Togliatti o Pannella?La differenza tra pacifismo e nonviolenza, cioè tra odio per la Nato e amore per la democrazia

Il primo nasce come continuazione della lotta di Resistenza (in ottica anti-atlantista) e non escludeva il ricorso all’azione militare. Il secondo, abbracciato tra gli altri dal Partito Radicale, teorizza la migliore efficienza di una lotta senza armi, ma solo quando questa sia in grado concretamente di togliere forza e legittimità all’avversario

Dadalan Real, da Unsplash

La politica pacifista italiana nasce alla fine degli anni ’40 con l’esperienza dei Partigiani della Pace, promossa dal fronte social-comunista per convertire ideologicamente la resistenza al nazifascismo in opposizione all’atlantismo – la costituzione della Nato nel 1949 venne definita da Togliatti un «atto di guerra» – e sostenere la politica internazionale dell’Urss staliniana, individuata come un «baluardo della pace» e «della libertà e indipendenza dei popoli».

La matrice (o il peccato) originale del pacifismo italiano è sopravvissuto sia alla sua progressiva ibridazione con l’antimilitarismo di ispirazione laica e religiosa, con cui i comunisti trovarono in seguito importanti punti di convergenza, sia al progressivo, ma mai completo distanziamento del PCI dall’Unione Sovietica.

Malgrado la scelta atlantista della metà degli anni ’70 – Berlinguer che riconosce l’ombrello della Nato come opportunità per perseguire la «via italiana al socialismo» – ancora un decennio dopo, sulla questione degli euromissili, il PCI concentra sulla Nato l’accusa di opporsi alla strategia del disarmo, necessaria per scongiurare l’apocalisse nucleare e improntare le relazioni internazionali al valore della pace.

In ogni caso il pacifismo comunista e post-comunista non è mai stato nonviolento. Il ricorso alla resistenza e all’insurrezione armata non è mai stato né teoricamente escluso, né concretamente avversato nelle sue manifestazioni anti-imperialiste e anti-colonialiste. Al contrario è stato esplicitamente teorizzato e anche programmato come mezzo di emancipazione politica e sociale. I Partigiani della Pace a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 aspettavano ancora in massa l’ora X della Rivoluzione, con i fucili della Resistenza nascosti in cantina.

La nonviolenza si sviluppa invece in Italia su presupposti e con riferimenti politico-intellettuali del tutto diversi. Nasce dal rifiuto di relativizzare il principio assoluto del “non uccidere”, proprio per affermare la nonviolenza come alternativa reale alla violenza. Anche se tra le sue manifestazioni c’è stata la storica battaglia per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, la teoria nonviolenta non chiede semplicemente il rispetto giuridico e morale di chi non voglia usare le armi, ma la messa in discussione dell’opportunità di usarle tout court; chiede insomma di realizzare un radicale riallineamento di fini e mezzi, dell’obiettivo di uno Stato e di una politica senza violenza (o con meno violenza) e di una strategia d’azione che si astenga dalla violenza (o la minimizzi) proprio per prefigurare questo risultato e propiziarne il conseguimento. Tutto questo, prima che sul piano delle relazioni internazionali e delle politiche di difesa, vale all’interno del processo democratico e del confronto con qualunque Potere.

La nonviolenza, da Capitini a Pannella, non è quindi una forma di irenismo morale, ma una teoria della prassi e un’etica della responsabilità politica. Non una forma di renitenza, ma di lotta. In particolare, nella declinazione radicale la nonviolenza non abita in interiore homine, ma è incarnata nel corpo a corpo fisico e pubblico, cioè immediatamente politico, con la violenza.

Lo storico preambolo allo Statuto del Partito Radicale, che conferisce «all’imperativo del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa», afferma un obiettivo politico, non un principio di identità morale.

Quando Pannella diceva che «nonviolenza e democrazia sono sinonimi» denunciava il legame tra la violenza e la negazione della libertà e dello stato di diritto e dunque tra la nonviolenza come mezzo e la difesa della democrazia come fine. Infatti è la democrazia che trasforma il non uccidere nel fondamento costituzionale della libertà degli uomini e dei popoli, cioè in una legge storicamente assoluta.

Al polo opposto della nonviolenza – è questo il punto fondamentale – c’è la violenza, non la guerra. La guerra, intesa in senso propriamente bellico, non rappresenta, né esaurisce l’universo della violenza politica. La guerra è una delle forme o delle conseguenze della violenza politica, a volte neppure delle più letali. L’Unione Sovietica ha ammazzato più cittadini sovietici in pace che soldati tedeschi in guerra. Solo in Ucraina, tra il 1932 e il 1933, nell’Holodomor, cioè nel riuscitissimo esperimento di genocidio per carestia, morirono 4 milioni di persone, la metà dei quali bambini.

