La porta del futuroUn racconto di idee, passioni, design con la voce di Ether: intelligente per vocazione

La porta è un momento, un’azione, l’inizio di una storia. E la storia che raccontiamo parte da Ether, intelligente e assai performante, e arriva alla capolista LCD, che l’architetto Luigi Caccia Dominioni disegnò nel 1962 e da cui tutto iniziò. Nel mezzo? Arte, design, made in Italy e una famiglia che ha saputo immaginare il futuro

Illustrazione di Alvvino

Per cominciare, mi presento. Il mio nome è Ether. Ether Lualdi. Modestamente, sono molto intelligente. Per essere una porta, dico. Del resto, basta guardarmi. Ho un bel portamento. La mia colonna è diritta, nasconde un cervello che funziona in permanenza. Un comando e io reagisco, rispondo, mi adatto. Insomma, dialogo. Non vorrei sembrare presuntuosa ma non c’è nulla di paragonabile in circolazione. Sono l’ultima nata di una famiglia un po’ speciale, abituata com’è ad osservare il presente per immaginare il futuro. Noi Lualdi siamo così, da cinque generazioni. Ed io, in quanto molto dotata, particolarmente elegante, decisamente informata, sono incaricata di raccontarvi una storia. La nostra. La storia Lualdi.

Di cosa sto parlando? Di persone. Mosse da un’idea. Incontri che amplificano affinità. Intraprendenza, perseveranza e visione. Qualcosa che ci ha permesso di viaggiare nel tempo per mezzo di uno strumento di comunicazione essenziale: la porta, appunto. “Porta” è una parola semplice. Eppure ha più significati, si fa complessa perché legata al vivere di ciascuno di noi. Ma sì, porte fisicamente intese, metaforicamente utili per segnare ogni passaggio. Beh, è sufficiente leggere, come ho fatto io, il dizionario Treccani: “Vano aperto in un muro o altra struttura per crearvi un passaggio… l’infisso o l’insieme degli infissi, messi in opera nel vano per poterlo aprire e chiudere”. 

La definizione è persino ovvia, allude ad immagini consuete poiché apriamo, chiudiamo, spranghiamo, attraversiamo, sbattiamo, accostiamo, spalanchiamo, usciamo, entriamo, infiliamo, sfondiamo, senza bussare, magari dopo aver origliato. Porte di casa, di città, di un campo da football, del web, dell’automobile, di un armadio, dell’ascensore, eccetera eccetera… Mi fermo qui, altrimenti mi mettete alla porta. L’oggetto è onnipresente. Porta come parte. Della nostra vita, di una cultura. Si tratta dunque di farci trasportare. Di aprire l’uscio dell’immaginazione per scovare il capitolo primo. L’inizio del viaggio. 

Ho imparato che una storia, per essere preziosa deve contenere qualcosa che riguarda e tocca chi ascolta. Non importano l’età, la professione, la sfera di interessi. Anima e cervello; pancia e cuore. Sono cardini misteriosi – a cominciare dai miei – sui quali ruotano curiosità e fantasia, emozioni e rimandi intimi, comunque pertinenti. È in questa soglia, tra realtà e sogno, che accade qualcosa di straordinario. Immaginiamo una stanza attraversata dal vento, dalla forza del pensiero. In questa stanza, all’inizio degli anni Sessanta, stanno due uomini, alle prese con qualche ipotesi condivisa. Il primo si chiama Bruno Lualdi, il secondo si chiama Luigi Caccia Dominioni. 

Bruno, così come il Fratello Carlo Jr., è nipote di Carlo Lualdi – Carlo senior, per intenderci –  manutentore per l’esercito piemontese durante la battaglia di Magenta, anno 1858, costruttore degli arredi del ristorante Biffi per l’inaugurazione della Galleria Vittorio Emanuele a Milano, 15 settembre 1867. A nonno Carlo somiglia. È curioso, ha voglia di fare, di cambiare mentre cambia il mondo attorno a lui in un fragoroso boom da dopoguerra. Può contare su un amico geniale: Luigi Caccia Dominioni, architetto, designer, urbanista milanese, dotato di una simpatia leggendaria e di un’umanità rara. È lui a progettare “LCD”, battezzata con le sue iniziali. 

