Il coraggio di scegliere La storia dell’unico testimone dell’omicidio di Rosario Livatino

L’ultimo libro di Mario Calabresi, “Una volta sola”, edito da Mondadori, è dedicato a coloro che cambiano irrevocabilmente la propria vita e quella degli altri, spesso per un fortuito passaggio del caso

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Piero aveva 41 anni, vendeva porte blindate, era il responsabile per tutto il Sud Italia di una grande azienda piemontese. I suoi clienti erano in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, e quella settimana era in viaggio nell’isola. Aveva preso casa prima a Ischia e poi a Giffoni, in provincia di Salerno, e copriva tutto il suo territorio in macchina. Si era appena comprato una Lancia Thema station wagon color canna di fucile, ricorda che l’aveva presa con un leasing a Bologna e che quell’ultimo modello non l’aveva ancora nessuno, in Sicilia tutti si fermavano a guardargliela. Un dettaglio che avrà il suo peso in questa storia.

«Ero quasi al bivio per Favara, erano le otto e venti, e mi mancava ormai solo un quarto d’ora di strada, andavo piano e sorpassai un’Ape che trasportava dell’uva, ricordo che era bianca e con gli acini grossi, l’uva Italia che producono nelle vigne intorno alla Valle dei Templi. Due ragazzi con la moto mi sfiorarono e io mi incazzai moltissimo pensando che mi avessero rigato la Thema, guardai la targa ma non si poteva leggere perché era coperta da del nastro adesivo, quello usato dai carrozzieri. Percorsi un rettilineo, poi due curve e vidi la moto ferma e una macchina con il vetro dietro rotto. Pensai: “Si sono schiantati”. Invece, quando arrivai lì accanto, vidi una camicia azzurra che scappava in un campo, un ragazzo con il casco bianco fermo sulla moto e l’altro che saltava il guardrail con la pistola in pugno. Ricordo anche la camicia e gli anfibi
del killer e le Timberland di quello sulla moto».

La camicia azzurra era di Rosario Livatino, magistrato alla Procura di Agrigento. Aveva solo 37 anni, ma si era fatto notare per il suo coraggio e per la sua fede nella legalità: aveva lavorato alla prima inchiesta sulla mafia agrigentina, che avrebbe portato a condannare quaranta persone, e aveva osato confiscare i beni delle famiglie mafiose. Per questo venne condannato. Quel 21 settembre 1990 viaggia solo e senza scorta sulla sua utilitaria, arriva come ogni giorno da Canicattì, il paese dove è nato e dove abita con i genitori. Viene sorpassato da una Uno bianca, che lo stringe e lo manda fuori strada, dal finestrino esce una mitraglietta che comincia a sparare, alcuni colpi bucano la fiancata, uno lo colpisce a una spalla.

Rosario Livatino ha con sé una pistola ma non riesce a prenderla. Va a sbattere contro il guardrail eppure ha la prontezza di mettere la retromarcia, prova a scappare indietro, non sa che alle sue spalle ci sono quei due ragazzi in moto. Sparano anche loro e gli fanno saltare il lunotto posteriore. Ha ancora la lucidità di aprire la portiera, saltare fuori dalla statale 640 e cominciare a correre tra le sterpaglie del dirupo. L’inseguimento dura un tempo lunghissimo, gli sparano più volte, percorre quasi un centinaio di metri e quando cade gli sparano un’ultima volta, un colpo simbolico e definitivo: con la lupara.

Il giorno dopo, nella cronaca pubblicata da «Repubblica», si leggerà: «Questo drammatico racconto dell’agguato e dell’inseguimento sotto la scarpata sarà ricostruito ai poliziotti da un testimone oculare.

Un testimone che ha visto tutto, uno che non ha paura di parlare. Ha descritto i volti dei killer e nei laboratori di polizia scientifica stanno già ricostruendo i loro identikit. Gli investigatori naturalmente non forniscono l’identità del testimone, dicono solo che è un signore del Nord che casualmente ha assistito al massacro. È stato lui a lanciare l’allarme, a raccontare ogni particolare ai primi magistrati che sono arrivati risalendo la strada verso Caltanissetta».

Quell’uomo è Piero. Quel 22 settembre si chiamava ancora Piero Nava. «Avevo già il telefono in macchina, sono stato tra i primi a metterlo, ma in quel punto, come in gran parte della Sicilia, non funzionava, così ho accelerato per arrivare dal mio cliente. Sono entrato, gli ho raccontato in pochi secondi quello che avevo visto e ho chiesto di farmi telefonare in questura per dare l’allarme. Ho detto soltanto: “È successo qualcosa prima del bivio per Favara. Correte a vedere”.

