Il Golfo guarda a estPerché i Paesi mediorientali hanno iniziato a stringere legami con Mosca e Pechino

La crescita della domanda asiatica di petrolio e gas è stata centrale nel far decollare le relazioni commerciali tra le due aree, ma i legami economici si stanno espandendo notevolmente oltre il settore energetico come nelle costruzioni, nelle infrastrutture e nella tecnologia.

Unspash.com

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 53 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha messo in luce la mancanza di una linea condivisa sulle risposte di policy. Le divergenze emergono tanto tra i paesi del sud del mondo nel complesso, quanto tra i sei stati del Golfo, nonostante la loro pluridecennale integrazione nei partenariati politici e in materia di sicurezza guidati dai paesi occidentali e dagli Stati Uniti.

Pur in presenza di posizioni diverse (il Qatar è più orientato verso l’Ucraina mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti verso la Russia), nessuno degli stati del Golfo si è schierato in modo ufficiale. Inoltre, i leader sauditi ed emiratini hanno respinto le richieste dei governi di Stati Uniti e Regno Unito di varare misure volte a ridurre i prezzi del petrolio, e hanno invece dichiarato il proprio sostegno agli impegni dell’OPEC+ in materia di produzione petrolifera.

Forse le risposte dei leader del Golfo al conflitto hanno colto di sorpresa alcuni analisti e commentatori nelle capitali occidentali, ma risultano coerenti con la diversificazione delle relazioni internazionali degli stati del Golfo nell’arco degli scorsi tre decenni.

A partire dagli anni Novanta, tutti e sei gli stati del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno ampliato e approfondito le proprie reti di rapporti politici ed economici, andando oltre l’iniziale focus sull’energia.

Tale evoluzione è avvenuta contestualmente allo spostarsi a oriente del centro di gravità dell’economia mondiale; di conseguenza, sono aumentati gli scambi commerciali tra gli stati del Golfo e le economie asiatiche, a scapito di quelli con i paesi di Europa e Nord America.

Il 2009 ha segnato un punto di svolta simbolico nella suddetta transizione geo-economica: quell’anno, infatti, per la prima volta l’Arabia Saudita ha esportato più petrolio verso la Cina che verso gli Stati Uniti.

XX secolo, prudenza e conservatorismo
Di certo, per gran parte del XX secolo gli stati del Golfo hanno optato per una linea prudente e per il mantenimento dello status quo, una scelta diametralmente opposta a quella di gran parte degli altri paesi della regione, in particolare tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta.

Sebbene non siano mai ufficialmente stati delle colonie, quattro degli stati del Golfo hanno fatto parte del protettorato britannico nella penisola arabica fino al 1961 (Kuwait) e fino al 1971 (Bahrein, Qatar e Stati della Tregua, che quello stesso anno decisero di formare gli Emirati Arabi Uniti).

In Arabia Saudita, una rete di legami politici e militari con gli Stati Uniti ha garantito un sostegno alla famiglia reale dopo il 1945, mentre in Oman l’influenza britannica, informale ma pervasiva, è rimasta forte sino agli anni Settanta. Tutti e sei gli stati del Golfo si sono sempre distinti per la loro prudenza sul fronte politico, in netto contrasto con altri paesi in via di sviluppo in cui erano presenti movimenti radicali di liberazione nazionale, tanto durante la fase di decolonizzazione quanto nel periodo successivo.

Il conservatorismo ha impedito il rafforzamento dei legami politici ed economici con stati come la Cina e l’Unione Sovietica, due paesi che, peraltro, hanno fornito supporto ideologico e materiale alla ribellione nel governatorato del Dhofar nel sud dell’Oman negli anni Settanta. A parte il Kuwait, che ha avviato relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica nel 1963 e con la Cina nel 1971, la maggior parte degli altri stati del Golfo ha stretto rapporti equivalenti con Mosca e Pechino solo a partire dagli anni Ottanta o, nel caso dell’Arabia Saudita, dal 1990.

In ogni caso, una volta instaurati, i legami economici e politici concreti si sono rapidamente ampliati; basti pensare che appena sedici anni più tardi, nel 2006, il nuovo re saudita Abdullah effettuerà il suo primo viaggio all’estero in qualità di capo di stato in Cina, e in seguito, nel 2007, riceverà Vladimir Putin, il primo presidente russo a visitare l’Arabia Saudita.

