È la democrazia, CrosettoIl piano di Meloni per far uscire l’Italia dall’Unione europea (e la dissimulazione dei suoi su Twitter)

La leader di Fratelli d’Italia nel 2018 ha proposto una riforma per cancellare dall’articolo 117 della Costituzione il riferimento al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Se passasse questa proposta il nostro Paese uscirebbe dal Mercato Unico, previsto e regolamentato proprio dal Trattato di Funzionamento dell’Ue

LaPresse

Guido Crosetto, padre fondatore di Fratelli d’Italia, ha scritto su Twitter che il direttore di questo giornale ha detto il falso quando, a proposito della proposta di riforma costituzionale n.291/18 (con firmatari oltre lo stesso imprenditore piemontese anche Giorgia Meloni e lo stato maggiore al gran completo del partito), ha espresso l’opinione che essa dimostri la recondita intenzione di far uscire l’Italia dall’Unione europea. Sul punto ci sono le complete argomentazioni, cui ci si riporta, di illustri studiosi costituzionali, in particolare Stefano Ceccanti, sulla scia di quanto segnalato a suo tempo da un piccolo giornale di opinione.

Sia consentito puntualizzare qualche ulteriore aspetto onde chiarire le nostre idee all’ex onorevole Crosetto “che ci sta in cagnesco per pochi versucci di dozzina” su Twitter e che nonostante la professata lontananza dalla politica evidentemente è ben addentro i disegni politici del partito meloniano.

Il disegno di legge 291/18 presentato alla Camera da Meloni, Crosetto, Rampelli Lollobrigida e altri il 23 marzo 2018, come indica con chiarezza il testo della relazione, si propone un paio di ambiziosi progetti. Il primo è quello di sopprimere sic et simpliciter il primo comma dell’articolo 117 della Costituzione («La potestà legislativa e è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali») con un secco «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto delle competenze a essi spettanti»

Basterebbe già questo, la cancellazione di ogni obbligo internazionale, per capire l’idea di Italietta provincial-sovranista, ma non basta perché c’è pure la modifica nientemeno di una delle norme fondamentali, quella dell’articolo 11 della Carta («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad uno ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo») cui secondo i novelli padri costituenti andrebbe aggiunto un ulteriore paragrafo secondo cui «Le norme dei Trattati e degli altri atti dell’Unione europea sono applicabili a condizione di parità e solo in quanto compatibili con i principi di sovranità, democrazia e sussidiarietà, nonché con gli altri principi della Costituzione italiana».

Il principio di sovranità che la nostra Costituzione riserva all’articolo 1 al popolo «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», dunque attraverso gli organi costituzionali (Governo e Parlamento) nella visione della proposta della destra post-fascista sottindente il potere che lo Stato nazional sovranista si arrogherebbe di svincolarsi dagli obblighi nascenti dai trattati cui lo Stato democratico italiano si è liberamente sottoposto, a cominciare dalla Convenzione europea dei diritti umani, al Trattato di Lisbona ma in teoria potrebbe riguardare un domani anche la Nato, nel caso la maggioranza parlamentare maturasse un indirizzo anti-atlantista.

Il bersaglio dell’iniziativa legislativa di Meloni e Crosetto è allo stato e con ogni evidenza il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea nella parte in cui lo stesso (dall’articolo 26 in poi) regolamenta il mercato unico e i principi di libera concorrenza e circolazione delle merci, nonché – ed è il punto più importante – il potere di giurisdizione della Corte di Giustizia del Lussemburgo che è l’organo cui il Trattato di Lisbona (e ancor prima i precedenti trattati europei) conferiscono il ruolo di interprete e custode dell’applicazione di tali norme.

Come questo giornale ha avuto modo di spiegare, su questo delicato aspetto è in atto da diverso tempo un fitto e spesso aspro dibattito tra il giudice europeo e i giudici nazionali gelosi delle proprie prerogative.

In particolare, la Corte Costituzionale italiana ha elaborato un proprio indirizzo di tutela tramite l’adozione di contro limiti, riservando a se stessa l’ultima parola ove sorgesse un contrasto tra l’applicazione delle norme, dei trattati e delle sentenze europee e i principi della carta costituzionale italiana come interpretati dalla Consulta.

Per evitare conflitti aperti, il trattato europeo prevede (all’articolo 267) una forma di preventiva consultazione tra il giudice nazionale e la Corte europea nel caso di dubbi applicativi sulla conformità delle norme interne alla carta europea.

A questo mezzo è ricorsa di recente la corte costituzionale italiana per concordare una posizione comune con la Corte del Lussemburgo in relazione a una sentenza con cui i giudici europei sono intervenuti sulla prescrizione dei reati finanziari, istituto come noto poi abrogato dal Parlamento italiano con la famosa legge “spazzacorrotti”.

In un altro caso è stato invece aperto conflitto tra la Corte Costituzionale tedesca e la Commissione europea con oggetto il primo piano di recovery tramite acquisto di titoli di Stato varato nel 2012 dalla Banca centrale europea allora guidata da Mario Draghi.

