European Sky ShieldCosì i Paesi Nato rafforzeranno la difesa missilistica europea

Quattordici membri dell’Alleanza Atlantica acquisteranno sistemi militari interoperabili tra loro che permetteranno una cooperazione efficiente con le infrastrutture già esistenti

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Le spese militari non sono mai particolarmente popolari, specialmente in Paesi con forti tradizioni pacifiste. Ma c’è un investimento nel settore della Difesa che gode sempre di un grande sostegno da parte degli elettori, ovvero quello che offre un’illusione di invulnerabilità: la difesa missilistica. 

Il tema è tornato alla ribalta con la firma, a margine del summit dei ministri della Difesa Nato a Bruxelles, delle letters of intent con cui 14 membri dell’Alleanza Atlantica (Belgio, Bulgaria, Paesi baltici, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Cechia e Ungheria) e la Finlandia hanno dato vita al European Sky Shield. L’iniziativa a guida tedesca ha come obiettivo lo sviluppo congiunto di nuovi sistemi di difesa aerea, coordinando l’acquisto di soluzioni esistenti e garantire che esse siano interoperabili e integrate a livello Nato. 

L’obiettivo è assicurarsi che l’attuale corsa da parte dei Paesi europei a rafforzare le proprie difese antiaeree e antimissile non porti a una lievitazione dei costi e ostacoli nella cooperazione militare fra gli Stati membri, che a oggi utilizzano sì sistemi diversi, ma saldamente integrati in un sistema Nato più ampio. 

Non sorprende neanche che sia proprio la Germania ad aver aperto la strada a questo progetto. Il cancelliere tedesco Scholz ha più volte menzionato l’intenzione di Berlino di spingere per dei progetti comuni europei in questo ambito, sia a poche settimane dall’invasione dell’Ucraina, che nuovamente a fine agosto.

I motivi sono sia politici che militari: la difesa missilistica crea consenso anche nelle frange più pacifiste della Socialdemocrazia tedesca, e negli ultimi tempi il governo era stato incalzato anche dall’opposizione sul tema, che non guardava con disdegno all’idea di riportare la produzione missilistica nella Baviera guidata dai Cristiano-Sociali. 

Inoltre la Germania, in quanto paese geograficamente e istituzionalmente centrale nel sistema logistico Nato, ha sempre avuto la particolare responsabilità di difendere le infrastrutture usate dall’Alleanza per rifornire militarmente l’Europa. Se poi si considera quanto la Repubblica Federale sia vicina all’exclave di Kaliningrad, un’importante base delle forze missilistiche russe, allora diventa facile capire come mai ci sia stata una convergenza di vedute fra l’opinione pubblica e i decisori politici.

European Sky Shield, che ricalca altre iniziative di cooperazione nell’acquisto di sistemi d’arma, si basa sull’esistenza di infrastrutture Nato ormai ben rodate. La difesa antimissile non va immaginata “solo” come una batteria di missili lanciati per intercettare la minaccia in arrivo: l’Alleanza ha infatti a disposizione un intricato sistema di sensori, radar di sorveglianza e aerei di ricognizione che permettono di individuare minacce in arrivo, calcolare le traiettorie di arrivo e selezionare quale delle numerose batterie messe a disposizione dalle forze armate nazionali è la più adatta per rispondere al pericolo. 

Il compito di gestire questa difesa missilistica integrata ricade sul Air Command Nato a Ramstein, che ha la sfida non indifferente di assicurarsi che l’intero processo si svolga senza intoppi nonostante ogni Stato utilizzi tecnologie e modelli spesso molto diversi fra loro. 

Insomma, è molto sensato che la Nato voglia essere certa che questa difesa integrata sia preservata anche in questo revival della difesa missilistica. Se negli ultimi anni l’Alleanza (e diversi progetti industriali) si erano soprattutto concentrati sul limitato pericolo proveniente dall’Iran, oggi la situazione è ben diversa. Pur considerando tutti i limiti della macchina da guerra russa, Mosca ha comunque dimostrato di avere la volontà e i mezzi per utilizzare una quantità abbastanza massiccia di sistemi missilistici, potenzialmente nucleari, contro le infrastrutture critiche dei propri avversari. 

Già in condizioni normali sarebbe semplicistico parlare di “scudo missilistico”, in quanto non esiste tecnologia in grado di intercettare il 100% dei colpi in arrivo. Ma la sfida posta dalle minacce aeree non è solo una questione quantitativa, ed è questo che rende l’Europa oggi particolarmente vulnerabile. 

Rispetto alla Guerra Fredda le minacce aree sono diventate molto più variegate e complesse da contrastare: droni, missili ipersonici, missili cruise e balistici di varia gittata. Sono tutti strumenti con cui attori malintenzionati potrebbero colpire l’Europa, a volte anche a costi ridotti. Il problema che ciò pone è uno di eterogeneità dei mezzi: non esistono infatti intercettori capaci di rispondere in maniera ottimale a ogni oggetto in arrivo. 

In più, l’avvento di molte nuove tecnologie (armi ipersoniche e droni in primis) hanno fortemente accorciato i tempi di reazione a disposizione dei difensori, rendendo ancora più importante uno degli elementi salienti del sistema di difesa multistrato della Nato: il fatto di poter intercettare minacce in diverse fasi di volo e ad altitudini e distanze variabili. 

È evidente che questa vulnerabilità sia particolarmente allarmante anche per la Germania, che sembra puntare soprattutto all’ambito della Difesa aerea a medio raggio e ravvicinata. A Bruxelles, il ministro della Difesa Lambrecht ha esplicitamente citato la necessità di includere nel European Sky Shield anche sistemi come l’Iris-T SLM e i Patriot, utili soprattutto per proteggere le forze di terra e obiettivi di interesse da minacce un gradino più in basso rispetto a missili balistici più a lunga gittata (simili riflessioni, per inciso, sono fatte anche in Italia). È infatti noto da settimane che Berlino sia intenzionata ad acquisire il sistema israeliano Arrow-3, un intercettore cosiddetto “esoatmosferico” (cioè che compie parte della propria traiettoria al di fuori dell’atmosfera terrestre). 

 Per questo acquisto Berlino, dedicherà parte del nuovo fondo speciale da 100 miliardi di euro che ha provocato tante preoccupazioni soprattutto in Italia e Francia, due Paesi con industrie della Difesa relativamente avanzate, ma che da mesi temono che un grandissimo aumento delle spese militari tedesche possa favorire le aziende tedesche, a scapito di quelle mediterranee. 

Che Berlino si sia impegnata a integrare questo investimento nel quadro Nato è sicuramente un segnale positivo che dovrebbe rassicurare Parigi e Berlino. È un’iniziativa che, come la Joint Procurement Task Force della Ue, cerca di evitare quella frammentazione della Difesa europea che si rischia se il nuovo aumento dei budget del comparto militare saranno unilaterali e effettuati solo con una prospettiva nazionale. 

Ed è proprio qui che rimangono alcune ombre sul progetto: che la Polonia non abbia voluto unirsi al progetto, preferendo sistemi nazionali, è un segnale preoccupante, e rimane ancora da vedere in che modo progetti europei come Twister (un sistema di sorveglianza spaziale per individuare i missili in arrivo) sarà integrato nell’iniziativa.

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