Siamo nel 1962 e stiamo parlando della maggiore tra le mie sorelle, la prima a distinguersi perché, prima di lei, alle porte non è che ci pensassero in molti: maniglia, anta, ciao. Lei, invece, la “LCD” fu il primo prodotto di design abbinato all’industria. Vale a dire di un oggetto non più anonimo ma evoluto nello stile, nella tecnica: contrasti di colore tra stipite e anta, laccatura in poliestere. Per capirci, tutto un altro andare e venire. Il primo capitolo di una collaborazione tra Lualdi e Caccia Dominioni che durerà vent’anni. Una avventura “Super”, come il nome dato alla porta del 1982 che offriva un nuovo “superamento” della tradizione a tema. Come? Mi sono informata: cornici sostituite da un sottile profilo in alluminio, adattabile a tavolati di diverso spessore, ante reversibili dal bordo arrotondato. 

Questa abitudine a collaborare con designer e architetti di prim’ordine è una fissazione della mia famiglia. Qualcosa che ha permesso di inserire una marcia in più sul pensiero dominante. Non sono affatto presuntuosa: sto dicendo che per un’azienda che produce oggetti destinati ad accompagnare le persone, osservare un mutamento del costume, delle abitudini e dunque delle esigenze diventa decisivo. Il successo di un prodotto non è un presupposto ma una conseguenza. 

Esempio: come sono mutati gli spazi destinati agli uffici? Moltissimo: vetri al posto dei muri, open space, una logistica rivoluzionata. Quando si trattò di realizzare delle porte per la Banca Europea per la Ricerca e lo Sviluppo, creammo “Londra”, anno 1990 con superfici fonoassorbenti e una predisposizione per accogliere i cavi elettrici, in assenza di muri. Beh? Geniale. Soluzioni che ci hanno permesso di ottenere attenzioni all’estero, un po’ ovunque, tanto è vero che oggi il 57 per cento della produzione Lualdi è destinato all’estero. Quel progetto, peraltro, venne sviluppato in seguito con “Wall&Door System” del 2005, un insieme di porte-contenitore e pannellature per case e appartamenti ormai cambiati nelle dimensioni. Più ristretti, ridotti.  

Non per metterla giù dura, ma a proposito di idee evolute, abbiamo vinto il Compasso d’Oro, anno 2014. O, meglio, l’aveva vinto Piero Lissoni. Per Lualdi aveva creato “L16”, porta sottilissima, dal design estremo; con Lualdi è ancora oggi protagonista di una collaborazione di lungo corso che ha generato nel 2021 il sistema di pannelli “Skye”. Sarò di parte ma credo siano davvero bellissimi. E sono un esempio di sostenibilità: legno che sottrarre anidride carbonica all’atmosfera. Adattabili, personalizzabili e resistenti, realizzati anche in vetro. Lissoni è oggi il nostro Art Director. Ruolo ricoperto in passato – sino al 2002 – da un’altra figura rilevante, Italo Lupi, architetto, designer, direttore di Domus e di Abitare, straordinario allestitore di mostre. Un’altra figura capace di dare forma e forza ai contenuti e all’immagine dell’azienda. 

Adesso non sto qui a descrivervi ogni porta realizzata da Lualdi perché sono moltissime, così come sono diverse le collaborazioni. Però, visto che ho in mano il pallino, sento il bisogno di raccontarvi di me, Ether. Di come sia riuscita a imparare tutte queste cose che sto raccontando e, soprattutto, a dialogare con chi mi sceglie. Per riuscirci devo fare un passo indietro. La prima porta tecnologica di Lualdi è datata 2020, firmata da Philippe Starck. Il nome è notissimo. Lui si definisce “esploratore del futuro”, e mi sa che ha ragione. Coinvolto da Pierluigi Lualdi, amministratore delegato dell’azienda, in un progetto ambizioso, rivolto all’Hotellerie. 