XXI secolo, pivot to Asia
Negli anni Novanta e Duemila si è assistito alla convergenza di diversi trend che si sono gradualmente intersecati. Sebbene la Cina abbia iniziato a importare petrolio dal Golfo (dall’Oman) solo nel 1983, nell’arco di un decennio il paese si è trasformato in un importatore netto di prodotti petroliferi, e nel 1996 è divenuto un importatore netto di greggio.

Negli anni Duemila si è registrato un rapido aumento dei consumi energetici nei mercati asiatici, cui ha fatto da contraltare un’incipiente stabilizzazione in Nord America ed Europa. Già nel 2012 il valore delle esportazioni (compresi petrolio e gas) dei sei stati del Golfo verso Cina, Giappone, Corea del Sud e India supera di tre volte e mezzo il valore aggregato dell’export verso gli Stati Uniti e l’intera Unione Europea.

Nel 2020 John Kemp, analista di mercato di Reuters, rileva che i paesi dell’Asia occidentale, meridionale e orientale hanno contribuito per oltre due terzi della crescita dei consumi mondiali di petrolio dal 2009. Attualmente, il 60-90 percento delle esportazioni di energia degli stati del Golfo (a seconda del paese) è diretto verso i mercati asiatici, a conferma del progressivo orientamento a est delle economie del Golfo nel XXI secolo.

La crescita della domanda asiatica si inserisce in un ribilanciamento del potere geo-economico da ovest a est in cui gli stati del Golfo, in virtù della propria posizione geografica e delle proprie riserve energetiche, hanno funto da perno della generale evoluzione delle sfere di influenza mondiali.

Nello stesso periodo, gli stati del Golfo, in primo luogo Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, si sono affermati come attori regionali e hanno gradualmente accresciuto la propria influenza su questioni di portata globale come i flussi finanziari, commerciali e di investimento; detti paesi hanno inoltre adottato un approccio proattivo alla revisione di determinati aspetti della governance internazionale nell’ambito di coalizioni con altri stati non occidentali.

La loro ascesa si è basata sui (ed è stata facilitata dai) consistenti volumi di capitali accumulati nel lungo boom petrolifero negli anni Duemila, riflettendo anche, tuttavia, la volontà di diversificare e ampliare l’interdipendenza economica e politica nel mondo multipolare post Guerra Fredda, in particolare dopo la crisi finanziaria globale del biennio 2007-2008.

Nel 2008 e in seguito, le risposte di policy alla crisi finanziaria hanno confermato che i leader del Golfo si considerano partecipanti attivi in un numero crescente di contesti internazionali. La crisi ha accelerato la creazione di nuovi legami politici ed economici duraturi sullo sfondo di un ordine internazionale in continua evoluzione in cui le strutture di governance globale definite dopo il 1945 rischiano di essere soppiantate.

Nel 2009 a riassumere il clima nella regione provvede la decisa presa di posizione dell’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani: “La Cina è in ascesa, l’India è in ascesa e la Russia si è messa in moto (…) Non so se America ed Europa riusciranno a conservare la leadership”.

Le autorità dell’Arabia Saudita e degli altri paesi del Golfo si sono impegnate a collaborare con il presidente cinese Hu Jintao per porre rimedio all’apparente squilibrio in termini di rappresentanza nelle partecipazioni e nei diritti di voto nelle istituzioni finanziarie internazionali.

Abu Dhabi si è battuto per ospitare l’International Renewable Energy Agency (IRENA), la prima grande organizzazione intergovernativa a stabilire la propria sede mondiale in Medio Oriente.

I legami con Russia e Cina
Le relazioni con l’India, che fanno leva su forti legami storici e sulla presenza di grandi comunità di migranti, sono una conferma del rafforzamento dei rapporti con le altre economie emergenti e con le medie potenze. In ogni caso, sono Russia e Cina ad aver sviluppato i legami più stretti con gli stati del Golfo, in un primo momento nella sfera economica e politica, e successivamente anche in altri ambiti, come la cooperazione sul fronte della difesa.

