Pace senza veritàLa storia di Antonio Russo, picchiato dai pacifisti e ucciso dai russi 22 anni fa

L’inviato di Radio Radicale fu ucciso vicino a Tbilisi, in circostanze misteriose, nella notte tra il 15 e 16 ottobre del 2000, dopo aver trovato una testimonianza video delle torture delle truppe russe contro la popolazione civile cecena. Nessuna istituzione italiana ha mai chiesto conto a Mosca del suo omicidio

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Il suo, chiamiamolo così, editore Marco Pannella diceva di lui che non era un giornalista radicale, ma un «radicale giornalista». In un’Italia in cui l’informazione militante è la comfort zone dei cultori della contraffazione, questo minuziosissimo abusivo della professione (non si iscrisse mai all’Ordine dei giornalisti) era invece un impareggiabile guastatore delle rappresentazioni di comodo. 

Antonio Russo fu ucciso nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2000 e il suo cadavere venne ritrovato vicino a Tbilisi, in Georgia. Le sue inchieste e le sue corrispondenze per Radio Radicale sulla guerra in Cecenia non passavano inosservate. Lo ammazzarono dopo che si seppe che era venuto in possesso di una videocassetta, con le prove delle violenze e torture delle truppe russe contro la popolazione civile cecena. Ne aveva parlato, due giorni prima della morte, al telefono con la madre, disperandosi per l’orrore che le immagini suscitavano.

La sua abitazione, dopo l’omicidio, fu ritrovata ripulita di tutto: computer, telefono, videocamera e qualunque tipo di materiale e documentazione.

Antonio Russo aveva raccontato molte guerre. In Algeria, in Ruanda, a Cipro, in Bosnia e in Kosovo, dove, un anno e mezzo prima di morire, disobbedì all’ordine dell’esercito serbo di abbandonare Pristina sotto assedio e fu l’unico giornalista occidentale presente a documentare le prove generali del massacro, poi scongiurato grazie all’intervento della Nato. 

Ricercato, riuscì a uscire dal paese nascosto in un convoglio di profughi, da cui peraltro era indistinguibile. Come giornalista, in Italia, non passava inosservato, con il codino, gli anelli, l’aria sgualcita e una trasandatezza troppo autentica per essere cool. In uno scenario di guerra, per la stessa ragione, diventava invisibile.

Sulla sua storia è uscito nel 2004 un bel film, Cecenia, che non è mai stato distribuito e che quindi hanno visto in pochissimi, in cui a interpretare Antonio Russo è Gianmarco Tognazzi. Anche in questo non è stato fortunato: per essere riconosciuto aveva dovuto morire – «La sua morte è la sua ultima notizia» disse Pannella al suo funerale, denunciando il coinvolgimento dei servizi russi, di cui nessuna istituzione italiana ha mai chiesto conto a Mosca – e per essere ricordato, a ventidue anni dalla sua morte, non può contare che sulla memoria collettiva del mondo radicale.

In questa ricorrenza, quindi, è a maggior ragione necessario ricordare come la sua figura e la sua attività abbiano avuto una forza profetica che, come è ovvio, non gli vogliono riconoscere da morto quegli stessi che non gli riconoscevano da vivo la pretesa di raccontare la guerra con la storia delle sue vittime e di non soggiacere all’idea, politicamente conformistica e giornalisticamente corriva, che la pace sia uno stato di fatto negativo e non una garanzia di diritto positiva, cioè sia semplicemente il non essere della guerra, l’assenza di un conflitto bellico tra forze armate contrapposte e non l’essere della libertà, della dignità umana, della protezione dalla violenza. 

Allo schema pace versus guerra, coerentemente con la sua impostazione radicale, Russo opponeva la dialettica tra nonviolenza e violenza e il legame inscindibile tra pace e verità, tra pace e giustizia. 

Proprio le guerre nella ex Jugoslavia, che aveva frequentato, raccontato e vissuto molto più profondamente dei corrispondenti e dei commentatori embedded nella cattiva coscienza pacifista, avevano dato drammatica evidenza politica a questa differenza. Srebrenica rimane la colonna infame del neutralismo anti-interventista: la mattanza di una comunità disarmata e affidata alla protezione di un contingente militare Onu, ridotto a fare il portinaio dei massacratori.

Nelle sue corrispondenze dal Kosovo, in cui raccontava la disperazione dei musulmani di etnia albanese condannati a fare la fine dei bosgnacchi e la speranza per un intervento militare della Nato che salvasse loro la vita, Russo era diventato una provocazione vivente nei confronti del movimento pacifista mobilitato contro la guerra, cioè contro il soccorso ai kosovari. E se sfuggì alle truppe di Belgrado, che non riuscirono mai a individuarlo e a catturarlo, non scampò invece all’ira pacifista. 

Era rientrato da una decina di giorni dal Kosovo e alla stazione di Mestre, mentre saliva su un treno per Roma, incontrò un gruppo di pacifisti reduci da una manifestazione alla base Nato di Aviano. Lo riconobbero subito e iniziarono a picchiarlo; fortunatamente intervenne la polizia a salvarlo dal pestaggio e a consigliargli sbrigativamente di prendere un altro treno: «Mica pretenderà che la scortiamo fino a Roma?».

Pensando a ciò che la vita gli avrebbe riservato un anno e mezzo dopo, questo episodio così esemplarmente grottesco da sembrare inventato – lo si può ascoltare raccontato dalla voce del protagonista – è un apologo davvero perfetto sulle miserie del pacifismo.