«Poi ho pregato il mio cliente di riaccompagnarmi là con la sua macchina. Lui restava fermo, come paralizzato, pensava che fosse la cosa più sbagliata e mi ha detto soltanto: “Guarda che sei in Sicilia”. Ho insistito: “Non importa dove sono, portami indietro, perché ho visto una cosa che mi fa stare male”. Sono salito, me lo ricordo perfettamente, sul suo Suzuki Jimny e siamo arrivati sul luogo. Era già pieno di persone, gli ho chiesto se conoscesse qualcuno. Mi ha indicato un poliziotto, un ispettore di cui era amico, gli ho detto di chiamarlo, non volevo essere io a presentarmi là in mezzo a tutti. Lui, prima di scendere, mi ha toccato il braccio e ha ripetuto: “Guarda che sei in Sicilia”.

Ho scosso la testa: “Io ho visto tutto e devo dirlo”. È andato a chiamare l’ispettore, che si è avvicinato al finestrino e mi ha detto: “C’è una macchina verde laggiù, tu scendi tranquillamente, vai là e sali, poi arrivo io”. Tornammo nell’ufficio del mio cliente, feci lì la mia prima testimonianza e ricordo che usarono la sua macchina da scrivere e che a batterla fu la figlia. Quando capirono quanti dettagli avevo notato mi chiesero di andare in Questura per una seconda testimonianza.» Sul luogo dell’omicidio, poche ore dopo, quando il corpo era ancora sotto un lenzuolo bianco in fondo alla scarpata, dove nei giorni di pioggia scorre un torrente, arrivarono due giudici con cui Rosario Livatino aveva lavorato: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Sarà proprio Falcone a interrogare Piero. «Con Falcone ho avuto uno scontro, forse sarebbe meglio dire una tensione, durante l’interrogatorio alla Questura di Agrigento. Si meravigliava di tutti i dettagli e i particolari che mi ricordavo, era molto scettico, più dicevo e più era perplesso. Probabilmente pensava che fossi un mitomane o un depistatore. Gli dissi che il killer era mancino, lui scosse la testa, gli spiegai che avevo notato il calcio della pistola mentre scavalcava il guardrail e che se fosse stato destro non lo avrei potuto vedere, perché sarebbe stato coperto dalla mano.

Quando individuarono il killer, alla fine del riconoscimento gli lanciarono un pezzo di carta appallottolato e lui istintivamente lo prese con la sinistra. Poi gli descrissi la camicia, il maglione rosso, le Timberland. Si meravigliavano tutti di tutto. Poi mi chiesero che moto era. Risposi: “Era una moto enduro, sicuramente una moto enduro, tipo un Ténéré della Yamaha”. È lì che Giovanni Falcone perse la pazienza: “Ma come fa a dire che è una enduro, pure il modello, non mi sembra possibile”. Gli risposi: “Guardi, è molto semplice: io ho due motociclette, sono due Guzzi, e si sta seduti in un certo modo. Su una enduro invece si sta seduti in un modo totalmente diverso. Non c’è possibilità di confondersi”.

In quel momento entrò un colonnello dei carabinieri. Mi ricordo ancora che, mentre parlava Falcone, si aprì la porta: “Hanno trovato la moto, l’hanno bruciata in un campo di Favale, era una moto da enduro e c’era anche una Uno”. Giovanni Falcone mi guardò e si scusò. Io risposi semplicemente: “Non si deve scusare, io quello che ho visto lo testimonio. Quello che non ho visto, non l’ho visto e non dico niente”.

«Quando finì l’interrogatorio, presi le mie chiavi dal tavolo e dissi: “Signori, avete la mia carta di identità in fotocopia, il mio numero di telefono di casa, il mio numero di cellulare. Dovrei andare a lavorare, sono già in ritardo per un appuntamento che ho a Sciacca. Se non lavoro non mangio, mi spiace, ma me ne andrei”. Mi risposero soltanto: “Ma dove crede di andare?”. Mi chiusero in una stanzetta con due agenti davanti alla porta e rimasi alla Questura di Agrigento fino alle due e mezzo di notte.

«Ricordo che avevo una camicia di seta grigia che aveva cambiato colore tanto era inzuppata di sudore. Quella notte non sapevano dove mettermi, non esisteva un protocollo di protezione dei testimoni, così l’ispettore che per primo mi aveva interrogato mi portò a dormire a casa sua, mi mise a letto nella camera del figlio. Il giorno dopo mi fecero vedere una montagna di fotografie e io ne tirai fuori alcune, erano persone che facevano tutte parte della Stidda, la mafia dei pastori di Agrigento, che sarà poi riconosciuta responsabile dell’omicidio».

Questo brano è tratto dal capitolo “Per cosa saremo giudicati” da Una volta sola, Mario Calabresi, Mondadori, 180 pagine, 18 euro

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