La rivolta del carcere di Evin a Teheran segna una svolta nella testarda e massiccia ribellione alla quale da ormai più di un mese le giovani e i giovani iraniani stanno dando vita nelle piazze di tutto l’Iran. Evin non è semplicemente un carcere, è molto di più. È una grande cittadella fortificata che dal 1979 il regime ha voluto come simbolo della più spietata repressione.
Alla vista, Evin mi è apparsa agghiacciante quando mi ci avvicinai nei primi anni Ottanta. È la sintesi di un carcere massiccio e di un lager, circondata da filo spinato sì da dare l’impressione plastica, visiva di un immenso luogo del non ritorno. Evin è la porta dell’al di là. E lo è stata per decine e decine di migliaia di vittime.
Nelle sue celle le giovani ribelli al regime degli anni ottanta e novanta venivano stuprate dai guardiani la notte prima di essere impiccate perché la feroce sharia khomeinista proibiva di condannare a morte una vergine. Questo è Evin: l’essenza di un regime mortifero. Malato di voglia di morte
Qualche giorno fa a Evin un gruppo di giovani detenuti e detenute è riuscito a ribellarsi per la prima volta e a prendere il controllo di un reparto disarmando i secondìni. Una rivolta durata poche ore e sedata dai tiratori speciali che hanno ucciso non meno di otto detenuti. Ma una rivolta. A Evin. Segno che in Iran ci si ribella ovunque, anche nell’anticamera dell’inferno.
La vitalità e la capillarità della rivolta delle giovani e dei giovani iraniani resiste dunque e si espande da settimane, e non da segno di flettere. Ha trascinato con sé gli operai delle raffinerie e dei campi petroliferi di Abadan e di molte industrie nel paese.
Pare, pare, non è certo, che sia riuscita anche ad attrarre le simpatie del Bazar, che è rappresenta qualcosa di ben più complesso del grande e caotico mercato che occupa il centro di ogni città. In Iran il Bazar è infatti una determinante forza sociale che organizza il piccolo artigianato e la piccola distribuzione, li incrocia poi col capitale finanziario diffuso, con una rete fitta di istituti finanziari informali, con la produzione di tappeti, con il loro export e quindi con l’enorme rete di negozi di artigianato del tappeto iraniano che si estende in tutto il mondo fungendo anche da grande network economico-finanziario. Si vedrà nei prossimi giorni se il Bazar si vorrà esprimere o starà a guardare.
La spinta di rivolta continua nelle strade iraniane nonostante le centinaia e centinaia di morti e ci stupisce per la sua vitalità. La domanda è: per quanto tempo ancora?
Difficile rispondere e ancora più difficile essere ottimisti. Il fatto è infatti che non una crepa, una sola, si è sinora aperta nel regime. Al contrario, il blocco tra i Pasdaran – che sono il vero esercito in Iran – e la grande ala oltranzista del clero combattente di cui è leader il presidente Ebrahim Raisi, mostra in queste ore di detenere saldamente tutto il potere col pieno appoggio della Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Raisi, allora procuratore generale fu a capo della mattanza, con centro sempre nel carcere di Evin, nella quale furono uccisi uno a uno nel 1988 tra i diecimila e i trentamila prigionieri politici.
E oggi promette una orribile replica.