Educazione cremlinianaLa Russia di Putin raccontata da una delle voci più coraggiose della dissidenza

Kira Yarmysh è stata arrestata per aver indetto raduni a sostegno di Alexei Navalny, il più importante esponente dell‘opposizione: è stata incarcerata per nove giorni insieme ad altre cinque donne. Pubblichiamo un estratto del suo libro “Gli incredibili eventi della cella femminile N.3” (Mondadori)

unsplash

Il crimine di Anja si riduceva al fatto di essere capitata a tiro di un OMON durante una manifestazione: l’avevano pescata tra la folla e spintonata dentro un furgone. Pieno d’afa e d’allegria. I fermati erano un bel gruppo, e insieme avevano parlato, scherzato e riso: sembrava più una festa che un arresto. Era la sua prima volta in un cellulare della polizia e ad Anja sembrava tutta un’avventura. Una volta al comando, non aveva dubitato un attimo che li avrebbero rilasciati subito. Li avevano portati nella sala grande, una stanza ampia che con le sue file di sedie pareva un’aula scolastica. Addossata a una parete c’era la scrivania (la cattedra, sembrava) con sopra i ritratti di Putin (a destra) e Medvedev (a sinistra) e la bandiera russa in mezzo. Gli altri furono chiamati al tavolo uno per volta, firmarono delle carte e se ne poterono andare.

Ma mentre fuori già faceva buio, il suo turno non era ancora arrivato. Alla fine Anja era rimasta sola: e se fuori il buio era ormai pesto, dentro la stanza la lampada che penzolava dal soffitto faceva unronzio insopportabile. A un certo punto era entrato un poliziotto; le disse che avrebbe dovuto passare la notte in CiCì, che stava per “custodia cautelare”. Perché solo lei? Anja non se lo spiegava e provò a ribattere. L’altro disse che il suo capo d’accusa era più pesante e che sarebbe rimasta dentro fino al processo.

Da un materasso sul pavimento di una cella di custodia cautelare era difficile pensare che quella storia si sarebbe risolta presto e bene; ma in tribunale, dove tutto era pulito e in ordine e persino il bagno si chiudeva col chiavistello, la speranza nel lieto fine si era come rafforzata. Ragion per cui, quando il giudice l’aveva invitata a parlare, Anja quasi si era vergognata a insultarlo. E se lui mi vuole rilasciare e io me la prendo con un brav’uomo?, pensò. Il giudice ascoltò quello che aveva da dire e si ritirò una mezz’ora per deliberare; tornò dopo mezz’ora d’orologio, e con la faccia più inespugnabile e indecifrabile che ci fosse la dichiarò in arresto.

Seguì il tragitto verso “la circondariale”. Le due guardie che la scortavano avevano una gran smania di tornare a casa, dunque accesero sirena e lampeggiante per lasciarsi alle spalle il traffico di Mosca. A quella velocità e a sirena spiegata, Anja si sentiva un boss della malavita. Per sua sfortuna, anche quella parte della giornata durò troppo poco: fuori dal finestrino, le case schizzavano via veloci, e Anja pensava che anche gli orrendi tuguri chruščëviani avevano il loro sublime perché se erano l’ultima cosa che vedevi.

Alla circondariale si scoprì che la furia delle guardie era stata inutile: davanti ai cancelli c’era una lunga fila di auto della polizia piene.

L’attesa dilatò di nuovo il tempo. All’inizio le guardie scesero a fumare a turno. Poi insieme. Poi con loro scese anche Anja. Com’è ovvio cominciarono a parlare di politica, e il più vecchio le fece una bella tirata: con le loro manifestazioni non autorizzate, Anja e i suoi amici complicavano il lavoro della polizia. La tirata successiva fu per il sistema giudiziario: quegli stupidi comizi a lei costavano la prigione, è vero, ma a chi toccava scarrozzarcela? A lui. Dopodiché se la prese col governo, che rubava: il suo stipendio diminuiva a vista d’occhio, ma le manifestazioni da disperdere no.

Anja provò timidamente a far notare che tra ruberie e manifestazioni c’era un nesso diretto, ma l’altro non cercava un interlocutore. Continuò a inveire senza pietà contro il caos imperante, e arrivò a prendersela con il direttore della circondariale che li lasciava sotto lo schioppo del sole e che era il suo nemico più spietato e potente. E proprio mentre le vomitava addosso di tutto con il tacito assenso del collega, a un certo punto li avevano fatti entrare.

Anja era talmente stravolta dopo quella giornata di attesa, che quasi non vedeva l’ora di arrivare in cella. Ma non era ancora il momento. Quanto alla scorta, se l’era svignata immediatamente dopo averla lasciata in consegna ai colleghi della circondariale, che cominciarono subito a “registrarla”.

La procedura era macchinosa e caotica da fare spavento. Per cominciare sbudellarono la borsa che gli amici le avevano portato in tribunale. Neanche Anja sapeva cosa c’era dentro, dunque studiò con grande interesse ogni oggetto insieme agli agenti. Era persino divertente: sembrava quasi di tirar fuori i regali dal sacco di Nonno Gelo. Un paio di ciabatte di plastica e un pezzo di salame cotto non erano gran cosa, ma dopo quella giornataccia Anja si accontentava di poco.