Dal 2010 il Qatar porta avanti una stretta collaborazione con la Russia nell’ambito del Gas Exporting Countries Forum (GECF), e dal 2016 Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti fanno lo stesso nell’ambito dell’OPEC+. I fondi sovrani di tutti e tre i paesi del Golfo, nonché di Kuwait e Bahrein, hanno promosso progetti di investimento congiunti con entità quali il Russian Direct Investment Fund (RDIF), mentre l’Autorità per gli investimenti del Qatar è diventata il più grande stakeholder non russo di Rosneft.

Una dinamica analoga si riscontra nelle relazioni tra Cina e Golfo dell’ultimo decennio. Nel corso del tempo si è assistito a una progressiva ramificazione delle relazioni, che in un primo momento riguardavano essenzialmente petrolio e gas, favorita da partnership di investimento e joint venture con tutti e sei gli stati del Golfo.

Dal 2014 l’attività della Cina nel mondo arabo si basa su un modello di cooperazione del tipo 1+2+3, che prevede un processo di sviluppo in più fasi: s’inizia con la cooperazione energetica, seguono i progetti infrastrutturali e commerciali, e infine, si raggiunge il culmine con una rivoluzionaria cooperazione di alto profilo in ambiti quali energia nucleare e tecnologie spaziali.

La Cina ha attribuito alle proprie relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (nonché con l’Iran) lo status massimo di partnership strategiche. Gli importanti investimenti cinesi nel porto di Khalifa ad Abu Dhabi, oltre che nel porto e nella zona economica di recente realizzazione di Duqm, in Oman, mirano alla creazione di hub regionali nell’interesse delle società industriali e manifatturiere cinesi.

Gli Emirati Arabi Uniti fungono da porta di ingresso per il 60 percento delle esportazioni cinesi nella regione MENA (Middle East North Africa) e i funzionari di Emirati e Cina hanno definito un’ampia gamma di settori in cui promuovere la cooperazione in via prioritaria, tra cui istruzione, assistenza sanitaria, intelligenza artificiale, infrastrutture, produzione manifatturiera, cultura e turismo, oltre al settore dell’energia. Inoltre, la Cina è diventata il maggior investitore nella zona economica speciale di Duqm e ha effettuato investimenti ingenti nei porti di Salalah e Sohar, in Oman.

L’Arabia Saudita ha chiesto assistenza alla Cina per definire un programma per il nucleare civile, e ha avviato con Pechino una cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza volta a sviluppare una forza di difesa missilistica strategica grazie alla tecnologia e alle competenze cinesi.

In Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti le intromissioni cinesi in aree strategiche hanno causato attriti con i funzionari statunitensi e, in alcuni casi, gli Stati Uniti hanno respinto le richieste dei paesi del Golfo, seppur con scarsi risultati.

Alla ricerca dell’equilibrio
Le autorità degli stati del Golfo hanno chiarito che non saranno disposte a scegliere da che parte stare in quest’epoca caratterizzata da rivalità strategiche più pronunciate e dall’accesa competizione tra le grandi potenze.

I fondi sovrani localizzati nel Golfo e altre entità legate ai governi locali hanno continuato a interfacciarsi con le controparti russe anche dopo il 2014, nonostante le sanzioni contro Mosca, imposte soprattutto da parte dei paesi occidentali.

Fin dall’inizio della guerra in Ucraina i leader emiratini e sauditi mantengono contatti regolari con il presidente russo Vladimir Putin e resistono alle pressioni esercitate (soprattutto da parte degli Stati Uniti) sui membri dell’OPEC+ per una revisione delle decisioni sui livelli di produzione petrolifera.

La rete dei rapporti con la Cina ha continuato ad ampliarsi malgrado i timori delle amministrazioni statunitensi, e i leader di tutti i paesi del Golfo si sono detti propensi a bilanciare le proprie partnership internazionali. Raggiungere un equilibrio potrebbe rivelarsi più difficile in un mondo più polarizzato, ma tale processo è indicativo della diversificazione delle relazioni internazionali degli stati del Golfo nel XXI secolo e dell’orientamento verso est di dette relazioni.

 

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