La scelta di GiorgiaMeloni non ha ancora deciso se essere una conservatrice o una reazionaria

Su temi come il 25 aprile, la giustizia e la gestione migratoria, la presidente del Consiglio dovrà decidere se tenere unito il Paese o dividerlo: sarà più vicina alle posizioni di Fini o di La Russa?

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Tracima la destra ovunque, pare che tutto ruoti intorno a essa: normale, è al potere. Dopodiché viene fuori una cosa vecchia quanto, appunto, la destra: e cioè che ce ne sono almeno due, la destra reazionaria e quella conservatrice. Non è ancora chiarissimo dove si collochi la presidente del Consiglio, che d’altra parte ha tutto l’interesse a mantenere un doppiezza, meglio: un’ambiguità, capace di non scontentare nessuno e quindi si mostra un po’ reazionaria un po’ conservatrice.

Massimo Giannini ha parlato di Evita Peron o Margaret Thatcher ma per venire a esempi meno altisonanti e più vicini a noi, nella giornata di ieri è apparsa una intervista a La Stampa di Ignazio La Russa (filone reazionario) e una sorprendente conversazione in tv di Gianfranco Fini (filone conservatore) a rappresentare plasticamente due idee diverse della destra italiana. A quale delle due si ispira Giorgia Meloni? Questa è la domanda che è giusto porle, crediamo non solo da parte degli oppositori ma anche dei suoi seguaci. 

C’è infatti una bella differenza tra il presidente del Senato che non sa («dipende») se parteciperà alle celebrazioni del 25 aprile, lui che pure nel discorso di insediamento alla presidenza di palazzo Madama aveva inserito, sia pure insieme ad altre, questa tra le date della nostra Repubblica da onorare. Però poi ha aggiunto la vecchia scusa che le manifestazioni del 25 aprile sono di sinistra eccetera: e quella di Onna del 2009 a cui partecipò un buffo Silvio Berlusconi col fazzoletto tricolore al collo era di sinistra? 

Sono scuse tipiche di una lettura reazionaria della storia italiana secondo la quale la Resistenza e la Liberazione sono cose dei comunisti, una roba ammuffita che sentivamo dai professori fascisti di latino quarant’anni fa che non fa onore alla figura istituzionale che nei casi di impedimento sostituisce il presidente della Repubblica: il presidente del Senato dovrebbe sapere che egli ricopre una carica che non è sua ma di garanzia per tutti, non solo per senatori e anche per questo che la sua voglia di fare politica dovrebbe essere quantomeno non ostentata come invece sta facendo: anche questo atteggiamento sa di reazione. 

Il redivivo Gianfranco Fini alla trasmissione di Lucia Annunziata ha invece confermato di essere portatore di una visione diversa da quella dei reazionari su molte cose – tra l’altro anche sul valore dell’antifascismo – e ribadendo una linea più liberale, laica e molto più aperta del suo ex collaboratore. Lo si è visto bene sui valori, quando ha ammonito Meloni a non forzare sul tema dei diritti civili sui quali – ha spiegato Fini – il governo deve lasciar fare al Parlamento, e lo ha detto con una nota di preoccupazione: e fa bene, visti gli orientamenti confusi di Giorgia Meloni e soprattutto quelli retrivi della ministra per la natalità Eugenia Roccella che, come ha ricordato il fondatore di Alleanza nazionale, ideò pur senza metterlo in  pratica un referendum contro le unioni civili. 

La presidente del Consiglio ha escluso interventi contro la 194 perché sa benissimo che il suo governo verrebbe travolto dalle proteste delle donne italiane ma su tutti i temi etici non è mai stata chiara o quando lo è stata ha scelto la linea più retriva, come sulle droghe. Ma dal nuovo governo, a parte la luminosa eccezione della collocazione internazionale dell’Italia a fianco degli  Stati Uniti con connessa chiara posizione a fianco dell’Ucraina, le avvisaglie di una politica reazionaria non mancano: dall’immigrazione a una palese insofferenza alle critiche, alla scelta (come primo provvedimento!) sul carcere ostativo (solidarietà al neo Guardasigilli Carlo Nordio) alla scelta antiscientifica di salvare i medici no-vax fino all’ambizione di voler restaurare canoni culturali considerati sin qui emarginati nel trito piagnisteo contro la famosa egemonia culturale della sinistra. 

Ma mentre in fin dei conti quest’ultima è legittima polemica culturale, restano gli interrogativi su tutto il resto: su quale sia l’idea d’Italia di Giorgia Meloni; e se ella intenda pur da posizioni conservatrici tenere unito il Paese o dividerlo come sempre nella Storia hanno fatto i reazionari. E per quanto sembri paradossale per la ex giovane del Fronte della Gioventù diventata adulta ora deve scegliere chiaramente se stare con La Russa o con Fini, i suoi dirigenti di un’epoca passata ma non chiusa. E non è una scelta da poco.

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