Sventrarono e aprirono tutto, frugarono ovunque, le requisirono più o meno un terzo delle cose e altre le consigliarono di lasciarle in deposito per non portare subito tutto con sé. La borsa andava lasciata in deposito anche lei, perché la tracolla si staccava e rappresentava una “possibile minaccia”. Quale, in un primo momento Anja nemmeno lo capì, dunque chiese candidamente spiegazioni. L’agente robusto e guanciuto che secondo lei era il più alto in grado la guardò dalla fessura degli occhi e disse: «Ti ci puoi impiccare.»

Un brivido, e Anja decise che da quel momento avrebbe tenuto la bocca chiusa.

Oltre a borsa e tracolla risultarono proibiti un temperamatite (la lama!), un pacchetto di semi di girasole (sporcavano!), il balsamo per i capelli (opaco e perciò buon nascondiglio!), cuscino e coperta (nascondigli pure loro!), e molto altro di cui poteva giusto intuire la ragione del divieto. Tra l’altro, quando le intimarono di gettare via le arance, ubbidì, ma non senza provare a capire.

«Che cos’hanno, le arance?» chiese timidamente. «Ci puoi nascondere l’alcol.» «Che cosa?» aveva chiesto, sbalordita. «C’è chi ci inietta l’alcol con la siringa» spiegò stremato il guanciuto. «Niente frutta e verdura morbida. Solo mele, carote e cipolle. E ravanelli.» Quando ebbe infilato gli avanzi sparsi delle sue cose in un sacchetto, la portarono dal medico. La visitò in un bugigattolo a ridosso dell’ufficio delle guardie. Non c’era nessun altro, ma la telecamera a un angolo del soffitto lasciava intendere che la privacy era comunque un optional.

Il medico era una donna in carne neanche troppo vecchia e portava gli occhiali: sarebbe potuta sembrare gentile, se non fosse stato per lo sguardo di indicibile disprezzo che aveva stampato sulla faccia. La squadrò con sufficienza e spregio, quasi sapesse a priori che criminale incallita aveva davanti, e le ordinò di spogliarsi. «Del tutto?» domandò Anja, con un occhio alla telecamera. «Via la camicia e i jeans. Voltati. Ti hanno picchiata, al comando?» «Che cosa?!» «È un no, quindi… Cosa sono i lividi che hai lungo la spina dorsale?» Anja si contorse per provare a vederli, ma ovviamente non ci riuscì. «Quali lividi?» domandò, nervosa. «Saranno i segni del materasso…» «Il materasso non c’entra niente. E questo che hai sulla gamba?» «Ah, quello. Sono caduta dalla bici da poco.» «Dalla bici è caduta, questa… Reclami?»

«Nessuno!» esclamò pronta Anja. In quello stesso istante la dottoressa chiuse il registro con un colpo secco e andò verso la porta; anche di spalle, però, il suo disprezzo era lampante. Fu poi la volta delle impronte digitali. Lo “stampo delle dita”, come dicevano lì dentro. Le misero davanti un foglio A4 diviso a riquadri: quelli più piccoli erano per i polpastrelli, i due grandi per i palmi. Una poliziotta bionda di mezza età le strofinò sulle mani un apposito rullo impregnato di inchiostro nero lucido. «È inchiostro buono, viene via bene» fu svelta a dire, vedendo lo sguardo preoccupato di Anja. Non era chiaro se si vantasse o se volesse tranquillizzarla.

A procedura conclusa, quando Anja già pregustava la cella, il guanciuto tronfio sfilò l’ennesimo registro dallo scaffale. Le scappò un sospiro muto. L’altro si accasciò pesantemente sulla sedia, aprì il registro, squadrò Anja e chiese: «Facciamo l’elenco degli oggetti di valore?» «E facciamolo» acconsentì lei. «Quali sarebbero?» «Me lo deve dire lei. Il cellulare, di solito. Ce l’ha?» Annuì. «Me lo dia. Il passaporto dov’è? Ah, eccolo. C’è anche il tesserino della previdenza sociale, vedo: è una cosa di valore pure quello. Aggiungiamolo.» «Devo chiamare i testimoni?» chiese la poliziotta bionda.

Il guanciuto fece cenno di sì e cominciò a scrivere sul quaderno con una grafia precisa e riccioluta. La poliziotta uscì, scortata dal cigolio delle porte che si aprivano. Anja ne contò tre prima di sentirle dire: «Ragazze, con me a fare da testimoni, che ne è arrivata una nuova». Anja non capì la risposta, ma poco dopo in corridoio si sentì rumore di ciabatte: stavano arrivando in diverse. Anja si preparò. Come se le immaginava, le sue compagne di cella? Aveva in testa un misto di serie americane e cronaca nera russa, dunque la sua immaginazione le propose una via di mezzo fra una bella bionda atletica con la divisa arancione e una poveraccia brutta e sfatta col fazzoletto in testa. L’ansia cresceva con l’avvicinarsi dello sciabattare, e quando la prima sagoma svoltò l’angolo della porta Anja per poco non svenne: troppe emozioni.

Dietro la poliziotta entrarono altre due donne. Anja le squadrò e sentì qualcosa dentro che si spezzava e cadeva giù, spalancando un vuoto.

 

Gli incredibili eventi della cella femminile N.3, Kyra Yarmish, Mondadori, 400 pagine, 20 euro

X