Per tale motivo, la Germania è attualmente sottoposta (come Polonia e Ungheria per altri profili attinenti la violazione della autonomia dei giudici) a una procedura di infrazione, la stessa che toccherebbe all’Italia se varasse le modifiche normative proposte da Meloni.

Se tuttavia il problema dei rapporti tra istituzioni legislative e giudiziarie europee e quelle nazionali esiste, ciò che rende pericolosa e inaccettabile la soluzione di Fratelli d’Italia è la delega di potere assoluto e di controllo nelle mani di una maggioranza governativa.

Nella relazione al disegno di Fratello d’Italia è infatti contenuto un riferimento alla prassi dei contro limit“ adottata dalla Consulta. Osservano i proponenti che «se questa è una giusta tendenza, è pur sempre solo una tendenza (sic!), perciò non sufficiente rispetto alla realtà in atto…(e) che nel teatro politico europeo, e non solo italiano, sta in effetti crescendo la tendenza verso nuovi Trattati europei. Ma questa è una tendenza che, se concretizzata, non escluderebbe affatto la necessità, anzi accrescerebbe le ragioni di opportunità di una riforma della Costituzione operata nei termini menzionati. Ciò è ancora più rilevante se si considera la crescente disaffezione dei popoli europei rispetto alle regole e ai vincoli economici, monetari e sociali imposti dall’Unione europea spesso in spregio agli interessi nazionali».

Difficile essere più chiari (pur nella accidentata grammatica del testo) circa il reale pensiero della destra post-fascista: Meloni (con Crosetto e altri) rivendica una riforma costituzionale che liberi l’Italia dai trattati europei. Così facendo, però, e va detto con chiarezza, si esce dal Mercato Unico che è previsto e regolamentato proprio dal Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea.

Forse la destra coltiva l’illusione di poter restare dentro l’Unione anche disobbedendo, ma è uno sbaglio come dimostra l’iniziativa della Commissione europea di richiedere per l’Ungheria la sospensione degli aiuti del PNRR per violazione dei principi attinenti lo Stato di diritto, attraverso il cosiddetto meccanismo di condizionalità.

Si discute sulle modalità di rendere effettive tali sanzioni e sulla possibilità di approvarle vista la maggioranza qualificata richiesta, ma è facile immaginare con un debito pubblico oltre il 150 per cento del Pil detenuto in gran parte da investitori stranieri quali sarebbero le gravi conseguenze economiche.

Ma vi è di più e riguarda la pretesa che emerge dalla relazione del disegno di riforma di introdurre una apposita norma che codifichi i contro limiti: la teoria giuridica con cui il giudice nazionale può rigettare l’applicazione delle norme e delle sentenze sovranazionali. Ciò non è solo un attacco all’Unione europea ma anche il tentativo di mettere sotto il controllo del potere politico la stessa giurisdizione nazionale.

Il dibattito giuridico tra le magistrature è soggetto a possibili cambi ed evoluzioni di indirizzo che una normativizzazione escluderebbe in radice assegnando tale potere alla maggioranza politica del momento.

 Se volessimo un esempio concreto delle conseguenze di tali conflitti basterebbe far riferimento alla violenta protesta dei tassisti (una manifestazione degna del famigerato ricordo dei camionisti cileni nel ’73 contro il governo Allende) davanti a palazzo Chigi e che ha sconvolto e indignato Mario Draghi che la denunciò nel suo ultimo discorso al Senato.

 Ciò che non vogliono le sigle sindacali vicine a Salvini e Meloni è che i giudici italiani riconoscano come servizi di pura intermediazione e connessione le varie applicazioni che consentono oggi a un utente di scegliersi il taxi più conveniente. La Corte di giustizia ha ritenuto che possano valere per loro i principi di libera concorrenza e mercato, salvo non si dimostri che siano nella sostanza organizzazioni esclusivamente di trasporto pubblico. Lo dovrà decidere il giudice italiano di volta in volta, ma la semplice possibilità che possa essere instaurata una concorrenza più ampia a favore del cittadino italiano ha scatenato la protesta violenta di chi vuole la rendita di posizione.

Ecco: un governo sovranista se ne può infischiare di cosa prescrive la giustizia europea e nazionale e guardare all’interesse dei soli suoi elettori, ma in uno Stato autoritario e illiberale è il potere esecutivo-politico arbitrario che esclude il dialogo e l’autonomia degli altri poteri dello Stato. Non è un caso che Ungheria e Polonia, i modelli dei meloniani, abbiano posto sotto controllo la magistratura: in una democrazia l’interpretazione delle leggi, della Costituzione, dei trattati (nei limiti del rispetto della lettera della legge) è compito dei giudici non dei politici.

Invece di perdere tempo sui simboli e sul passato, la sinistra e i moderati libertari di Azione e Italia viva chiedano una semplice domanda: Giorgia Meloni è disposta a ritirare quel disegno di riforma costituzionale, a non ripresentarlo e ad ammettere che è stato un errore averlo presentato?

È la democrazia, Crosetto: vuole rispondere lei?

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