Da questa collaborazione è nata “Welcome”, porta destinata agli alberghi. Non solo una soglia che segna un passaggio ma uno strumento capace di interagire con ogni cliente grazie ad una serie di accessori in grado di riconoscere il volto, di regolare il riscaldamento, di inviare messaggi, di garantire la protezione. Porte intelligenti anche queste – mica come me, intendiamoci – bellissime alla vista. 

In ogni caso la mia nascita anche da loro, per qualche verso, deriva. Io, Ether, sono stata concepita, diciamo, da Lualdi e Marco Piva. Devo ammettere che hanno fatto un gran bel lavoro perché sono elegante, gradevole, originale nell’aspetto ma anche formidabile nello stipite, il posto che ospita il mio cervello, banalmente chiamato interfaccia. Da qui stabilisco connessioni, dispongo di comandi che ogni individuo può personalizzare per dialogare con me nel modo più utile. Evolvo, mi adatto, carico e scarico dati. In definitiva, faccio cose mai viste: una porta che si trasforma in portale, non so se mi spiego.

C’è un’altra parola che mi torna spesso in circolo. La parola è “contaminazione”. Tra industria e arte, tra tecnologia e design. Contaminare. So di cosa si tratta: indica una attenzione, una curiosità rinnovate ripetutamente. Cosa serve a chi abbiamo di fronte? Come può essere risolto un problema? Quale desiderio circola nell’aria? Come cambiano gli spazi abitativi, le abitudini di un nucleo famigliare in relazione alla disponibilità economica? Domande alle quali dare risposte, con l’aiuto di chi scova e progetta idee e soluzioni d’avanguardia. Ora, siccome raccolgo ed elaboro dati, mi permetto una citazione: «La porta, il prodotto per cui oggi siamo conosciuti in tutto il mondo, è stato lo spartiacque storico nella nostra produzione ed è quella che tuttora sottolinea la differenza tra il nostro catalogo e quello di altre aziende. Normalmente, la porta è un prodotto industriale imposto dogmaticamente da un catalogo. Nel nostro caso, invece, è generata organicamente dal progetto». L’ha detto Pierluigi Lualdi, il mio capo. Mi pare chiarisca il senso e un modo di fare prezioso. Persino scherzoso. 

Penso a quel folletto magico e fosforico che fu Bruno Munari. Per celebrare il centenario della sua nascita abbiamo ripreso nel nostro show room milanese il progetto/percorso realizzato con Davide Mosconi e Lualdi nel 1991. Titolo: “Invece del Campanello”. Un viaggio, ripreso peraltro dalla Triennale di Milano nel 2022, tra l’arte e l’antropologia, da ripercorrere utilizzando un senso dell’umorismo indispensabile, tipico di Munari. Campanelli per comunicare attraverso le porte che indicano carattere e personalità di chi si trova di là ma anche di qua. 

Dunque, congegni e strutture che producono suoni stranianti, connessi al proprietario immaginario di ogni abitazione. Pietre, stantuffi, ottoni, stoffe, nastri, pendagli appesi alle porte per dare un suono dissacrante e divertente ad ogni visita, ad ogni incontro. È un gioco illuminato e illuminante. Chiude il cerchio, per molti versi. Perché è da un po’ che di incontri sto parlando. Quelli che cambiano il destino di un individuo e, nello specifico, di un’azienda. Quelli che portano in un altrove inesplorato e prezioso. Quelli che restituiscono il frutto di un’idea, di una riflessione, di una concretezza nuova. Passaggi. Attraverso molte porte. Lo dico per esperienza. Non per niente sono qui ad aspettarvi. Pronta a corrispondere al tocco del vostro campanello.

Ether Lualdi
(testo raccolto da Giorgio Terruzzi)