciplinare. Si intende così affermare arbitrariamente il primato del diritto interno su quello europeo: esattamente lo stesso scopo perseguito da una proposta di riforma costituzionale di Meloni e compagnia di cui qui si è parlato qui: ma tu guarda la coincidenza.

E, ancora, il Parlamento europeo censura una serie di disposizioni in base alle quali l’autorità amministrativa ungherese ha “la possibilità di presentare ricorsi costituzionali a seguito di sentenze sfavorevoli emesse dagli organi giurisdizionali ordinari”.

Norme che «sollevano preoccupazioni in merito al rispetto delle garanzie di un processo equo per il singolo ricorrente e, unite alle proposte di modifica in merito alle qualifiche e alle nomine dei giudici e all’uniformità della giurisprudenza, le misure legislative rischiano inoltre di ridurre l’indipendenza dei singoli giudici nell’ambito dei loro compiti principali e di creare gerarchie eccessive nel sistema giudiziario».

Non basta? C’è di più e riguarda un tratto estremamente delicato di tutela delle libertà personali: quello della libertà di comunicazione. Nel luglio 2021, grazie alle informazioni ottenute attraverso una fuga di notizie da banca dati, il portale investigativo Direkt36 ha rivelato che circa 300 cittadini ungheresi, tra cui giornalisti indipendenti, proprietari di media, avvocati, politici e imprenditori critici nei confronti del governo ed ex funzionari statali, sono stati presi di mira dallo spyware Pegasus senza esserne stati a conoscenza tra il 2018 e il 2021.Si tratta sempre delle famose misure emergenziali: un aspetto che riguarda da vicino anche l’Italia.

Queste gravi irregolarità e anomalie sono state introdotte non sulla punta delle baionette né sospendendo le libertà costituzionali, semplicemente mutando a colpi di maggioranza la legislazione esistente.

È preoccupante che la classe dirigente di Fratelli d’Italia non dica una parola e continui a considerare Orbán un alleato e l’Ungheria uno stato democratico. Un’ambiguità preoccupante che investe tutti.

Carlo Nordio, il guardasigilli in pectore del prossimo governo Meloni in un’intervista a Claudio Cerasa nel libro “Le catene della destra” ha dichiarato che «la sicurezza va garantita in modo preventivo e quindi attraverso il controllo del territorio, il potenziamento delle forze dell’ordine e di tutte quelle attività di prevenzione utili da utilizzare a patto che restino segrete, come le intercettazioni». Ecco, bene avrebbe fatto Cerasa ad approfondire sulla prevenzione segreta su cui è lecito nutrire qualche dubbio e ad approfondire sul caso Ungheria e bene farà l’elettorato a porsi qualche domanda per domenica