Dal punto di vista pratico, inoltre, la teoria nonviolenta ha ipotizzato e provato a sperimentare – in certo modo scientificamente – la superiore efficienza di una scelta disarmata, quando questa sia in grado concretamente di disarmare, cioè di destituire di legittimità e di consenso, la violenza cui si contrappone e che intende superare. Questo è avvenuto in contesti storici determinati, ma significativi: in primo quelli dell’India coloniale, giunta all’indipendenza grazie alla mobilitazione nonviolenta gandhiana, e degli Usa segregazionisti, dove l’uguaglianza giuridica della popolazione nera venne conquistata da Martin Luther King e dal movimento dei diritti civili proprio neutralizzando in primo luogo tentazioni separatiste e violente contro la popolazione bianca.

Si può dire approssimativamente che la nonviolenza – che ripetiamo: è tale se si oppone alla violenza, non se vi soggiace passivamente – ha dimostrato di funzionare là dove ha incarnato istanze di libertà e di liberazione capaci di suscitare contraddizioni nel campo avverso, in nome di principi almeno potenzialmente comuni.

Gandhi e King hanno ottenuto l’indipendenza dell’India e l’uguaglianza di tutti gli americani soprattutto in nome dei valori della democrazia inglese e statunitense e delle culture politiche liberali, di cui Usa e Regno Unito si facevano vanto e che la dominazione coloniale e la legislazione segregazionista ormai storicamente contraddicevano in modo sempre meno sostenibile. Anche la gran parte delle sollevazioni est europee furono nonviolente, da quella di Solidarnosc con Walesa in Polonia, alla cosiddetta “rivoluzione di velluto” cecoslovacca di Havel e sfruttarono la crescente fragilità dell’impero comunista e le crepe che si aprivano al suo interno e che avrebbero portato a breve anche al collasso dell’Urss.

Questi nomi – non quelli di Togliatti e di Secchia – sono stati i riferimenti e in alcuni casi – penso soprattutto ad Havel – i compagni di lotta dei nonviolenti italiani, cioè in primo luogo dei radicali. Coerentemente con la logica per cui la violenza è già di per sé un fallimento politico, una conseguenza del fatto di non avere saputo produrre anticorpi sufficienti per prevenire l’insorgenza del male, in Italia i nonviolenti soprattutto, ma non solo, di matrice radicale sono stati sia dei teorici dell’interventismo disarmato – Pannella negli anni ’70 e ’80 propone di “bombardare” di informazioni con una sorta di Radio Londra planetaria tutti i popoli soggetti al dominio sovietico – sia dei politici molto più laici dei pacifisti nel giudicare l’interventismo armato in scenari di guerra conclamata.

Di fronte al conflitto nell’ex Jugoslavia – esplosa, sostenevano i radicali, anche per la responsabilità europea di non avere saputo prevenire con una politica di integrazione l’inevitabile disgregazione nazionalista della costruzione titina – Pannella e Langer chiesero subito a gran voce ben un intervento militare internazionale per scongiurare l’esito genocida dell’offensiva serba contro i musulmani di Bosnia. Intervento che arriverà, ma tardivamente, solo dopo Srebrenica.

A dire il vero, anche gli interpreti e i teorici più sofisticati della nonviolenza hanno ritenuto di proporre (con il senno del poi possiamo dire: molto imprudentemente) una alternativa disarmata pure di fronte a rischi di eccidi indiscriminati. Si pensi a Gandhi che di fronte alla persecuzione nazista degli ebrei propose alla fine degli anni ’30 una strategia di resistenza nonviolenta. Ma anche Gandhi, nella sua intransigenza, fu sempre più laico dei passati e presenti pacifisti anti Nato e anti Occidente, per cui le guerre sono tutte ugualmente sbagliate e ingiuste, da qualunque parte le si guardi o le si combatta.

Gandhi sosteneva esattamente il contrario: che «anche quando entrambe le parti credono nella violenza, spesso la giustizia si trova da una delle due parti» e che «chi crede alla nonviolenza» non soggiace comunque «alla proibizione di aiutare uomini e istituzioni che non operano sulla base della nonviolenza».

Qualcosa di molto diverso e per certi versi di opposto, come si vede, dal pacifismo senza se e senza ma contro le “guerre americane” e dai peana commossi alla resistenza anti-imperialista. Pacifismo che oggi non è solo di sinistra, ma, poco sorprendentemente, anche e soprattutto di destra.